Partecipazione vs Populismo, il match

“Partecipare” per noi significa raccogliere idee e pensieri costruttivi per realizzare un fine e migliorare una condizione carente. Non vogliamo offrire un megafono per i malumori né legittimare posizioni violente ma offrire uno spazio dedicato alla conciliazione dei bisogni e opportunità, un luogo di confronto, un terreno per un miglior vivere.

Vogliamo, a tale proposito, operare una distinzione tra “modello populista” e “modello partecipativo” e la linea di divisione è il modo in cui generano consenso.

In un modello partecipativo gli attori pubblici e privati promuovono il bene della collettività tramite confronto, dando peso alla discussione pubblica, migliorando la qualità del discorso pubblico e permettendo alle persone di comprendersi l’un l’altra, impegnandosi per istituzionalizzare i metodi di partecipazione democratica.

All’interno di un paradigma populista, invece, i leader favoriscono gli interessi particolaristi di una singola fazione in cambio di sostegno. Essi, spesso, manipolano la realtà a loro uso e consumo e la ipersemplificano, la spaccano in due con una accetta: da un lato la società particolare a cui dicono di rivolgersi, stremata e vessata, e dall’altra i poteri forti, sempre malvagi e sordi alle loro esigenze.

La gestione del malcontento cambia nei due casi: nel “modello populista” si attizza il fuoco della rabbia e della frustrazione mentre nel “modello partecipativo” è motore creativo, elemento da incorporare per un nuovo e maggiore consenso.

Da un lato, quindi, abbiamo un atteggiamento di rispetto reciproco, mutuo aiuto nel trovare soluzioni, una crescita personale, una società costruita sull’accordo, dall’altra, invece, una visione della società che ha nella coercizione della maggioranza sulla minoranza il suo leit motiv, la sua essenza e non potrà che portare conflitti in cui il singolo cittadino dovrà schierarsi, riducendo la sua capacità critica. Nella ricerca di consenso, il “modello populista” si spaccia per l’alternativa alla politica classica di cui non è altro che il doppio parodico. a volte contiguo, se non miscelato.

La nostra idea è di non vendere una demagogia ad alta digeribilità o un’idea scadente al discount della democrazia: con onestà intellettuale, pazienza e dando un orecchio e una voce a chi lo vuole proponiamo la nostra idea di una società più giusta; questo è ciò che siamo e quello in cui crediamo.888

Ex raccordo dismesso a Pavia: un laboratorio di progettazione

Quella che segue è la sintesi di quanto emerso dai tavoli di lavoro del laboratorio di progettazione partecipata, svolto il 24 maggio 2017 con tema “Cosa fa bello il quartiere?” legato, in modo particolare, alla zona dell’ex raccordo dismesso.

Non è facile trasmettere l’energia e la vitalità del dialogo, siamo ben consci della difficoltà dell’impresa. Tuttavia vogliamo provare a restituire nella maniera più fedele, chiara e dettagliata possibile quanto è emerso dal gruppo di lavoro, avendo la massima cura di non alterare l’essenza dei pensieri e di tutti gli interventi fatti. Questo breve testo sarà un ricordo del pomeriggio in cui abbiamo scelto di metterci in gioco e di regalare parte del nostro tempo al bene di tutti, in maniera positiva e propositiva; verrà messo a disposizione dell’associazione Moruzzi Road come base di partenza per le sue attività di sensibilizzazione e coinvolgimento degli abitanti del quartiere.

Visione dall’alto

Il quadro che è emerso è positivo, uno spaccato felice, critico e onesto del rapporto tra cittadino e quartiere.
Sono emersi alcuni temi ricorrenti, tra cui l’abbondanza di zone verdi, molto gradite. Il polo scolastico composto dalle tre scuole molto vicine e in più l’oratorio hanno generato una socialità e hanno accorciato la distanza tra le famiglie: i ragazzi diventano dei punti in comune tra gli adulti e delle occasioni di scambio e confronto.
La presenza di servizi essenziali come la farmacia, il supermercato, bar, il negozio connotato come “del vicinato” è stata tenuta in gran conto. Allo stesso modo positivo è stata giudicata la vicinanza con il centro e con l’ospedale, raggiungibili a piedi, e la presenza di installazioni sportive e dei collegi universitari. Il quartiere è sia giovane, poiché abitato da giovani studenti, sia popolato da persone più mature e famiglie. La tranquillità e la sicurezza sono molto apprezzate, alcune persone utilizzano via Moruzzi come passeggiata per andare a messa a San Lanfranco.

Problemi e proposte

Il problema più sentito è legato alla pulizia, in particolare modo agli escrementi dei cani (per quanto sia stato sottolineato che la situazione, nel tempo, è migliorata). La questione delle aree verdi è molto sentita e si articola su vari piani. Da un lato sono stati richiesti dei fiori per abbellire la zona. Dall’altro si vorrebbe arricchire i giardini anche con una identità e una finalità più specifiche. Entrambe le proposte sono modalità per prendersi cura del quartiere. Potrebbe rilevarsi interessante una connessione, fisica e di comunità, tra le varie zone di verde esistenti – oltre a via Moruzzi, ad esempio, quella di via Flarer o di via Aselli – collegandole in una sorta di arteria verde del quartiere.
L’ufficio tecnico del Comune di Pavia, fra le proposte emerse durante il Bilancio Partecipativo del 2016, ha approvato il progetto della ciclabile dalla stazione al Ticino, che passa proprio da via Moruzzi, così da incentivare sia l’utilizzo della bicicletta sia migliorare il collegamento con il resto della città. Sarà anche un’occasione per rivitalizzare e riarredare la strada in questione.

Conclusioni

L’idea estemporanea dell’incontro ha fatto da scintilla per lo scaturire di idee, ha fatto da effetto domino per discutere di uno spazio che tutti utilizziamo.
La filosofia di fondo del metodo applicato è di creare sinergie inaspettate e di fare parlare le persone in modo informale e rilassato. Possiamo dire di esserci riusciti, grazie al contributo, alla generosità e al coraggio di tutti e che l’esito sia stato molto soddisfacente.

ABC: W come “World Cafè”

Il World Cafè è una forma di Progettazione Partecipata che nasce negli Stati Uniti negli anni Novanta.
Il cuore del World Cafè è molto semplice: le intuizioni più calzanti e le conversazioni più ricche maturano in contesti informali, prive di inibizioni e lontane dal peso delle gerarchie. Spesso viene utilizzato per fare discutere i cittadini del destino di aree pubbliche e beni comuni in modo efficace e positivo. Il fine è di creare soluzioni innovative a problemi concreti.

Ma di preciso, che cosa succede?

Affinché ciò accada si avvale di un metodo che conta una serie di fasi.
Gli avventori vengono accolti e invitati a prendere posto in tavolini predisposti. Viene dato loro uno stimolo, una proposta sui cui cominciare a ragionare, in circa un quarto d’ora di tempo.
Un commensale vestirà il ruolo del padrone di casa e appunterà quanto nasce dal dialogo.
Finito il tempo i partecipanti si alzeranno e si mescoleranno ad altri, generando altri tavoli di lavoro. Il padrone di casa li accoglierà e illustrerà loro quanto detto in precedenza. Il tema resterà lo stesso, ma si arricchirà e crescerà ancora: il tavolo è infatti abitato da persone nuove che potranno prendere spunto da quanto già trattato.
Terminati i giri si raccolgono gli scritti, i quali verranno restituiti in plenaria.

Patti chiari, amicizia lunga

1. Chi partecipa è la persona giusta
2. Qualsiasi cosa succeda va bene
3. Si parla a tutti e non ad alcuni
4. Si critica ma non si giudica
5. Non ci sono risposte sbagliate
6. Quando si inizia si inizia
7. Quando si finisce si finisce

Metodo e regole: non limiti, ma possibilità

Ma se l’intenzione è quella di creare l’informalità del bar, perché dotarsi di una metodologia e di regole?
Tali norme sono una sorta di patto tra chi innesca il processo creativo e tra chi sceglie di prenderne parte. Entrambi gli attori hanno bisogno l’uno dell’altro, così come hanno bisogno di conoscere il proprio ruolo, il senso del proprio lavoro e i propri fini.
Si può provare a vedere tali regole non come dei vincoli, ma come delle possibilità. Come una soluzione a un problema. Accade spesso che alcuni soggetti monopolizzino la conversazione, parlino tanto e forte, perché più spontanei, o perché più anziani e più esperti. In un World Cafè ognuno è incoraggiato a partecipare nel rispetto delle proprie peculiarità ed esigenze. E spesso sono le persone magari meno abituate a esprimersi a portare i contributi più sensibili e inaspettati.
Il metodo disciplina la spontaneità del dialogo e l’energia dello scambio, le incanala, ne raccoglie le forze, le tonalità e le differenze e le trasforma in strumenti utili per la collettività. Non addomestica né cancella il potenziale, ma lo indirizza affinché possa esprimere la carica rivoluzionaria.

Ben più di una assemblea

Il World Cafè vuole superare e migliorare l’idea della assemblea, uno strumento utilissimo e nobile la cui importanza va rispettata e impiegata, ma comunque perfettibile.
I piccoli tavoli permettono di non sentirsi atterriti da una folla di estranei giudicanti. La condizione è assolutamente orizzontale: non esistono leader, nessuno sovrasta un altro, nessuno alza la voce. Così come non esiste una soluzione giusta o sbagliata e così come nessuno sarà passibile di critica se silenzioso.
Ognuno ha il diritto di esporsi quanto il diritto di restare in silenzio e ascoltare. L’esperienza è tanto più efficace quanto ognuno si comporti in maniera naturale e in linea con il proprio sentire.

Per tutti questi motivi è necessario dotarsi di indicazioni cristalline, esposte a tutti e valide per tutti.

Ma se si è tutti uguali, che ruolo ha chi organizza?

Chi avvia il processo riveste il ruolo del facilitatore, ovvero colui che accoglie i propri ospiti e incoraggia i rapporti, mettendo i partecipanti nelle migliori condizioni per potersi esprimere. Un facilitatore colma i vuoti, trasforma gli sconosciuti in compagni di lavoro, fa sì che i dialoghi raggiungano il massimo del proprio potenziale, senza divagare o scadere nel battibecco e nella lamentela. Ricorda sempre che lo scopo dell’iniziativa è giungere a un risultato soddisfacente per tutti.
Soprattutto ha il dovere di creare un clima ospitale, un ambiente accogliente, bello da vivere, alternativo al quotidiano, ma comunque pragmatico e attuato per fare funzionare meglio il nostro vivere comune.

Per approfondire:
Breve guida al World Cafè
 (traduzione di Carla Galanti e Mario Gastaldi)
Guida pratica al World Cafè (di Juanita Brown e la World Cafè Community)

Pavia, beni comuni, partecipazione: il nuovo regolamento

Anche il Comune di Pavia, come altri cento in tutta Italia, nel mese di giugno del 2016 ha approvato il Regolamento dei Beni Comuni, promosso dal laboratorio Labsus. Si tratta di un documento che permette ai cittadini di collaborare attivamente con l’amministrazione, nella cura e nella gestione degli spazi urbani, ma non solo.
Ne abbiamo parlato con Alice Moggi, assessore alle Politiche Sociali di Pavia

A chi si rivolge il Regolamento?

A tutti i cittadini ma anche, in un certo senso, allo stesso Comune, che ora dispone di uno strumento più flessibile per gestire le istanze dei cittadini stessi. Ha un ambito di intervento abbastanza ampio, che è quello dei beni comuni: aree e spazi fisici ma anche beni immateriali, come servizi a beneficio della comunità.

Dunque un regolamento aperto e rivolto a tutti. Ma, per proporre un patto al Comune, bisogna essere necessariamente residenti a Pavia?

Non abbiamo considerato quello della residenza come un vincolo: siamo partiti dal presupposto che chi si vuole occupare del recupero di un bene comune lo faccia perché, in qualche modo lo vive.

Come è strutturato un patto di collaborazione con il Comune? Che differenze possono esserci fra un patto e l’altro?

Sono definiti due tipi di patti. I patti ordinari si attivano quasi d’ufficio perché riguardano una gestione semplice di un bene, mentre i patti complessi, come potrebbe essere un accordo per la sistemazione di uno stabile, richiedono un approfondimento maggiore da parte degli organi dirigenziali e politici del Comune.
Chiaramente ogni patto è diverso dall’altro: molto dipende dagli obiettivi che ci si pone, dalle competenze che il cittadino mette a disposizione o dalla disponibilità del Comune a investire proprie risorse.

Uno dei principi su cui si basa il regolamento è quello di fruizione collettiva dei beni comuni. Cosa significa esattamente, e cosa vuol dire prendersi cura di un bene nel rispetto di questo principio?

I beni comuni non sono i beni del Comune, ma dei cittadini. Se io mi metto a disposizione per recuperare il parco davanti a casa non lo faccio perché ne voglio fruire in modo esclusivo, ma per per migliorarlo e “restituirlo” alla comunità.

Sono previsti incentivi per chi decide di collaborare con l’amministrazione? Magari definiti di volta in volta nei singoli patti?

Non abbiamo definito a monte quali possano essere gli incentivi, proprio per poterli individuare anche in base agli interessi del cittadino: potrebbe ad esempio trattarsi di ingressi gratuiti al cinema, a teatro o nei musei o altre soluzioni che rientrino però negli ambiti di competenza del Comune.

Un tema importante è quello delle responsabilità: come viene affrontato e in che modo Comune e cittadini condividono le responsabilità su un bene?

Il regolamento introduce un atto amministrativo di tipo non autoritativo: questo significa che il cittadino non lavora per il Comune, ma si instaura piuttosto un rapporto di collaborazione paritaria. Quando un cittadino decide di partecipare, quindi, si assume automaticamente delle responsabilità, che vengono divise equamente con il Comune. Abbiamo comunque previsto una polizza assicurativa, in caso qualcuno si facesse male!

I cittadini possono decidere di richiedere sponsor o finanziamenti di terze parti?

Certo, l’unico vincolo che poniamo è una completa trasparenza di questi processi: dobbiamo sapere con precisione come vengono spesi finanziamenti esterni su un bene comune.

A giugno 2017 scadrà l’anno di sperimentazione previsto dal Regolamento. Si possono già fare dei primi bilanci? E il Comune quali iniziative prevede per il futuro?

Quest’anno siamo partiti abbastanza piano: prima di tutto è stato necessario lavorare con il personale del Comune, che avrà l’importante ruolo di facilitatore. In secondo luogo, abbiamo cercato, insieme a Labsus, un coordinamento efficace con gli altri comuni lombardi che stanno adottando il regolamento, in modo da scambiarci idee e soluzioni a eventuali problematiche. Una delle cose più difficili resta però riuscire a passare un messaggio positivo ai cittadini, parlare loro di un regolamento che non serve per scaricare responsabilità ma per lavorare insieme.

Che significato ha per te l’amministrazione condivisa?

Il tema fondamentale è riaprire il dialogo con i cittadini, che hanno più volte dimostrato di volersi impegnare attivamente. È evidente innanzitutto che l’ente pubblico non riesce a farsi carico di tutte le esigenze della comunità, ma è vero anche che vivere i luoghi come qualcosa di nostro, assieme agli altri cittadini, ha un valore positivo che lavora proprio sulle relazioni, sul senso di comunità. Troppo spesso i cittadini si sentono imbrigliati in norme burocratiche schizofreniche, non sempre ragionevoli o legate fra loro: questo li allontana dalla cosa pubblica.

Bollicine

Viviamo in bolle.

Probabilmente avete già incontrato qualcuno che vi parlasse della “Bolla dei Social“. Si tratta di quel fenomeno per cui le nostre home page sui siti di Social Network vengono costruite su misura per noi. Facebook, ad esempio, non ci mostra tutto ciò che i nostri amici e le pagine che seguiamo pubblicano, ma filtra i contenuti in base a ciò che potrebbe verosimilmente piacerci (o almeno, la funzione di default è quella). Questo perché l’importante, per chi gestisce il Social Network, è il tempo che si passa sulla singola piattaforma e come lo si trascorre.

Gradualmente gli algoritmi ci stanno isolando in bolle. Vediamo i contenuti che ci possono interessare, che ci arrivano perché selezionati in base alle nostre preferenze, senza contare la lunga serie di filtri che ognuno può applicare per personalizzare ulteriormente il flusso di informazioni. La profilazione, da una parte, migliora la nostra esperienza utente, ci cuce addosso ciò di cui abbiamo bisogno, ci rassicura, è sempre presente con la soluzione giusta al momento giusto; dall’altra ci esclude dal confronto, ci esclude dal sapere ciò che è altro da noi, ciò che è diverso e che ci potrebbe piacere. Il Web sta smettendo di essere plurale, o meglio: nel suo insieme continua ad esserlo ma per noi, nella nostra singolarità, dalla nostra prospettiva personale, lo è sempre meno.

Anche nel nostro quotidiano viviamo in bolle, perché la cosa ci rassicura: i nostri amici, i nostri rapporti più intimi, li troviamo con persone che hanno idee vicine alle nostre, troviamo conferme negli altri delle nostre convinzioni e di tutto ciò che abbiamo già, in fondo, deciso.

Quanto descritto finora, però, non è necessariamente un male, ed è solo una delle chiavi di lettura di come il Web si inserisce nelle nostre vite: è naturale, in fondo, costruirsi intorno un ambiente confortevole. Tuttavia va tenuto a mente che la propria bolla non corrisponde al mondo, non è rappresentativa della realtà. Una crescita necessita di un confronto con qualcosa di estraneo.

Sono consapevolezze che vanno coltivate.

Noi non siamo la nostra bolla, così come la nostra orma non è il nostro piede. Le tracce che lasciamo non corrispondono alla nostra essenza. La continua scoperta di se stessi, la transizione tra ciò che si conosce di sé e ciò che si potrà conoscere, è il motore del cambiamento di abitudini e gusti.

Le identità mutano proprio grazie alla comunicazione, che permette di scoprirsi reciprocamente, in un gioco di introspezione ed esibizione che ci aiuta a capirci reciprocamente, giorno per giorno.

ABC: P come “Partecipazione”

Ci hanno sempre detto che l’importante non è vincere, ma partecipare. Secondo noi, se partecipi, hai già vinto.

Partiamo da questo assunto: noi trattiamo la partecipazione in relazione alla cosa pubblica. Ci interessa, in questa sede, raccontare che il cittadino ha la possibilità, il diritto e il dovere di prendere una posizione ed esprimerla riguardo la gestione di spazi pubblici e riguardo i cambiamenti che avvengono nel proprio contesto.

Storicamente partecipiamo, ovvero “prendiamo parte” a un processo inerente la cosa pubblica esprimendo un voto e delegando poi ad altri l’onere di entrare in azione: l’effetto è che, spesso, finiamo col percepire come distante e fumoso ciò che ci tocca più da vicino: il nostro quartiere, le vie che ci portano a scuola e al lavoro, i tetti che ritagliano i nostri orizzonti, fisici e mentali. Senza nulla togliere alle basilari pratiche della democrazia rappresentativa, noi abbiamo l’ambizione di spostare l’accento su un meccanismo più coinvolgente e stimolante, più vicino alle esigenze del nostro vivere e del nostro quotidiano e più calato nel nostro tempo. Ebbene, vogliamo mettere in mano la città ai propri legittimi proprietari, i cittadini membri della comunità, contribuenti e pertanto titolari di diritti. Per fare ciò pensiamo che una maniera efficace sia di intraprendere percorsi di progettazione partecipata. Si tratta di un percorso di democrazia diretta durante il quale i portatori di interesse contribuiscono alla progettazione di un prodotto che rifletta i loro gusti e desideri e che sarà fruibile.

Seguiremo le linee guida della Carta della Partecipazione, un documento che ne riassume in maniera semplice e chiara i principi fondamentali. Un processo partecipativo è innanzitutto cooperativo e cerca di riunire e far lavorare alla pari ogni membro della società, incoraggiando rapporti di fiducia fra i singoli e la continua e accessibile informazione sull’andamento del percorso. Promuove un reale ascolto delle opinioni di tutti, coinvolgendo i partecipanti nell’analizzare a fondo i problemi che si pongono; non si tratta però di una somma di idee, bensì di scelte condivise, frutto di mediazione. Chi promuove un processo partecipativo dev’essere super partes e non istigare in alcun modo polarizzazioni o divisioni all’interno del gruppo.

Si dirà: una definizione così sintetica e astratta non potrà mai essere utile a livello pratico e concreto. Getta tuttavia solide basi per comprendere la natura di un percorso di progettazione partecipata, ovvero qualcosa di molto pragmatico, che porta in grembo un cambiamento culturale profondo se accolto sia dai cittadini che dall’amministrazione.
Utopia? Chiediamolo ai vicini di casa milanesi che, a maggio 2015, sul finire del mandato Pisapia, hanno visto approvare il documento in due parti Progettare insieme la città (parte 1 / parte 2), stilato da Comune e professionisti della partecipazione. Il testo verrà adottato in via sperimentale per 2 anni e propone delle linee guida per ogni aspetto del percorso partecipativo: al suo interno si possono infatti trovare le diverse tecniche e metodologie proprie della partecipazione, istruzioni per formare il personale amministrativo dell’ente pubblico, suggerimenti per reperire finanziamenti e coinvolgere in modo costruttivo eventuali privati proprietari di luoghi da riprogettare.

Il Comune di Milano si è dunque reso disponibile (attenzione: non si è obbligato!) a mettere in campo percorsi partecipativi per realizzare progetti urbanistici. Come a dire: il rischio di veder ignorato questo importante testo è praticamente dietro l’angolo ma vale la pena di essere affrontato, non solo a Milano ma in ogni città.

Per approfondire:
La partecipazione dei cittadini: un manuale
(di Patrizia Nanz e Miriam Fritsche)

C’è un nuovo felino in città!

L’ocelotto, Leopardus pardalis, (o anche ocelot, oppure ancora, meno comunemente, ozelot) è l’animale che non ti aspetti. Non è un ghepardo, nè un leopardo (che è una pantera, Panthera Pardus), nè tanto meno un gatto, anche se assomiglia ad ognuno di questi. In effetti ha gli occhi molto più grandi rispetto a un gatto, quindi attenzione perchè, se il gatto rosso di Shrek ha saputo arruffianarvi con i suoi lucciconi, davanti all’ozelot non avreste scampo.

Salvador Dalì, che già di suo era piuttosto eccentrico, ne aveva adottato uno e lo aveva chiamato Babou: probabilmente l’ozelot più popolare dell’ultimo secolo, senz’altro quello più poser e stiloso – qualcuno contesta fosse anche il più triste, ma questa è un’altra storia…

L’obiettivo di Ozelot Lab è semplice e complesso allo stesso tempo: contribuire a creare ciò che non ci si aspetta, l’imprevedibile. L’idea di comunicazione alla base affonda le sue radici nell’esperienza pavese di “Arsenale Creativo”, un’associazione nata nel 2014 con lo scopo di recuperare l’area dismessa dell’ex Arsenale militare cittadino. È stato lì che la forte connessione tra coinvolgimento e messaggio,  tra partecipazione e comunicazione ci è apparsa più evidente: le parole, l’ascolto, la comprensione effettiva sono tratti distintivi dell’una e dell’altra e vanno maneggiati con cura.

Da qui Ozelot Lab, un laboratorio in cui sperimentare nuovi modi di comunicare che siano non solo aderenti alle necessità e alle caratteristiche di chi vi si rivolge ma che, all’occorrenza, sappiano evolvere in esperienze collettive, in cui mettere in sinergia proposte e visioni, ottenendo risultati migliori per tutti.

Perchè se io do un’idea a te e tu ne dai una a me, entrambi abbiamo due idee 🙂