Pavia, beni comuni, partecipazione: il nuovo regolamento

Anche il Comune di Pavia, come altri cento in tutta Italia, nel mese di giugno del 2016 ha approvato il Regolamento dei Beni Comuni, promosso dal laboratorio Labsus. Si tratta di un documento che permette ai cittadini di collaborare attivamente con l’amministrazione, nella cura e nella gestione degli spazi urbani, ma non solo.
Ne abbiamo parlato con Alice Moggi, assessore alle Politiche Sociali di Pavia

A chi si rivolge il Regolamento?

A tutti i cittadini ma anche, in un certo senso, allo stesso Comune, che ora dispone di uno strumento più flessibile per gestire le istanze dei cittadini stessi. Ha un ambito di intervento abbastanza ampio, che è quello dei beni comuni: aree e spazi fisici ma anche beni immateriali, come servizi a beneficio della comunità.

Dunque un regolamento aperto e rivolto a tutti. Ma, per proporre un patto al Comune, bisogna essere necessariamente residenti a Pavia?

Non abbiamo considerato quello della residenza come un vincolo: siamo partiti dal presupposto che chi si vuole occupare del recupero di un bene comune lo faccia perché, in qualche modo lo vive.

Come è strutturato un patto di collaborazione con il Comune? Che differenze possono esserci fra un patto e l’altro?

Sono definiti due tipi di patti. I patti ordinari si attivano quasi d’ufficio perché riguardano una gestione semplice di un bene, mentre i patti complessi, come potrebbe essere un accordo per la sistemazione di uno stabile, richiedono un approfondimento maggiore da parte degli organi dirigenziali e politici del Comune.
Chiaramente ogni patto è diverso dall’altro: molto dipende dagli obiettivi che ci si pone, dalle competenze che il cittadino mette a disposizione o dalla disponibilità del Comune a investire proprie risorse.

Uno dei principi su cui si basa il regolamento è quello di fruizione collettiva dei beni comuni. Cosa significa esattamente, e cosa vuol dire prendersi cura di un bene nel rispetto di questo principio?

I beni comuni non sono i beni del Comune, ma dei cittadini. Se io mi metto a disposizione per recuperare il parco davanti a casa non lo faccio perché ne voglio fruire in modo esclusivo, ma per per migliorarlo e “restituirlo” alla comunità.

Sono previsti incentivi per chi decide di collaborare con l’amministrazione? Magari definiti di volta in volta nei singoli patti?

Non abbiamo definito a monte quali possano essere gli incentivi, proprio per poterli individuare anche in base agli interessi del cittadino: potrebbe ad esempio trattarsi di ingressi gratuiti al cinema, a teatro o nei musei o altre soluzioni che rientrino però negli ambiti di competenza del Comune.

Un tema importante è quello delle responsabilità: come viene affrontato e in che modo Comune e cittadini condividono le responsabilità su un bene?

Il regolamento introduce un atto amministrativo di tipo non autoritativo: questo significa che il cittadino non lavora per il Comune, ma si instaura piuttosto un rapporto di collaborazione paritaria. Quando un cittadino decide di partecipare, quindi, si assume automaticamente delle responsabilità, che vengono divise equamente con il Comune. Abbiamo comunque previsto una polizza assicurativa, in caso qualcuno si facesse male!

I cittadini possono decidere di richiedere sponsor o finanziamenti di terze parti?

Certo, l’unico vincolo che poniamo è una completa trasparenza di questi processi: dobbiamo sapere con precisione come vengono spesi finanziamenti esterni su un bene comune.

A giugno 2017 scadrà l’anno di sperimentazione previsto dal Regolamento. Si possono già fare dei primi bilanci? E il Comune quali iniziative prevede per il futuro?

Quest’anno siamo partiti abbastanza piano: prima di tutto è stato necessario lavorare con il personale del Comune, che avrà l’importante ruolo di facilitatore. In secondo luogo, abbiamo cercato, insieme a Labsus, un coordinamento efficace con gli altri comuni lombardi che stanno adottando il regolamento, in modo da scambiarci idee e soluzioni a eventuali problematiche. Una delle cose più difficili resta però riuscire a passare un messaggio positivo ai cittadini, parlare loro di un regolamento che non serve per scaricare responsabilità ma per lavorare insieme.

Che significato ha per te l’amministrazione condivisa?

Il tema fondamentale è riaprire il dialogo con i cittadini, che hanno più volte dimostrato di volersi impegnare attivamente. È evidente innanzitutto che l’ente pubblico non riesce a farsi carico di tutte le esigenze della comunità, ma è vero anche che vivere i luoghi come qualcosa di nostro, assieme agli altri cittadini, ha un valore positivo che lavora proprio sulle relazioni, sul senso di comunità. Troppo spesso i cittadini si sentono imbrigliati in norme burocratiche schizofreniche, non sempre ragionevoli o legate fra loro: questo li allontana dalla cosa pubblica.

Bollicine

Viviamo in bolle.

Probabilmente avete già incontrato qualcuno che vi parlasse della “Bolla dei Social“. Si tratta di quel fenomeno per cui le nostre home page sui siti di Social Network vengono costruite su misura per noi. Facebook, ad esempio, non ci mostra tutto ciò che i nostri amici e le pagine che seguiamo pubblicano, ma filtra i contenuti in base a ciò che potrebbe verosimilmente piacerci (o almeno, la funzione di default è quella). Questo perché l’importante, per chi gestisce il Social Network, è il tempo che si passa sulla singola piattaforma e come lo si trascorre.

Gradualmente gli algoritmi ci stanno isolando in bolle. Vediamo i contenuti che ci possono interessare, che ci arrivano perché selezionati in base alle nostre preferenze, senza contare la lunga serie di filtri che ognuno può applicare per personalizzare ulteriormente il flusso di informazioni. La profilazione, da una parte, migliora la nostra esperienza utente, ci cuce addosso ciò di cui abbiamo bisogno, ci rassicura, è sempre presente con la soluzione giusta al momento giusto; dall’altra ci esclude dal confronto, ci esclude dal sapere ciò che è altro da noi, ciò che è diverso e che ci potrebbe piacere. Il Web sta smettendo di essere plurale, o meglio: nel suo insieme continua ad esserlo ma per noi, nella nostra singolarità, dalla nostra prospettiva personale, lo è sempre meno.

Anche nel nostro quotidiano viviamo in bolle, perché la cosa ci rassicura: i nostri amici, i nostri rapporti più intimi, li troviamo con persone che hanno idee vicine alle nostre, troviamo conferme negli altri delle nostre convinzioni e di tutto ciò che abbiamo già, in fondo, deciso.

Quanto descritto finora, però, non è necessariamente un male, ed è solo una delle chiavi di lettura di come il Web si inserisce nelle nostre vite: è naturale, in fondo, costruirsi intorno un ambiente confortevole. Tuttavia va tenuto a mente che la propria bolla non corrisponde al mondo, non è rappresentativa della realtà. Una crescita necessita di un confronto con qualcosa di estraneo.

Sono consapevolezze che vanno coltivate.

Noi non siamo la nostra bolla, così come la nostra orma non è il nostro piede. Le tracce che lasciamo non corrispondono alla nostra essenza. La continua scoperta di se stessi, la transizione tra ciò che si conosce di sé e ciò che si potrà conoscere, è il motore del cambiamento di abitudini e gusti.

Le identità mutano proprio grazie alla comunicazione, che permette di scoprirsi reciprocamente, in un gioco di introspezione ed esibizione che ci aiuta a capirci reciprocamente, giorno per giorno.

ABC: P come “Partecipazione”

Ci hanno sempre detto che l’importante non è vincere, ma partecipare. Secondo noi, se partecipi, hai già vinto.

Partiamo da questo assunto: noi trattiamo la partecipazione in relazione alla cosa pubblica. Ci interessa, in questa sede, raccontare che il cittadino ha la possibilità, il diritto e il dovere di prendere una posizione ed esprimerla riguardo la gestione di spazi pubblici e riguardo i cambiamenti che avvengono nel proprio contesto.

Storicamente partecipiamo, ovvero “prendiamo parte” a un processo inerente la cosa pubblica esprimendo un voto e delegando poi ad altri l’onere di entrare in azione: l’effetto è che, spesso, finiamo col percepire come distante e fumoso ciò che ci tocca più da vicino: il nostro quartiere, le vie che ci portano a scuola e al lavoro, i tetti che ritagliano i nostri orizzonti, fisici e mentali. Senza nulla togliere alle basilari pratiche della democrazia rappresentativa, noi abbiamo l’ambizione di spostare l’accento su un meccanismo più coinvolgente e stimolante, più vicino alle esigenze del nostro vivere e del nostro quotidiano e più calato nel nostro tempo. Ebbene, vogliamo mettere in mano la città ai propri legittimi proprietari, i cittadini membri della comunità, contribuenti e pertanto titolari di diritti. Per fare ciò pensiamo che una maniera efficace sia di intraprendere percorsi di progettazione partecipata. Si tratta di un percorso di democrazia diretta durante il quale i portatori di interesse contribuiscono alla progettazione di un prodotto che rifletta i loro gusti e desideri e che sarà fruibile.

Seguiremo le linee guida della Carta della Partecipazione, un documento che ne riassume in maniera semplice e chiara i principi fondamentali. Un processo partecipativo è innanzitutto cooperativo e cerca di riunire e far lavorare alla pari ogni membro della società, incoraggiando rapporti di fiducia fra i singoli e la continua e accessibile informazione sull’andamento del percorso. Promuove un reale ascolto delle opinioni di tutti, coinvolgendo i partecipanti nell’analizzare a fondo i problemi che si pongono; non si tratta però di una somma di idee, bensì di scelte condivise, frutto di mediazione. Chi promuove un processo partecipativo dev’essere super partes e non istigare in alcun modo polarizzazioni o divisioni all’interno del gruppo.

Si dirà: una definizione così sintetica e astratta non potrà mai essere utile a livello pratico e concreto. Getta tuttavia solide basi per comprendere la natura di un percorso di progettazione partecipata, ovvero qualcosa di molto pragmatico, che porta in grembo un cambiamento culturale profondo se accolto sia dai cittadini che dall’amministrazione.
Utopia? Chiediamolo ai vicini di casa milanesi che, a maggio 2015, sul finire del mandato Pisapia, hanno visto approvare il documento in due parti Progettare insieme la città (parte 1 / parte 2), stilato da Comune e professionisti della partecipazione. Il testo verrà adottato in via sperimentale per 2 anni e propone delle linee guida per ogni aspetto del percorso partecipativo: al suo interno si possono infatti trovare le diverse tecniche e metodologie proprie della partecipazione, istruzioni per formare il personale amministrativo dell’ente pubblico, suggerimenti per reperire finanziamenti e coinvolgere in modo costruttivo eventuali privati proprietari di luoghi da riprogettare.

Il Comune di Milano si è dunque reso disponibile (attenzione: non si è obbligato!) a mettere in campo percorsi partecipativi per realizzare progetti urbanistici. Come a dire: il rischio di veder ignorato questo importante testo è praticamente dietro l’angolo ma vale la pena di essere affrontato, non solo a Milano ma in ogni città.

Per approfondire:
La partecipazione dei cittadini: un manuale
(di Patrizia Nanz e Miriam Fritsche)

C’è un nuovo felino in città!

L’ocelotto, Leopardus pardalis, (o anche ocelot, oppure ancora, meno comunemente, ozelot) è l’animale che non ti aspetti. Non è un ghepardo, nè un leopardo (che è una pantera, Panthera Pardus), nè tanto meno un gatto, anche se assomiglia ad ognuno di questi. In effetti ha gli occhi molto più grandi rispetto a un gatto, quindi attenzione perchè, se il gatto rosso di Shrek ha saputo arruffianarvi con i suoi lucciconi, davanti all’ozelot non avreste scampo.

Salvador Dalì, che già di suo era piuttosto eccentrico, ne aveva adottato uno e lo aveva chiamato Babou: probabilmente l’ozelot più popolare dell’ultimo secolo, senz’altro quello più poser e stiloso – qualcuno contesta fosse anche il più triste, ma questa è un’altra storia…

L’obiettivo di Ozelot Lab è semplice e complesso allo stesso tempo: contribuire a creare ciò che non ci si aspetta, l’imprevedibile. L’idea di comunicazione alla base affonda le sue radici nell’esperienza pavese di “Arsenale Creativo”, un’associazione nata nel 2014 con lo scopo di recuperare l’area dismessa dell’ex Arsenale militare cittadino. È stato lì che la forte connessione tra coinvolgimento e messaggio,  tra partecipazione e comunicazione ci è apparsa più evidente: le parole, l’ascolto, la comprensione effettiva sono tratti distintivi dell’una e dell’altra e vanno maneggiati con cura.

Da qui Ozelot Lab, un laboratorio in cui sperimentare nuovi modi di comunicare che siano non solo aderenti alle necessità e alle caratteristiche di chi vi si rivolge ma che, all’occorrenza, sappiano evolvere in esperienze collettive, in cui mettere in sinergia proposte e visioni, ottenendo risultati migliori per tutti.

Perchè se io do un’idea a te e tu ne dai una a me, entrambi abbiamo due idee 🙂