Question Authority: è sempre un bene?

Seconda puntata sul concetto di Question Authority: per le avvertenze e una prima disamina potete leggere qua la prima parte.

È un periodo storico, questo, dove si vive una sanissima diffidenza verso l’autorità. Come abbiamo visto, la diffidenza verso l’autorità è un elemento essenziale per la buona salute di una società. Però, passando dall’ideale al pratico, possiamo notare come ci sia una serie di problematiche: cultura politica, conoscenze tecniche, istituzionalizzazione della comunità scientifica, meccanismi di controllo…

Vediamo le principali e come si combinano con la diffidenza.

Istituzionalizzazione della comunità scientifica

Questo processo è inarrestabile: le persone che compongono la comunità scientifica si raccolgono in istituti per razionalizzare risorse e mettere in condivisione la conoscenza.

Ma che cos’è uno scienziato? È un individuo che accetta i paradigmi della comunità scientifica, i quali, a loro volta, sono in perenne evoluzione. Tende a spiegare e prevedere il mondo, avvicinarsi ad esso e comprenderlo e, avendo la realtà come giudice ultimo, riesce a distaccarsi dalla fallibilità umana. La scienza dovrebbe, quindi, essere immune alla diffidenza in quanto la incorpora dentro di sé e quindi, all’interno della comunità scientifica, viene rifiutato il principio di autorità. Purtroppo l’istituzionalizzazione può anche rallentare i processi di raffinazione della scienza. Una tendenza umana degli scienziati è quella di difendere a spada tratta la propria teoria ed emendarla fino a quando non è più possibile farlo: questa tendenza è amplificata, all’interno di un istituto. In un istituto vige anche il principio di autorità e questo può portare all’allocazione di risorse in maniera fideistica alle teorie dominanti nella classe dirigente. Ovviamente la scienza, per la sue caratteristiche, prima o poi spazza via queste resistenze.

L’istituzionalizzazione porta, spesso, con sé anche remore di tipo politico-economico. Quando un istituto mostra una forte dipendenza da organismi politici può essere che l’istituto ammorbidisca certe posizioni e, se anche non avviene, le persone non smetteranno di sospettare di questo legame.

Conoscenze tecniche

Le conoscenze tecniche, come abbiamo visto, derivano da una specializzazione che è indispensabile al progresso della società umana. Purtroppo però, maggiore è la specializzazione, minore è la porzione di persone che è in grado non solo di contribuire all’esplorazione e al miglioramento in un dato campo ma anche solo quella in grado di comprendere a grandi linee di che cosa si tratti e quindi potere efficacemente mettere in discussione l’autorità che fornisce le informazioni e le linee guida del pensiero. Soprattutto con le scienze deboli questo diventa molto rilevante.

L’assenza e, fino ad un certo punto, l’impossibilità di diffondere conoscenze specialistiche oltre un certo limite aumenta l’inabilità a mettere in dubbio in maniera seria e utile.

Cultura politica

Una limitata cultura politica è anche una limitata cultura amministrativa: viviamo in un mondo di stratificazioni politiche importanti (lo accenniamo anche qua ) dove i politici possono attingere da un pensiero all’altro dello spettro politico spesso senza particolari ripercussioni. Ma le idee politiche nascono come sistemi di idee dove ogni provvedimento ha un senso nel contesto e non preso singolarmente.

Volendo semplificare, è un po’ come essere in cucina: esistono le tradizioni culinarie e hanno una coerenza interna, e si può sperimentare fondendole, ma si corre anche il rischio di proporre pietanze irricevibili. Non esiste quindi una soluzione che funzioni “da sola”, non esiste il “buonsenso”. La debolezza di queste cartine tornasole chiamate “ideologie” mina la fiducia verso le formazioni politiche.

Meccanismi di controllo

In democrazia diventano fondamentali dei meccanismi di controllo, ovvero quegli strumenti che permettano di verificare il buon andamento di una situazione (possono essere veramente di qualunque tipo, da un indice numerico a un comitato di controllo).

Esistono svariati movimenti che spingono per avere trasparenza dei dati o delle informazioni, e spesso la ottengono, tuttavia quello che è il passo successivo, ossia l’elaborazione di quei dati e quelle informazioni, quasi mai si verifica o, se si realizza, non viene comunicato all’esterno. Anche nei casi in cui vi è elaborazione, la scelta di indicatori che descrivano numericamente una certa situazione è spesso arbitraria: un esempio su tutti, il PIL misura adeguatamente il benessere di un Paese? Chi lo dice?

Eppure l’adeguatezza, l’oggettività, l’accettabilità e la conoscenza da parte dei cittadini comuni rendono il meccanismo di controllo uno strumento indispensabile per trasformare la diffidenza in controllo ed eventualmente in fiducia.

Tornando alla domanda iniziale: è sempre un bene diffidare dell’autorità? Il problema qua è che la diffidenza non è qualcosa di desiderabile o meno, ma esiste sempre e comunque. La si può incanalare e sfruttare a sostegno di un’autorità, dichiarandone quindi la giustizia intrinseca, oppure rifiutarla e difendere l’autorità fideisticamente ma rendendolo debole e autoreferenziale.

L’apertura alla diffidenza deve essere una bussola che ci guida verso un mondo migliore, con tutte le difficoltà (e molte altre) che abbiamo esposto qua sopra. Dalla costruzione condivisa di cornici interpretative, dal trovare linguaggi semplici ma non semplicistici, dalle leve di monitoraggio fino ad arrivare alla costruzione di fiducia e formazione specifica.

Un ultimo appunto: anche se questa serie di articoli intende avere un approccio più sociologico che psicologico, si potrebbe indagare a lungo sul perché le persone, quando non riescono o non possono realmente controllare l’autorità, si rifugino in racconti della realtà che li mettano a proprio agio, che siano rassicuranti e supportino le loro tesi, soprattutto sui social network, che creano circoli viziosi e casse di risonanza. Presto o tardi potremmo parlarne su queste pagine.

Vi aspettiamo con la terza puntata!

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“Question Authority”: cosa significa?

L’origine di questo concetto si perde nell’antichità, ma è solo recentemente, a metà del secolo scorso, che ha assunto un significato preciso e questa forma popolare. Letteralmente significa “mettere in dubbio l’autorità“. Mettere in dubbio nel senso di non fidarsi ciecamente di quello che l’autorità dice, rendendosi parte di quel sistema di controllo che possiamo chiamare, semplificando all’estremo, “società civile”. Poi, ovviamente, il termine porta con sè anche un altro significato, inteso come “mettere in dubbio l’esistenza stessa dell’autorità”, per andare verso visioni libertarie o libertariane: non userò questa declinazione della locuzione perché non sarebbe funzionale all’analisi che andrò a fare.

Nei moderni sistemi di governo delle società vediamo due entità distinte: da una parte l’istituzione Stato, dall’altra i cittadini. Sebbene esista uno schema generale di diritti/doveri entro cui stare, anche abbastanza complesso e con alcune gerarchie e diverse modalità di modifica, in estrema sintesi possiamo dire che lo Stato governa e i cittadini sono governati. La gerarchia, tuttavia, si inverte nel momento delle elezioni, per cui sono i cittadini a scegliere le persone che andranno a governare.

Possiamo quindi dire che c’è una gerarchia di potere a fasi alterne, funzionale a “fotografare” la volontà dei cittadini in un dato momento. Registriamo il consenso per consentire in un tempo predeterminato l’azione politica. È una approssimazione della volontà popolare ma è generalmente accettata. È indubbio però che simile posizione dia la possibilità di agire anche ben al di là del mandato o della normale gestione dell’inaspettato.

La necessità di mettere in dubbio l’autorità nasce, principalmente, da due elementi fondamentali della società umana.

Il primo è la necessità di specializzarsi. La società umana per progredire fa uso di “economie” di specializzazione. Se tutti dovessimo fare e sapere tutto, i tempi di formazione, “setting” e d’azione sarebbero enormi e non permetterebbero il benessere materiale e non che ad oggi riusciamo ad avere.

Il secondo elemento nasce dal primo: la specializzazione costruisce nuovi poteri contrattuali, generando asimmetria informativa e, quindi, potenzialmente portando sfiducia. Detto in altri termini: senza informazioni viene istintivo a chiunque avere un approccio diffidente verso chi quelle informazioni, invece, le ha. Specularmente, questo significa che chi ricopre ruoli apicali, dunque è “informato”, vivrà una maggiore sfiducia nei suoi confronti: basti pensare a chi gestisce beni pubblici puri o monopoli/oligopoli.

Per ovviare a questa problematica, la società risponde mettendo in dubbio l’autorità con vari mezzi e modalità: una minoranza consiliare che può avere accesso agli atti, organi di controllo, indici di valutazione affidabili, revisione peer to peer… Questi mezzi impongo una tensione propedeutica non solo al buon funzionamento della società, ma anche una maggiore precisione nel soddisfacimento dei bisogni dei cittadini, risolvendo quell’approssimazione che abbiamo trattato anche nel nostro articolo

La diffidenza verso l’autorità è sempre un bene? Ne parleremo la prossima settimana!

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Politica e Politiche

La lingua a volte non aiuta. Pensate solo al fenomeno della enantiosemia, dove una parola significa una cosa e il suo contrario (l’ospite è sia per chi ospita sia per chi viene ospitato).

In Italiano, “Politica” significa sia l’insieme di strategie, norme e strumenti atti a organizzare una situazione (le politiche industriali, la politica energetica del paese…) sia tutto ciò che riguarda i rapporti tra le forze politiche all’interno degli organi decisionali. Per intenderci più facilmente, prendiamo in prestito gli equivalenti inglesi: le politiche, intese come amministrazione di un settore, sono le “policies“, mentre i rapporti tra i soggetti politici sono le “politics“.

Vi è un stretto rapporto tra policies e politics: spesso le politics si basano sulla convergenza verso delle policies comuni e perdono di senso senza elaborare delle policies adeguate alle aspettative.

Se consideriamo i nostri sistemi democratici come delle istantanee del volere popolare che, in un dato momento, legittima alcune persone a esercitare un potere (con certi modi, con certi limiti) allora va da sé che ci debba essere una qualche concertazione sulla base di questa istantanea. Questo vale sia per i sistemi maggioritari che per quelli proporzionali. Le politics si rendono necessarie affinché avvenga un cambiamento reale e tangibile nella società, attraverso le policies concordate.

Si tratta quindi di una gestione del consenso che permette la gestione dello Stato, il concreto amministrare. Le capacità dei politici si dovrebbero misurare su questi due aspetti, intersecati ma distinti, come le corde di una fune.

Certamente non è un sistema privo di rischi, dove le politics per le politics, ovvero la gestione del potere per il potere stesso, possono prendere il sopravvento: e qui dovremmo intervenire noi come popolo, andando a punire certe condotte, non accordando più a certe persone e certe formazioni la nostra fiducia. Il condizionale è d’obbligo.

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Le persone sanno davvero quali siano i propri interessi?

Il concetto alla base del nostro sistema politico e democratico è quello della rappresentanza, ossia il fatto che possiamo scegliere una persona o un insieme di persone per rappresentare noi e i nostri interessi in un consesso. Questa approssimazione accettata fa sì che il corpo legislativo abbia legittimità a produrre norme e prendere decisioni. Spesso capita che l’elettore scelga di essere rappresentato da persone che vanno contro, in tutto o in parte, ai propri interessi e questo fa sorgere la domanda: “le persone sanno davvero quali siano i propri interessi?

Prima di tutto c’è da fare una distinzione, ossia la differenza tra “desiderato” e “ricevuto”: anche ammettendo che sappiamo quali siano i nostri interessi e che scegliamo i nostri rappresentati con quegli obiettivi, il risultato non è per nulla scontato. Questo per una questione di complessità e di capacità progettuale nonché politica del rappresentante eletto, che è difficile valutare a priori.

Seconda valutazione: la proposta politica che si ha è limitata, frutto di compromessi. Votare uno o l’altro programma ci mette nelle condizioni di dover pesare i nostri interessi. Per alcuni un singolo interesse può essere più importante di tutti gli altri e, addirittura, può essere talmente importante da decidere di non vagliare minimamente la possibilità di dare il voto a forze politiche minori (che non hanno dimensioni tali da poter concretamente agire) per non rischiare che quell’interesse resti senza una risposta o scegliere una forza politica perfettamente aderente a quell’interesse ma opposta a tutti gli altri.

In realtà quanto detto sopra potrebbe bastare a spiegare i comportamenti che talvolta sembrano irrazionali: nel momento in cui non puoi avere capacità predittive sui politici e sulle politiche e ciascuno mette i suoi interessi su una scala di importanza personale, si possono trovare delle incoerenze nel comportamento di chiunque.

Astraendo si può ridurre il tutto ad una questione di razionalità. In maniera fallace riteniamo che la razionalità sia universale e che quindi ci si possa confrontare tra persone e comprendersi reciprocamente, trovare un terreno comune, basandosi su di essa. La pretesa quindi non solo che esista una razionalità assoluta, ma che sia raggiungibile e non solo approssimabile. Purtroppo la condizione umana non è di razionalità assoluta ma bensì di razionalità limitata, ovvero, una razionalità che tiene conto di due elementi: il primo la naturale mancanza di conoscenza di tutti gli elementi che insistono sulla decisione, il secondo è la variazione personale di parametri decisionali, come ad esempio se dare più valore alla felicità propria, quella di un amico o la funzionalità dello Stato.

Cosa fare quindi, visto che le persone sanno cosa vogliono, nei limiti posti dalla condizione umana?
Bisogna comprendere sul serio i bisogni delle persone: il primo indispensabile passo non solo per trattarle come meritano, cioè come esseri senzienti, ma per stringere alleanze di cambiamento e dare risposte sensate, condivise.

Contratto di fiume: cos’è? Come si fa? Perché farlo (anche a Pavia)?

Un contratto di fiume è uno strumento giuridico che aiuta a gestire un bene comunitario di tipo fluviale/lacustre. Su Wikipedia è definito come “un protocollo giuridico per la rigenerazione ambientale del bacino idrografico di un corso d’acqua”. Le basi giuridiche sono da ricercarsi sia nel diritto nazionale che in quello comunitario.

Nei contratti di fiume assume assoluta importanza la concertazione tra le varie parti interessate nel cercare soluzioni sostenibili. Parliamo quindi di uno strumento essenzialmente programmatico e di gestione, con elementi di inclusività degli stakeholder e messa in campo di risorse altrimenti non disponibili, oltre che di conoscenze specifiche, compresi dati e osservazioni raccolti da enti non formali. Insomma, è il primo passo per la migliore gestione possibile di un fiume.

Dal punto di vista operativo non esiste un metodo prestrutturato per portare alla stesura del contratto: la maniera ottimale per farlo richiederebbe non soltanto una coprogettazione ma una vera e propria progettazione partecipata, sposando il modello della contribuzione da parte di chiunque abbia interessi e possa portare contenuti e risorse di ogni tipo. Un primo passo potrebbe essere proprio una progettazione a livello locale, che sviluppi la sussidiarietà orizzontale rispetto al bene per poi coinvolgere da questo nucleo embrionale anche altri enti e comunità in un contratto che regoli il fiume e le sue acque.

Non è che gli enti non sappiano gestire i fiumi. O meglio, il legame di una città o più città con il fiume è qualcosa che va oltre l’amministrazione: il modo in cui è vissuto, il modo in cui genera valore e appartenenza non è qualcosa che può essere creato semplicemente con la bacchetta magica, dall’alto, cambiando delle norme. Serve una progettualità di ampio respiro che sappia ricevere le spinte individuali, i diversi interessi, e metta tutto a sistema sviluppando una cultura attorno al fiume: solo così la si può coltivare, riaffermare e, infine, riappropriarsene.

Per restare nell’alveo della sussidiarietà orizzontale, per una prima strutturazione, si può parlare anche di “patti” che possono essere disciplinari dai “Regolamenti dei beni comuni”.
Ad esempio a Milano è stato siglato un patto tra Comune e Osservatorio per Il Paesaggio Fiume Lambro Lucente, come spiega ad esempio questo articolo di Z3XMI.
Pavia ha molti degli elementi che potrebbero far funzionare meccanismi simili.
Una grande quantità di associazioni, sportive e culturali, che possono avere contatti e interesse ad operare sul fiume. Un quartiere fortemente connotato dalla coabitazione col corso d’acqua.
Un fiume che è ancora molto naturale e ben connesso.
Una storia che ha visto il Ticino, e non solo, risorsa inestimabile e caratterizzante della città.
Problematiche complesse e potenziali inespressi.

Tutti questi elementi fanno sì che la città sia un ottimo candidato per sperimentare le forme di collaborazione ampia e orizzontale legate al fiume.

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Efficacia o efficienza?

Per quanto nel linguaggio comune queste due parole spesso coincidano, in realtà è interessante saperle distinguere. Conoscere le parole e saperle usare permette sfaccettature di pensiero, capacità di elaborazione più fine, in definitiva, un migliore pensiero logico. Motivo per cui spesso abbiamo la sensazione di dover usare parole che, in realtà, non sono del nostro vocabolario perché gli equivalenti nella nostra lingua non sono equipollenti, quindi ci troviamo a prendere “in prestito” parole appartenenti ad altri contesti. Un esempio è “design”, parola che potrebbe essere tradotta con il complesso di idee che concorrono alla progettazione di un bene o servizio.

Ritornando magicamente all’efficacia e all’efficienza, vediamo di definire i due concetti e il loro rapporto.

Per Efficacia si intende la capacità di produrre i risultati voluti. Efficienza, invece, è la capacità di produrre, sì, i risultati voluti, ma con rendimento, ossia ottenendo la massima efficacia con il minino uso di una determinata risorsa (tempo, denaro…).

I due concetti sono molto interconnessi, essendo praticamente l’uno una valutazione rispetto al solo problema posto, mentre l’altro è rapportato ad una o più elementi di nostro interesse.
Posso usare l’auto per portare mio figlio a scuola, che è a 3 minuti a piedi da casa, e visto che il pargolo arriva in classe sono stato efficace, tuttavia, se l’avessi portato a piedi probabilmente ci avrei messo meno tempo (scendi in garage, accendi l’auto, apri i cancelli, trova parcheggio…) e quindi le due soluzioni la seconda è più efficiente.

Da un punto di vista argomentativo, ad esempio, sarà inutile negare l’efficacia di qualcosa se risponde, in qualsiasi maniera, ad un problema. Semmai potrebbe essere il caso mettere in dubbio la sua efficienza. Mentre se vi troverete ad amministrare qualsiasi cosa, anche un vostro progetto personale, sarà forse il caso di valutare l’efficienza rispetto alle vostre risorse finite, o perché no?, arrivare fino a dirsi che qualcosa è poco efficiente rispetto ad una variabile ma che quella variabile, magari, non vi interessa.

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Non è un bug, è una feature: errori (e non) dei politici

Capita a tutti di sbagliare. Essendo i politici persone, capita pure a loro. Come reagiamo ai nostri sbagli, però, è ciò che ci qualifica come adatti o meno alla gestione del potere. Solo chi sa ammettere i propri errori è adatto al comando, dimostrando di essere capace di una evoluzione e di un miglioramento.

Cosa è un “errore”, però?

Un progetto che non si è concluso come sperato può essere definito “errore amministrativo” o meglio, “errore di scollamento dalle aspettative”. Un atto considerato poco morale è un “errore morale” o meglio, un “errore da scollamento dai valori”. Infine, uscite poco felici sono un “errore comunicativo” o meglio, un “errore da scollamento dalla comunità”. Quindi non si tratta mai di errori in senso assoluto, ma di errori relativi al contesto. Anche truffare lo Stato, che dovrebbe essere la macchia più infamante per un amministratore, potrebbe non rivelarsi tale se la propria comunità di riferimento avesse come valore la truffa allo Stato.

Escludiamo quindi fin da subito tutto ciò con cui, semplicemente, “non siamo d’accordo”. Se tutto va come preventivato “non è un bug, è una feature”, “non è un errore, è una caratteristica”.

Ritornare alla situazione di “aderenza” rispetto a ciò che ci si aspetta da noi, dai nostri progetti e dalle nostre azioni è sicuramente la strategia migliore, in modo da riconciliare i propri comportamenti con il mondo a cui si appartiene.

In caso di errore “amministrativo” si potrebbe iniziare sottolineando i risultati positivi ottenuti (magari l’azione compiuta non è molto efficiente ma è efficace), per poi proporre soluzioni ai problemi emersi.

Un esempio recente è il Reddito di Cittadinanza che, a fronte di grossi investimenti, non è riuscito a collocare lavorativamente il numero di persone preventivato. Una corretta gestione di questo errore metterebbe in evidenza i lati positivi (ad esempio il fuoriuscire di alcuni individui dalla situazione di difficoltà economica) e farebbe proposte di riforma (ad esempio sul piano delle politiche attive del lavoro) oppure individuerebbe altrove le cause di una stagnazione dei servizi connessi al Reddito di Cittadinanza e proporrebbe riforme in quell’ambito (economia che non cresce).

Invece un errore “morale” potrebbe essere più complesso e meno facilmente gestibile. Andrebbe innanzitutto affrontato in maniera tempestiva: attendere che venga alla luce per poi intervenire diminuisce, e di molto, la possibilità di riconciliarsi con quei valori a cui la comunità di riferimento aspira. Prima di tutto, bisogna ripagare i danni fatti, sia questo un “ripagare” economico, penale, amministrativo o verso la società civile. Essendo queste situazioni delle più variegate è impossibile dire a priori quale sia la condotta più adeguata, tuttavia maggiore è la reale volontà di porre rimedio migliore sarà l’effetto.

Un esempio recente lo abbiamo avuto con il caso dell’indennità di 600 euro per il Covid-19: alcuni esponenti politici, che non ne avevano immediato bisogno, ne hanno fatto comunque uso. Ovviamente non è nulla di illegale ma a molti è sembrato un gesto poco opportuno. Tra i politici, quello che mi ha colpito di più per la sua “malagestione” dell’errore è Ubaldo Bocci. Questi ha inizialmente dichiarato di aver chiesto i soldi per “fare beneficenza”, poi che “li ha chiesti il suo commercialista” e, infine, che l’ha fatto “per dimostrare che il sistema non funzionava”. In piena tempesta, dare tre scuse diverse ha reso molto poco credibili le sue spiegazioni. Se possiamo considerare il “fare beneficenza” come una toppa al problema e il “li ha chiesti il commercialista” come un allontanare da sé la colpa, il tutto è caduto quando ha aggiunto uno scopo preciso alle sue azioni, demolendo con le proprie mani la sua ricostruzione dell’accaduto. Immaginiamo invece di rimandare indietro l’orologio e vedere come avrebbe potuto gestire diversamente la questione, sfruttando le sue stesse giustificazioni.

Poniamo che sia vero che il commercialista abbia fatto richiesta a sua insaputa e Bocci si sia trovato con 600 euro moralmente ambigui. Venire subito fuori con la questione, senza aspettare di essere scoperto, e contestualmente donarne altrettanti suoi, e in maniera visibile, l’avrebbe posto al di fuori del sospetto di averli chiesti per sé. Inoltre, immaginando che la sua situazione economica gli permetta di dormire sonni beati, avrebbe potuto contestualmente scagliarsi contro un’iniziativa che a suo avviso non funziona, ritenendo ingiusto che chiunque potesse chiedere quella indennità. Gli elementi sono gli stessi, ma la tempistica e le contromisure prese diventano essenziali per una narrazione convincente.

Infine, l’errore “comunicativo”. Probabilmente l’errore più comune, quello con cui si ha a che fare più spesso. Tendenzialmente viene risolto all’interno del piano di comunicazione di cui persone, gruppi o partiti si muniscono. Anche stavolta la questione è “a chi parliamo”. Prendiamo ad esempio le parole di Sala, sindaco di Milano, alla riapertura del lockdown del 2020: in sostanza, diceva che era tempo per i milanesi di tornare a lavorare nei loro uffici. I motivi politici di queste affermazioni sono numerosi: il sistema della ristorazione milanese vive di persone che pranzano durante la pausa di lavoro, del caffè preso al bar al mattino, dell’aperitivo dopo le 18.00. Con il lockdown e lo smartworking gli introiti per questi esercizi si sono ridotti notevolmente, andando ad intaccare un sistema economico consolidato la cui conversione, sempre se si voglia cambiare, dovrebbe richiedere tempo e strategie per non creare danni, oltre a una buona dose di rassicurazioni sul fatto che “Milano sa fare le cose, quindi Milano è sicura”. Però, quelle affermazioni, furono lette come un “lo smartworking non è lavoro” facendo finire il sindaco in una (ennesima) bufera mediatica. Come affrontare l’errore? Ritornare sulla questione non credo potrebbe essere interessante, significherebbe riaccendere una polemica. In questo caso sarebbe più conveniente comprendere i motivi profondi della polemica e cercare di riallacciare i rapporti con la comunità di riferimento, ad esempio mostrando i risultati e le azioni intraprese per rendere lo smartworking una alternativa effettiva.

In generale, è meglio cercare di guardare avanti. Gli avvenimenti non si cancellano e possiamo solo mostrare la nostra buona volontà nel risolvere le problematiche, anche quando vengono da noi.

Sussidiarietà? Ne abbiamo un pochino?

Gatto che aggiusta la lavatrice

Cos’è la sussidiarietà? Per definizione è il principio per cui se un compito può essere svolto adeguatamente da un attore gerarchicamente inferiore, quello gerarchicamente superiore non deve intervenire, se non per sostenere l’azione. In altri termini, a occuparsi di una questione deve essere l’attore più vicino al problema che abbia la capacità di rispondere in maniera adeguata e compiuta.

Per parallelismo, si tratta di un sistema non molto differente dal nostro sistema nervoso, dove le prime risposte istintuali non arrivano dalla nostra volontà, ma dai riflessi involontari gestiti a livelli inferiori.

Lo si ritrova anche nella Costituzione italiana, articolo 118.

Il principio di sussidiarietà è strettamente connesso a quelli di auto-organizzazione, libera associazione e di legittimità stessa. L’idea, dunque, è che il livello attuativo sia il più vicino possibile al livello decisionale e che quest’ultimo possa rapportarsi in maniera diretta (o almeno, il più possibile) a chi viene investito dalla decisione stessa. A livello teorico è senz’altro un ottimo principio, tuttavia nella realtà ci si scontra con l’impossibilità di determinare la totalità dei soggetti su cui impatta una scelta, facendo diventare il principio più un obiettivo a cui ispirarsi che una prassi consolidata.

La sussidiarietà ha due facce: la prima è la sussidiarietà verticale, che riguarda il livello di gestione territoriale delle problematica (ad esempio: Comune, Provincia, Regione, Stato, UE; chi si occupa di cosa e perché?). Della manutenzione delle strade di un Comune è il caso che se ne occupi il Comune stesso e non la Regione o la UE.

La seconda, invece, è la sussidiarietà orizzontale, con cui si intende la possibilità da parte dei cittadini (anche in forma organizzata, come può essere ad esempio un’associazione) di collaborare con le istituzioni per la risoluzione delle loro istanze. Questa forma di sussidiarietà sta avendo un discreto successo nel risolvere alcune problematiche moderne rispetto al comportamento degli individui all’interno delle organizzazioni informali, nonché legate alla necessità di rapporti “leggeri”, “rapidi” e “pratici” che i cittadini vorrebbero avere con le amministrazioni. In questo contesto citiamo ad esempio l’esperienza di Labsus.

Infine, non sempre gli enti chiamati a intervenire hanno a disposizione tutte le risorse necessarie (tempo, capitale, professionalità…) e questo, inevitabilmente, può portare a cercare altre strade, a “provarle tutte”. Forse anche qui si trova una delle spinte verso la sussidiarietà come strumento di risposta sempre più utilizzato.Flessibilità, massimizzazione delle risorse e velocità di esecuzione.

Biden VS Trump: come reagire ad un falso?

Gatti Trump e Biden

Sono passate poche ore dal primo dibattito tra Trump e Biden per le elezioni americane del 2020 e, forse, già non si sente il bisogno di altri appuntamenti. Mentre vari istituti cercano di dire la loro sul se e come questo “incontro” abbia inciso sull’opinione pubblica, personalmente sono più interessato alla dinamica tale per cui reciprocamente i due candidati si accusavano l’un l’altro di qualcosa e si difendevano dicendo semplicemente: “è falso”. Ecco, nonostante riesca a mettere dei punti fermi sulla questione, che esporrò in seguito, proprio non riesco a farmi un quadro che mi dia un senso di completezza sull’argomento.

Ma andiamo con ordine: in una contesa politica, a chi interessa realmente se menti?

Innanzitutto c’è un pubblico ristretto che potrebbe, eventualmente, cambiare la propria intenzione di voto, il che può significare sia scegliere un candidato diverso oppure decidere di non votare. Quando non puoi convincerli a votare per te, anche convincerli a non votare è una straordinaria vittoria.

Chi è convinto e inamovibile sulle proprie intenzioni andrebbe preso in considerazione solo per sfruttare le sue possibili reazioni a dichiarazioni particolari: in questo modo si andrebbe a creare una sorta di “narrazione corale” che agirebbe sempre sullo stesso segmento, ovvero quello di coloro che potrebbero cambiare atteggiamento. Certo, qui poi ci possono essere più segmentazioni ma il discrimine più netto è fra quelli che cambiano idea perché un politico ha un atteggiamento ambiguo e quelli che la cambiano invece per il tema di cui il politico parla.

Quindi, abbiamo il nostro segmento [Persone che possono cambiare atteggiamento] suddiviso in [Persone morali] e [Portatori di interessi, o Stakeholder]. Nella realtà, naturalmente, la distinzione non è così netta: uno stakeholder potrebbe trovarsi a dire che sì, vuole fare i propri interessi o supportare iniziative a lui congeniali ma che, in mancanza di fiducia nel politico, quindi dando un giudizio morale, potrebbe benissimo far prevalere questo aspetto. Le persone morali hanno bisogno di sentire che sei un politico sincero a prescindere; agli stakeholder, invece, interessa che tu appartenga a un certo campo, che farai certe cose.

Nasce perciò una nuova domanda: in che modo le persone si approcciano alla politica e, quindi, al dibattito?

La cornice dei dibattiti non è tagliata per fare emergere la concretezza della politica, ma piuttosto per evidenziarne gli aspetti più superficiali, più di immagine. Questo è un fattore fondamentale per capire alcune dinamiche. Mostrarsi come il pubblico ti vorrebbe, posizionarsi con uno stile remissivo o aggressivo, solido ideologicamente o pragmaticamente flessibile: sono tutte decisioni che influenzano il modo in cui si risponde alle domande.

Quando cominciano a volare le accuse, poi, diventa spesso superfluo cercare di mostrare delle prove per difendersi, e anzi talvolta è controproducente stare a questo gioco, soprattutto se un’accusa non è facilmente dimostrabile/confutabile o se le controprove sono facilmente manipolabili. Cioè quasi sempre. Anche nel cercare di “spiegare” spesso il risultato è solo quello di impantanarsi nelle affermazioni dell’avversario e più si cerca di liberarsi più si resta fossilizzati sulla definizione altrui, una sorta di reopessia. Forse a quel punto ribadire la propria posizione in maniera chiara e forte è una possibilità.

Se chi accusa è quindi avvantaggiato, deve però possedere dei requisiti per essere efficace. Prima di tutto il contesto e la sua storia gli devono essere favorevoli. Ad esempio ammettere una propria debolezza rende più credibile il rifiuto ad una accusa più grave: magari sono vere entrambe le accuse, o nessuna delle due, ma l’effetto di mostrare pieni e vuoti rende maggiormente credibile la persona. Dall’altra parte, se si ha una storia di accuse infondate, bugie e comportamenti ambigui, si sarà molto meno credibili e, anzi, forse si farà la figura del “contaballe viscido”, cornice che Biden ha cercato di ricamare attorno a Trump con quel “tutti sanno che sei un bugiardo”. Mancava solo il “classic Donald”, “il solito Donald”.

Infine, ci sono gli attacchi personali: quanto è veramente apprezzato questo comportamento? Difficile a dirsi. Di certo c’è qualcuno che vuole che alcune persone siano dipinte in un certo modo, e vedendo che qualcuno le definisce proprio in quella maniera, sono contente e, anzi, amplificano il messaggio, costituendo quella massa corale di cui sopra. A livello comunicativo, può essere un bel vantaggio. D’altra parte è però anche vero che c’è chi non apprezza attacchi diretti e personali quindi, a volte, si preferisce che certi messaggi più “gretti” escano dalla massa o da gregari piuttosto che dal frontman.

In definitiva, è una battaglia di apparenze e appartenenze, di definizioni. Qualsiasi strategia, però, deve essere raffrontata al solo segmento di riferimento, ossia “persone che possono cambiare il proprio atteggiamento”: per tutti gli altri è come andare a teatro.

Con parecchi dubbi ancora, rimango fedele all’idea che la solidità di una immagine forgiata nel tempo risolva molti problemi che invece una carriera feroce e rapida, più prima che poi, presenta.

Perché i politici di oggi devono avere una autonomia maggiore?

Gatto su un albero

Oggi, forse più di ieri, siamo scontenti dei nostri rappresentanti. I motivi sono molteplici. Giusto per citarne alcuni dei più ovvi: la maggior complessità del mondo moderno, le grandi modificazioni del tessuto socioeconomico a livello globale, l’inadeguatezza delle ideologie e dei modelli nonché della “liquidità” con cui i politici vi si approcciano, ora sì, ora no, forti di una generale stratificazione che non distingue i vari schemi di giusto e sbagliato. Certo, un popolo non adotterà mai, veramente e in maniera completa, uno schema e quindi queste stratificazioni sono naturali, ma per prendere una direzione tocca scegliere un modello di riferimento.

La questione di cui voglio parlare è legata a questo tipo di problematiche: mi riferisco all’autonomia che i politici dovrebbero avere, specie quelli più “piccoli”, prossimi alla comunità che richiede loro risposte a velocità prima impensabili. Una richiesta che si fa sentire specialmente con l’avvento dei social che mettono in pubblica piazza il rapporto tra elettore ed eletto, in tempo reale: il politico sente l’urgenza del dover dare una risposta senza neanche avere il tempo necessario all’approfondimento delle questioni per poter formulare un giudizio sensato.

Il che lascia all’eletto quattro possibilità:

  1. Prendere una posizione a prescindere
  2. Prendere tempo
  3. Dare una risposta piena di subordinate al condizionale che creano più confusione che certezze
  4. Ammettere la propria inconsistenza sul tema (il che, se ci pensate, sarebbe la cosa più umana ma al contempo quella che siamo meno disposti a digerire).

Ciascuna di queste posizioni ha i propri pro e contro, a seconda anche dell’elettorato di riferimento, e chiedere a un rappresentante di non tenerne conto rischia di minare il potere contrattuale della propria rappresentanza e, in definitiva, gli interessi e il “bene” dell’elettorato stesso.

Se usare una certa cautela o prendere tempo può essere tollerato di fronte a una notizia improvvisa, ma comunque non “troppo” tempo, questo non può avvenire per questioni più grandi e che sono montate magari per mesi. Penso ad esempio a un grande progetto di una amministrazione che deve essere attenzionato fin da subito, sul quale un politico deve porre domande e offrire consigli, invece di criticarlo solo a posteriori, dimostrando che il principio di Peter* vale anche per lui.

L’unica soluzione a una richiesta di risposte il più possibile oggettive in minor tempo non può che essere una maggiore preparazione e quindi una maggiore autonomia. Non c’è scorciatoia, specie per chi non può permettersi uno staff che sia praticamente una propria estensione, ossia una estremamente piccola minoranza di chi fa politica dentro le istituzioni.

Certo, ci sono i colleghi, gli amici, magari anche qualche consulente, ma non solo i tempi di reazione possono essere dei più disparati, non solo bisogna porre estrema fiducia in questi, ma alla fine si è sempre soli di fronte all’elettorato. Le persone pretendono risposte più in fretta, più precise, più risolutive.

Ma su cosa bisognerebbe avere, per lo meno, una infarinatura?

Prima di tutto, su ogni aspetto che riguarda il ruolo ricoperto (regolamenti degli organi, normative varie e un po’ di diritto amministrativo) e, altrettanto importante, la conoscenza del territorio o del tema centrale dell’ente.
In secondo luogo, ciò che riguarda la comunicazione e la gestione delle aspettative del proprio elettorato: costruire un rapporto di fiducia e trasparente aiuta nel rallentare l’impellenza (che, alla fine, spesso non è neanche giustificata) di avere risposte.
Infine, un terzo aspetto importante è aver le idee chiare su come si implementa un progetto per poter portare a compimento le proprie parole.

Non si tratta di un percorso immediato: altre vie, più incentrate sulla “immagine”, potrebbero sembrare maggiormente efficienti (vedasi ad esempio tutte le strategie di comunicazione che non fanno appiglio su una base ideologica ma sul “sentiment” istantaneo della popolazione), ma la costruzione di una carriera politica duratura non può prescindere da una solida base di “sostanza”.

*Principio secondo cui “In una gerarchia, ogni dipendente tende a salire di grado fino al proprio livello di incompetenza”.