5 cose da fare in un Bilancio Partecipativo

La pratica del “Bilancio Partecipativo” nasce a Porto Alegre in Brasile e viene attuata per la prima volta nel 1989 . Il metodo consente ai cittadini di esprimersi in prima persona su come comporre il bilancio del proprio Comune di appartenenza. Prende diverse forme e direzioni ma l’idea alla base è che, è che, dando ai membri di una comunità la possibilità di gestire in maniera pressoché diretta parte delle finanze pubbliche , si aumenti la consapevolezza delle persone rispetto ai meccanismi della macchina amministrativa e della politica, andando almeno in parte a ricomporre le fratture della comunità stessa e di occuparsi in questo modo di temi concreti.

Ogni cittadino può dunque presentare un’idea per migliorare la qualità della vita comune. Ma come rendere il proprio progetto chiaro ed efficace? Ozelot Lab ha confezionato un piccolo vademecum in 5 punti.

1 .  Vendere un sogno partendo da una solida realtà
Il progetto deve essere qualcosa che emoziona – un sogno – ma per attecchire ha bisogno di suggestioni concrete: un luogo specifico, esempi di progetti simili realizzati altrove, eccetera. La nostra immaginazione si attiva attraverso ciò che ci è familiare: non bisogna dimenticarlo.

2 . Individuare gli “stakeholder”, i portatori di interesse
Ogni idea ha sicuramente persone potenzialmente interessate, magari sono pure già raggruppate in qualche forma: parlando, ad esempio, di una ludoteca per bambini, si potrebbero trovare/attivare gruppi Whatsapp di genitori. Coinvolgere terzi è una delle migliori opzioni. Va tenuto a mente che spesso, ai Bilanci Partecipativi, vota solo una piccola parte di popolazione, dunque il serbatoio maggiore è quello dell’astensione!

3 . Attenzione ai regolamenti
Ogni Bilancio Partecipativo è diverso dagli altri e conoscere il regolamento del proprio è importantissimo. Ad esempio: quanto denaro viene messo a disposizione e secondo quali criteri? I finanziamenti sono tutti uguali o si distinguono per tipologie diverse di spesa? Come si può materialmente presentare un progetto, in che forma e in quali ambiti di intervento? Solo conoscendo il regolamento del proprio Bilancio Partecipativo di riferimento si può capire al meglio in che forma presentare la propria idea, facendola rientrare nelle linee di indirizzo proposte dal Comune, determinando le spese necessarie alla sua realizzazione e rendendolo, a tutti gli effetti, competitivo. Può essere utile, se sono disponibili, dare un’occhiata ai progetti vincitori delle edizioni precedenti.

4 .  Non lasciare solo il proprio progetto
Sembra un’ovvietà ma, nella pratica, accade di vedere cittadini che, una volta fatta la propria proposta, la abbandonano e smettono di prendersene cura. Nei vari step del Bilancio Partecipativo è però facile che, se non seguito, il progetto non venga più portato avanti. È solamente naturale che, mancando un proponente attivo, l’idea non riesca a brillare da sola, magari spiegata in poche righe di testo.

5 . Più il progetto è costoso, meno è probabile che passi
Può capitare di avere in mente un’idea che richiederebbe spese alte per essere realizzata: bisogna fare i conti con il fatto che le proposte molto costose devono (solitamente) posizionarsi in cima alla classifica per essere finanziate. Più con la propria richiesta ci si avvicina alla totalità del fondo messo a disposizione, infatti, più il progetto ha bisogno di posizionarsi in alto per essere finanziato.

… e non è finita qui!

Cittadini e amministratori creano un intero e delicato ecosistema intorno a un Bilancio Partecipativo: la comunicazione fra i due è assolutamente fondamentale e deve accompagnarsi alla fiducia reciproca. Un Bilancio Partecipativo non deve mai essere ridotto a strumento per creare consenso (o testarlo) attorno ad una idea dell’amministrazione, né lo si può intendere come mezzo per “trovare i fondi”, perché se l’amministrazione crede in un progetto cerca anche il modo per finanziarlo. Ogni interpretazione o uso differente snaturerebbe l’essenza dello strumento partecipativo, allontanando così cittadini che potrebbero sentirsi “presi in giro” e prenderebbero le distanze dalla macchina comunale, andando a vanificare ogni sforzo per raggiungere il reale obiettivo del metodo: creare comunità.

 

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