Le persone sanno davvero quali siano i propri interessi?

Il concetto alla base del nostro sistema politico e democratico è quello della rappresentanza, ossia il fatto che possiamo scegliere una persona o un insieme di persone per rappresentare noi e i nostri interessi in un consesso. Questa approssimazione accettata fa sì che il corpo legislativo abbia legittimità a produrre norme e prendere decisioni. Spesso capita che l’elettore scelga di essere rappresentato da persone che vanno contro, in tutto o in parte, ai propri interessi e questo fa sorgere la domanda: “le persone sanno davvero quali siano i propri interessi?

Prima di tutto c’è da fare una distinzione, ossia la differenza tra “desiderato” e “ricevuto”: anche ammettendo che sappiamo quali siano i nostri interessi e che scegliamo i nostri rappresentati con quegli obiettivi, il risultato non è per nulla scontato. Questo per una questione di complessità e di capacità progettuale nonché politica del rappresentante eletto, che è difficile valutare a priori.

Seconda valutazione: la proposta politica che si ha è limitata, frutto di compromessi. Votare uno o l’altro programma ci mette nelle condizioni di dover pesare i nostri interessi. Per alcuni un singolo interesse può essere più importante di tutti gli altri e, addirittura, può essere talmente importante da decidere di non vagliare minimamente la possibilità di dare il voto a forze politiche minori (che non hanno dimensioni tali da poter concretamente agire) per non rischiare che quell’interesse resti senza una risposta o scegliere una forza politica perfettamente aderente a quell’interesse ma opposta a tutti gli altri.

In realtà quanto detto sopra potrebbe bastare a spiegare i comportamenti che talvolta sembrano irrazionali: nel momento in cui non puoi avere capacità predittive sui politici e sulle politiche e ciascuno mette i suoi interessi su una scala di importanza personale, si possono trovare delle incoerenze nel comportamento di chiunque.

Astraendo si può ridurre il tutto ad una questione di razionalità. In maniera fallace riteniamo che la razionalità sia universale e che quindi ci si possa confrontare tra persone e comprendersi reciprocamente, trovare un terreno comune, basandosi su di essa. La pretesa quindi non solo che esista una razionalità assoluta, ma che sia raggiungibile e non solo approssimabile. Purtroppo la condizione umana non è di razionalità assoluta ma bensì di razionalità limitata, ovvero, una razionalità che tiene conto di due elementi: il primo la naturale mancanza di conoscenza di tutti gli elementi che insistono sulla decisione, il secondo è la variazione personale di parametri decisionali, come ad esempio se dare più valore alla felicità propria, quella di un amico o la funzionalità dello Stato.

Cosa fare quindi, visto che le persone sanno cosa vogliono, nei limiti posti dalla condizione umana?
Bisogna comprendere sul serio i bisogni delle persone: il primo indispensabile passo non solo per trattarle come meritano, cioè come esseri senzienti, ma per stringere alleanze di cambiamento e dare risposte sensate, condivise.

Contratto di fiume: cos’è? Come si fa? Perché farlo (anche a Pavia)?

Un contratto di fiume è uno strumento giuridico che aiuta a gestire un bene comunitario di tipo fluviale/lacustre. Su Wikipedia è definito come “un protocollo giuridico per la rigenerazione ambientale del bacino idrografico di un corso d’acqua”. Le basi giuridiche sono da ricercarsi sia nel diritto nazionale che in quello comunitario.

Nei contratti di fiume assume assoluta importanza la concertazione tra le varie parti interessate nel cercare soluzioni sostenibili. Parliamo quindi di uno strumento essenzialmente programmatico e di gestione, con elementi di inclusività degli stakeholder e messa in campo di risorse altrimenti non disponibili, oltre che di conoscenze specifiche, compresi dati e osservazioni raccolti da enti non formali. Insomma, è il primo passo per la migliore gestione possibile di un fiume.

Dal punto di vista operativo non esiste un metodo prestrutturato per portare alla stesura del contratto: la maniera ottimale per farlo richiederebbe non soltanto una coprogettazione ma una vera e propria progettazione partecipata, sposando il modello della contribuzione da parte di chiunque abbia interessi e possa portare contenuti e risorse di ogni tipo. Un primo passo potrebbe essere proprio una progettazione a livello locale, che sviluppi la sussidiarietà orizzontale rispetto al bene per poi coinvolgere da questo nucleo embrionale anche altri enti e comunità in un contratto che regoli il fiume e le sue acque.

Non è che gli enti non sappiano gestire i fiumi. O meglio, il legame di una città o più città con il fiume è qualcosa che va oltre l’amministrazione: il modo in cui è vissuto, il modo in cui genera valore e appartenenza non è qualcosa che può essere creato semplicemente con la bacchetta magica, dall’alto, cambiando delle norme. Serve una progettualità di ampio respiro che sappia ricevere le spinte individuali, i diversi interessi, e metta tutto a sistema sviluppando una cultura attorno al fiume: solo così la si può coltivare, riaffermare e, infine, riappropriarsene.

Per restare nell’alveo della sussidiarietà orizzontale, per una prima strutturazione, si può parlare anche di “patti” che possono essere disciplinari dai “Regolamenti dei beni comuni”.
Ad esempio a Milano è stato siglato un patto tra Comune e Osservatorio per Il Paesaggio Fiume Lambro Lucente, come spiega ad esempio questo articolo di Z3XMI.
Pavia ha molti degli elementi che potrebbero far funzionare meccanismi simili.
Una grande quantità di associazioni, sportive e culturali, che possono avere contatti e interesse ad operare sul fiume. Un quartiere fortemente connotato dalla coabitazione col corso d’acqua.
Un fiume che è ancora molto naturale e ben connesso.
Una storia che ha visto il Ticino, e non solo, risorsa inestimabile e caratterizzante della città.
Problematiche complesse e potenziali inespressi.

Tutti questi elementi fanno sì che la città sia un ottimo candidato per sperimentare le forme di collaborazione ampia e orizzontale legate al fiume.

Foto di Igor Schubin da Pixabay
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Efficacia o efficienza?

Per quanto nel linguaggio comune queste due parole spesso coincidano, in realtà è interessante saperle distinguere. Conoscere le parole e saperle usare permette sfaccettature di pensiero, capacità di elaborazione più fine, in definitiva, un migliore pensiero logico. Motivo per cui spesso abbiamo la sensazione di dover usare parole che, in realtà, non sono del nostro vocabolario perché gli equivalenti nella nostra lingua non sono equipollenti, quindi ci troviamo a prendere “in prestito” parole appartenenti ad altri contesti. Un esempio è “design”, parola che potrebbe essere tradotta con il complesso di idee che concorrono alla progettazione di un bene o servizio.

Ritornando magicamente all’efficacia e all’efficienza, vediamo di definire i due concetti e il loro rapporto.

Per Efficacia si intende la capacità di produrre i risultati voluti. Efficienza, invece, è la capacità di produrre, sì, i risultati voluti, ma con rendimento, ossia ottenendo la massima efficacia con il minino uso di una determinata risorsa (tempo, denaro…).

I due concetti sono molto interconnessi, essendo praticamente l’uno una valutazione rispetto al solo problema posto, mentre l’altro è rapportato ad una o più elementi di nostro interesse.
Posso usare l’auto per portare mio figlio a scuola, che è a 3 minuti a piedi da casa, e visto che il pargolo arriva in classe sono stato efficace, tuttavia, se l’avessi portato a piedi probabilmente ci avrei messo meno tempo (scendi in garage, accendi l’auto, apri i cancelli, trova parcheggio…) e quindi le due soluzioni la seconda è più efficiente.

Da un punto di vista argomentativo, ad esempio, sarà inutile negare l’efficacia di qualcosa se risponde, in qualsiasi maniera, ad un problema. Semmai potrebbe essere il caso mettere in dubbio la sua efficienza. Mentre se vi troverete ad amministrare qualsiasi cosa, anche un vostro progetto personale, sarà forse il caso di valutare l’efficienza rispetto alle vostre risorse finite, o perché no?, arrivare fino a dirsi che qualcosa è poco efficiente rispetto ad una variabile ma che quella variabile, magari, non vi interessa.

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Foto di rihaij da Pixabay
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Non è un bug, è una feature: errori (e non) dei politici

Capita a tutti di sbagliare. Essendo i politici persone, capita pure a loro. Come reagiamo ai nostri sbagli, però, è ciò che ci qualifica come adatti o meno alla gestione del potere. Solo chi sa ammettere i propri errori è adatto al comando, dimostrando di essere capace di una evoluzione e di un miglioramento.

Cosa è un “errore”, però?

Un progetto che non si è concluso come sperato può essere definito “errore amministrativo” o meglio, “errore di scollamento dalle aspettative”. Un atto considerato poco morale è un “errore morale” o meglio, un “errore da scollamento dai valori”. Infine, uscite poco felici sono un “errore comunicativo” o meglio, un “errore da scollamento dalla comunità”. Quindi non si tratta mai di errori in senso assoluto, ma di errori relativi al contesto. Anche truffare lo Stato, che dovrebbe essere la macchia più infamante per un amministratore, potrebbe non rivelarsi tale se la propria comunità di riferimento avesse come valore la truffa allo Stato.

Escludiamo quindi fin da subito tutto ciò con cui, semplicemente, “non siamo d’accordo”. Se tutto va come preventivato “non è un bug, è una feature”, “non è un errore, è una caratteristica”.

Ritornare alla situazione di “aderenza” rispetto a ciò che ci si aspetta da noi, dai nostri progetti e dalle nostre azioni è sicuramente la strategia migliore, in modo da riconciliare i propri comportamenti con il mondo a cui si appartiene.

In caso di errore “amministrativo” si potrebbe iniziare sottolineando i risultati positivi ottenuti (magari l’azione compiuta non è molto efficiente ma è efficace), per poi proporre soluzioni ai problemi emersi.

Un esempio recente è il Reddito di Cittadinanza che, a fronte di grossi investimenti, non è riuscito a collocare lavorativamente il numero di persone preventivato. Una corretta gestione di questo errore metterebbe in evidenza i lati positivi (ad esempio il fuoriuscire di alcuni individui dalla situazione di difficoltà economica) e farebbe proposte di riforma (ad esempio sul piano delle politiche attive del lavoro) oppure individuerebbe altrove le cause di una stagnazione dei servizi connessi al Reddito di Cittadinanza e proporrebbe riforme in quell’ambito (economia che non cresce).

Invece un errore “morale” potrebbe essere più complesso e meno facilmente gestibile. Andrebbe innanzitutto affrontato in maniera tempestiva: attendere che venga alla luce per poi intervenire diminuisce, e di molto, la possibilità di riconciliarsi con quei valori a cui la comunità di riferimento aspira. Prima di tutto, bisogna ripagare i danni fatti, sia questo un “ripagare” economico, penale, amministrativo o verso la società civile. Essendo queste situazioni delle più variegate è impossibile dire a priori quale sia la condotta più adeguata, tuttavia maggiore è la reale volontà di porre rimedio migliore sarà l’effetto.

Un esempio recente lo abbiamo avuto con il caso dell’indennità di 600 euro per il Covid-19: alcuni esponenti politici, che non ne avevano immediato bisogno, ne hanno fatto comunque uso. Ovviamente non è nulla di illegale ma a molti è sembrato un gesto poco opportuno. Tra i politici, quello che mi ha colpito di più per la sua “malagestione” dell’errore è Ubaldo Bocci. Questi ha inizialmente dichiarato di aver chiesto i soldi per “fare beneficenza”, poi che “li ha chiesti il suo commercialista” e, infine, che l’ha fatto “per dimostrare che il sistema non funzionava”. In piena tempesta, dare tre scuse diverse ha reso molto poco credibili le sue spiegazioni. Se possiamo considerare il “fare beneficenza” come una toppa al problema e il “li ha chiesti il commercialista” come un allontanare da sé la colpa, il tutto è caduto quando ha aggiunto uno scopo preciso alle sue azioni, demolendo con le proprie mani la sua ricostruzione dell’accaduto. Immaginiamo invece di rimandare indietro l’orologio e vedere come avrebbe potuto gestire diversamente la questione, sfruttando le sue stesse giustificazioni.

Poniamo che sia vero che il commercialista abbia fatto richiesta a sua insaputa e Bocci si sia trovato con 600 euro moralmente ambigui. Venire subito fuori con la questione, senza aspettare di essere scoperto, e contestualmente donarne altrettanti suoi, e in maniera visibile, l’avrebbe posto al di fuori del sospetto di averli chiesti per sé. Inoltre, immaginando che la sua situazione economica gli permetta di dormire sonni beati, avrebbe potuto contestualmente scagliarsi contro un’iniziativa che a suo avviso non funziona, ritenendo ingiusto che chiunque potesse chiedere quella indennità. Gli elementi sono gli stessi, ma la tempistica e le contromisure prese diventano essenziali per una narrazione convincente.

Infine, l’errore “comunicativo”. Probabilmente l’errore più comune, quello con cui si ha a che fare più spesso. Tendenzialmente viene risolto all’interno del piano di comunicazione di cui persone, gruppi o partiti si muniscono. Anche stavolta la questione è “a chi parliamo”. Prendiamo ad esempio le parole di Sala, sindaco di Milano, alla riapertura del lockdown del 2020: in sostanza, diceva che era tempo per i milanesi di tornare a lavorare nei loro uffici. I motivi politici di queste affermazioni sono numerosi: il sistema della ristorazione milanese vive di persone che pranzano durante la pausa di lavoro, del caffè preso al bar al mattino, dell’aperitivo dopo le 18.00. Con il lockdown e lo smartworking gli introiti per questi esercizi si sono ridotti notevolmente, andando ad intaccare un sistema economico consolidato la cui conversione, sempre se si voglia cambiare, dovrebbe richiedere tempo e strategie per non creare danni, oltre a una buona dose di rassicurazioni sul fatto che “Milano sa fare le cose, quindi Milano è sicura”. Però, quelle affermazioni, furono lette come un “lo smartworking non è lavoro” facendo finire il sindaco in una (ennesima) bufera mediatica. Come affrontare l’errore? Ritornare sulla questione non credo potrebbe essere interessante, significherebbe riaccendere una polemica. In questo caso sarebbe più conveniente comprendere i motivi profondi della polemica e cercare di riallacciare i rapporti con la comunità di riferimento, ad esempio mostrando i risultati e le azioni intraprese per rendere lo smartworking una alternativa effettiva.

In generale, è meglio cercare di guardare avanti. Gli avvenimenti non si cancellano e possiamo solo mostrare la nostra buona volontà nel risolvere le problematiche, anche quando vengono da noi.