15 fumettisti entrano in un caffè

Hai un pugno di fumettisti (quelli della Scuola Superiore d’Arte Applicata del Castello Sforzesco, mica pizza e fichi) che, seppure a distanza, stanno lavorando allo stesso progetto editoriale ma si conoscono poco fra loro. Vuoi fare in modo che possano ritrovarsi intorno a un tavolo, discutere e confrontarsi in modo rilassato… who you gonna call? Ozelot Lab!

Il metodo che abbiamo scelto: il World Cafè

Per questo laboratorio, che si è svolto di domenica mattina, abbiamo scelto una metodologia leggera, molto simile a una chiacchierata al bar: il World Cafè. Si tratta, in sintesi, di organizzare lo spazio in piccoli tavoli da 3-5 persone che, in un tempo di 15-20 minuti, si confrontano sul tema proposto. Per ogni gruppo viene scelto un “capotavola” che prende nota di quanto viene discusso. Allo scadere del tempo, tutti i partecipanti cambiano tavolo, cercando di mischiarsi il più possibile. Solo i capitavola restano a sedere e “ricevono” i nuovi ospiti presentando loro quando discusso fino a quel momento: starà al nuovo gruppo decidere se continuare su quel filone o portare nuovi argomenti. Il cambio di posto si ripete per 3 o 4 volte, dopodiché i capitavola illustrano in plenaria quanto emerso, raccogliendo eventuali nuove osservazioni dei partecipanti.

Per chi volesse saperne di più, abbiamo già parlato del World Cafè in questo articolo, allegando anche del materiale di approfondimento.

Sul luogo in cui si è svolto il World Cafè

La scelta del luogo è importante tanto quanto quella della metodologia e il nostro laboratorio si è svolto in un contesto davvero peculiare e stimolante. Siamo stati ospitati dal Bar Lucio, punto di aggregazione ormai storico della periferia di Milano, in zona Corvetto. Un luogo pieno zeppo di libri, disegni, ammennicoli, soprammobili particolari e, soprattutto, di calore umano: ogni avventore, entrando, saluta Lucio per nome e lui spesso fa altrettanto, magari offrendo un cannolo al caffè o del mais piccante. Il clima perfetto per chi vuole consolidare legami fra le persone!

Il contesto relazionale: la singolarità di questo World Cafè

Ciò che ha reso particolare il laboratorio non è stato tanto il suo svolgimento in sé: interessante è lo scopo per cui è stato sviluppato rispetto al contesto di relazioni in cui si è inserito.

Come accennato qualche paragrafo fa, tutto è nato intorno a un progetto editoriale: un’antologia di storie a tema “abitare”, firmate ognuna da un allievo o ex allievo del corso di fumetto. Il World Cafè è arrivato nel momento che poteva sembrare il meno indicato: il libro in cantiere, oltre ad avere già un tema molto ben definito, aveva anche buona parte delle storie confermate. Se non si trattava di pianificare il lavoro, a cosa sarebbe potuto servire un laboratorio?

Nonostante gli spazi della Scuola siano aperti a tutti coloro che partecipano al progetto, sono pochissimi quelli che, oltre agli allievi attuali, riescono effettivamente a lavorare in aula. Il risultato è un uso massiccio della mail per le comunicazioni essenziali, processo molto spersonalizzante e distanziante.

La necessità primaria era perciò quella di rinsaldare la relazione fra le persone legate al progetto, dando a tutti la possibilità di esprimersi e di capire, discutendone insieme, quale fosse il fattore unificante di tutte le storie dell’antologia, ciò che i singoli racconti avevano in comune.

Trovare e definire quello spazio tra un lavoro quasi individuale e imbastito e l’opera collettiva non è stato semplice, ma ce l’abbiamo fatta! Da qui il tema, largo ma mirato al contempo, del World Cafè: “Qual è il mio/tuo/nostro posto nel progetto?”

Mischiare è bello!

Il gruppo dei partecipanti era molto eterogeneo: alcuni si conoscevano fra loro, altri per nulla, altri ancora si erano talvolta incrociati in qualche occasione. Questo disequilibrio generale era molto evidente prima del laboratorio, quando i partecipanti man mano raggiungevano il bar: la tendenza era, naturalmente, quella di riunirsi fra conoscenti, a piccoli gruppi.

Il World Cafè è culminato in un pranzo e, di seguito, in un’ulteriore attività di gruppo pomeridiana organizzata dalla Scuola. La situazione iniziale era in buona parte ribaltata. Il “mischiarsi”, che è invito fondamentale del World Cafè, era entrato a far parte della modalità relazionale di quel momento, e della giornata tutta.

Certo, si è trattato solo di qualche ora, ma ci sembra che il laboratorio abbia raggiunto il suo scopo: trasformare una manciata di persone in un gruppo di lavoro attraverso la sfida dell’ascolto, della fatica, ma anche del gioco e dell’ironia, perché serve una forte dose di umorismo per fare le cose serie.

Per consultare il report del World Cafè basta cliccare su questo link!

Progettare un festival è un gioco da ragazzi!

Partiamo dalle conclusioni: diffondere la cultura e le pratiche della progettazione partecipata fa bene a tutti, in particolare ai più giovani. Se bisogno c’era di una prova concreta, ne abbiamo avuto una chiara dimostrazione lo scorso 17 febbraio, durante il laboratorio di progettazione dedicato a ragazzi tra i 12 e i 19 anni. Si è trattato di una delle fasi organizzative che porteranno alla realizzazione di un festival per giovani dai giovani, dunque ideato, programmato e pubblicizzato interamente dai ragazzi.

La parola chiave, emersa proprio dai ragazzi a margine delle attività svolte il 17, è stata fiducia: quella data a loro, in modo particolare, per la pianificazione di un grosso evento, ma che viene riconosciuta a tutti cittadini durante i momenti partecipativi. Fiducia nel fatto che ognuno possa portare un contributo, un punto di vista che non era stato considerato, e che ogni contributo possa essere preso in considerazione nella costruzione di un progetto.

Attenzione: questo non significa accettare acriticamente ogni idea e raffazzonare un collage di proposte che non ha né capo né coda. Il cuore sta proprio nel tentare, spiegare, limare e infine costruire un progetto, o un’idea di progetto, non solo stabile ma che ha in più il vantaggio di essere condiviso e accettato dai portatori di interesse.

Detto così può suonare piuttosto teorico: ecco perché vogliamo raccontarvi come si è arrivati al laboratorio e come abbiamo lavorato nella pratica. [*]

Progettare con i ragazzi: l’idea

Molto spesso, da adulti, si parla dei bisogni dei giovani, dei loro desideri e del dedicare loro spazi, sia fisici che culturali. Quasi mai, però, si discute di questo con loro, ponendo domande dirette e lavorando insieme sulle risposte.
Pavia è una città in cui l’offerta di occasioni di svago viene percepita, nel migliore dei casi, come scarna e poco stimolante. Si sente, in particolare, la mancanza di un evento dedicato espressamente ai più giovani che non sia realizzato da persone che giovani non sono: perché, quindi, non permettere ai ragazzi di esprimersi, anzi, di organizzare loro il proprio evento pavese?

Prima fase. L’evento che vorresti: un questionario online

Tra settembre e ottobre del 2017 il Csv di Pavia (ora sede territoriale di Pavia che costituisce, insieme alle sedi di Lodi, Cremona e Mantova, il CSV Lombardia Sud) ha lanciato un questionario online dedicato espressamente ai ragazzi, chiedendo loro di immaginare il festival che avrebbero voluto vedere nella propria città. Il racconto emerso è di un evento che tocca i più svariati ambiti: musica, teatro, arte e giochi di strada, fotografia, sport, cinema e letteratura, anche a fumetti. E lo fa con spettacoli e concerti, ma anche contest, tornei, dibattiti e laboratori con esperti.

Tante idee molto diverse, quindi, emerse dalla prima consultazione dei ragazzi. Come metterle insieme in modo sinergico, strutturato e incontrando il più possibile gli interessi di tutti?

Il laboratorio di progettazione: coinvolti e dritti al punto

Il metodo che abbiamo scelto è quello dell’Open Space Technology (Ost), una definizione in apparenza ostica per determinare un tipo di laboratorio caratterizzato da tavoli di lavoro che si attivano in parallelo, in un contesto che lascia completa libertà di parola e movimento tra un tavolo e l’altro, senza timore di essere giudicati e con un obiettivo comune, molto chiaro e raggiungibile.

Ogni idea da discutere viene proposta dagli stessi partecipanti, a inizio laboratorio: ognuno dà alle altre persone potenzialmente interessate un vero e proprio appuntamento per discutere il tema presentato. Le sessioni di lavoro vengono perciò predisposte collettivamente, senza che ci sia nulla di precostituito, accorpando eventualmente – e in caso di tempi o spazi ristretti – idee simili fra loro.

Seconda fase. L’Open Space dei ragazzi

Il nostro laboratorio è durato 3 ore. Vi hanno preso parte circa 20 giovani, fra coloro che avevano risposto al questionario, supervisionati da adulti con il compito di facilitare il lavoro di progettazione, quindi di stimolare il confronto positivo.

Ogni ragazzo ha proposto almeno un’idea: avevamo la possibilità di attivare al massimo 6 tavoli per round (ma meglio 5!), dunque è stato necessario accorpare le proposte che potevano essere discusse insieme.

Normalmente chi lancia un’idea è anche colui che la accudisce, si cura di seguire il relativo tavolo di lavoro e prende appunti su quanto emerge durante la discussione. Nel nostro caso, per snellire le attività e dar modo a tutti i ragazzi di concentrarsi unicamente sullo scambio di idee – o eventualmente, cambiare in corsa gruppo di discussione – abbiamo deciso che sarebbero stati i facilitatori a rivestire il ruolo di “capotavola”.

Abbiamo inoltre cercato di declinare il laboratorio in modo che fosse il più possibile “a prova di timidezza”, a partire dal giro di presentazioni svolto con l’ausilio di un piccolo gioco utile a rompere il ghiaccio, disposti in cerchio. Uno dei nodi fondamentali di cui tenere conto era la differenza di età fra i ragazzi e i facilitatori, un fattore che avrebbe potuto compromettere la riuscita dell’Ost  se gestito in modo errato.

Una facile tentazione in cui cadere poteva infatti essere quella di portare la propria esperienza di adulti e farla prevalere sulle proposte dei ragazzi, portando il confronto su un livello estremamente impari. È stato quindi necessario trovare la formula per sviluppare il ruolo del facilitatore: non solo figura di riferimento che stimola la discussione senza accentrare su di sé l’attenzione e favorendo il protagonismo del gruppo, ma anche persona che, da adulta, riconosce autorevolezza alle idee dei ragazzi. Insomma, la parola da tenere a mente rimaneva sempre la già citata “fiducia”.

I giovani partecipanti hanno risposto in modo assolutamente positivo, dando il massimo possibile secondo le proprie esperienze e la propria personalità. Hanno sorpreso per capacità di iniziativa, propositività, gioco di squadra e rispetto dello spazio reciproco, nonostante anche fra loro ci fosse molta differenza di età. Colpiva notare, nella pausa fra un giro di tavoli e l’altro, la loro voglia, quasi urgenza, di ricominciare a discutere e proporre idee, resa esplicita dal controllare e ricontrollare il cartellone degli appuntamenti, dal decidere insieme in quale gruppo inserirsi. Un segnale che abbiamo interpretato come un bisogno di ascolto reale, di uno spazio in cui sperimentarsi senza giudizi e in cui non sentirsi marginali, bambini.

Progettare insieme serve a questo, ed è per questo che fa bene a tutti, in particolare ai più giovani.

… e per chi è arrivato fin qui, ecco il Report del laboratorio!

[*] Ozelot Lab è solo una delle realtà che hanno partecipato alla realizzazione del laboratorio e che accompagneranno i ragazzi fino alla realizzazione del loro festival: ringraziamo di cuore il Csv Lombardia Sud – sede di Pavia, le associazioni Calypso il teatro per il sociale, Cielo Terra Musica, Babele onlus, Le Torri, il Circolo ARCI Via D’acqua, Aerel, Amici dei Boschi, A Ruota Libera, la libreria Il Delfino e tutti coloro che man mano si sono aggiunti!