Biden VS Trump: come reagire ad un falso?

Sono passate poche ore dal primo dibattito tra Trump e Biden per le elezioni americane del 2020 e, forse, già non si sente il bisogno di altri appuntamenti. Mentre vari istituti cercano di dire la loro sul se e come questo “incontro” abbia inciso sull’opinione pubblica, personalmente sono più interessato alla dinamica tale per cui reciprocamente i due candidati si accusavano l’un l’altro di qualcosa e si difendevano dicendo semplicemente: “è falso”. Ecco, nonostante riesca a mettere dei punti fermi sulla questione, che esporrò in seguito, proprio non riesco a farmi un quadro che mi dia un senso di completezza sull’argomento.

Ma andiamo con ordine: in una contesa politica, a chi interessa realmente se menti?

Innanzitutto c’è un pubblico ristretto che potrebbe, eventualmente, cambiare la propria intenzione di voto, il che può significare sia scegliere un candidato diverso oppure decidere di non votare. Quando non puoi convincerli a votare per te, anche convincerli a non votare è una straordinaria vittoria.

Chi è convinto e inamovibile sulle proprie intenzioni andrebbe preso in considerazione solo per sfruttare le sue possibili reazioni a dichiarazioni particolari: in questo modo si andrebbe a creare una sorta di “narrazione corale” che agirebbe sempre sullo stesso segmento, ovvero quello di coloro che potrebbero cambiare atteggiamento. Certo, qui poi ci possono essere più segmentazioni ma il discrimine più netto è fra quelli che cambiano idea perché un politico ha un atteggiamento ambiguo e quelli che la cambiano invece per il tema di cui il politico parla.

Quindi, abbiamo il nostro segmento [Persone che possono cambiare atteggiamento] suddiviso in [Persone morali] e [Portatori di interessi, o Stakeholder]. Nella realtà, naturalmente, la distinzione non è così netta: uno stakeholder potrebbe trovarsi a dire che sì, vuole fare i propri interessi o supportare iniziative a lui congeniali ma che, in mancanza di fiducia nel politico, quindi dando un giudizio morale, potrebbe benissimo far prevalere questo aspetto. Le persone morali hanno bisogno di sentire che sei un politico sincero a prescindere; agli stakeholder, invece, interessa che tu appartenga a un certo campo, che farai certe cose.

Nasce perciò una nuova domanda: in che modo le persone si approcciano alla politica e, quindi, al dibattito?

La cornice dei dibattiti non è tagliata per fare emergere la concretezza della politica, ma piuttosto per evidenziarne gli aspetti più superficiali, più di immagine. Questo è un fattore fondamentale per capire alcune dinamiche. Mostrarsi come il pubblico ti vorrebbe, posizionarsi con uno stile remissivo o aggressivo, solido ideologicamente o pragmaticamente flessibile: sono tutte decisioni che influenzano il modo in cui si risponde alle domande.

Quando cominciano a volare le accuse, poi, diventa spesso superfluo cercare di mostrare delle prove per difendersi, e anzi talvolta è controproducente stare a questo gioco, soprattutto se un’accusa non è facilmente dimostrabile/confutabile o se le controprove sono facilmente manipolabili. Cioè quasi sempre. Anche nel cercare di “spiegare” spesso il risultato è solo quello di impantanarsi nelle affermazioni dell’avversario e più si cerca di liberarsi più si resta fossilizzati sulla definizione altrui, una sorta di reopessia. Forse a quel punto ribadire la propria posizione in maniera chiara e forte è una possibilità.

Se chi accusa è quindi avvantaggiato, deve però possedere dei requisiti per essere efficace. Prima di tutto il contesto e la sua storia gli devono essere favorevoli. Ad esempio ammettere una propria debolezza rende più credibile il rifiuto ad una accusa più grave: magari sono vere entrambe le accuse, o nessuna delle due, ma l’effetto di mostrare pieni e vuoti rende maggiormente credibile la persona. Dall’altra parte, se si ha una storia di accuse infondate, bugie e comportamenti ambigui, si sarà molto meno credibili e, anzi, forse si farà la figura del “contaballe viscido”, cornice che Biden ha cercato di ricamare attorno a Trump con quel “tutti sanno che sei un bugiardo”. Mancava solo il “classic Donald”, “il solito Donald”.

Infine, ci sono gli attacchi personali: quanto è veramente apprezzato questo comportamento? Difficile a dirsi. Di certo c’è qualcuno che vuole che alcune persone siano dipinte in un certo modo, e vedendo che qualcuno le definisce proprio in quella maniera, sono contente e, anzi, amplificano il messaggio, costituendo quella massa corale di cui sopra. A livello comunicativo, può essere un bel vantaggio. D’altra parte è però anche vero che c’è chi non apprezza attacchi diretti e personali quindi, a volte, si preferisce che certi messaggi più “gretti” escano dalla massa o da gregari piuttosto che dal frontman.

In definitiva, è una battaglia di apparenze e appartenenze, di definizioni. Qualsiasi strategia, però, deve essere raffrontata al solo segmento di riferimento, ossia “persone che possono cambiare il proprio atteggiamento”: per tutti gli altri è come andare a teatro.

Con parecchi dubbi ancora, rimango fedele all’idea che la solidità di una immagine forgiata nel tempo risolva molti problemi che invece una carriera feroce e rapida, più prima che poi, presenta.

Perché i politici di oggi devono avere una autonomia maggiore?

Oggi, forse più di ieri, siamo scontenti dei nostri rappresentanti. I motivi sono molteplici. Giusto per citarne alcuni dei più ovvi: la maggior complessità del mondo moderno, le grandi modificazioni del tessuto socioeconomico a livello globale, l’inadeguatezza delle ideologie e dei modelli nonché della “liquidità” con cui i politici vi si approcciano, ora sì, ora no, forti di una generale stratificazione che non distingue i vari schemi di giusto e sbagliato. Certo, un popolo non adotterà mai, veramente e in maniera completa, uno schema e quindi queste stratificazioni sono naturali, ma per prendere una direzione tocca scegliere un modello di riferimento.

La questione di cui voglio parlare è legata a questo tipo di problematiche: mi riferisco all’autonomia che i politici dovrebbero avere, specie quelli più “piccoli”, prossimi alla comunità che richiede loro risposte a velocità prima impensabili. Una richiesta che si fa sentire specialmente con l’avvento dei social che mettono in pubblica piazza il rapporto tra elettore ed eletto, in tempo reale: il politico sente l’urgenza del dover dare una risposta senza neanche avere il tempo necessario all’approfondimento delle questioni per poter formulare un giudizio sensato.

Il che lascia all’eletto quattro possibilità:

  1. Prendere una posizione a prescindere
  2. Prendere tempo
  3. Dare una risposta piena di subordinate al condizionale che creano più confusione che certezze
  4. Ammettere la propria inconsistenza sul tema (il che, se ci pensate, sarebbe la cosa più umana ma al contempo quella che siamo meno disposti a digerire).

Ciascuna di queste posizioni ha i propri pro e contro, a seconda anche dell’elettorato di riferimento, e chiedere a un rappresentante di non tenerne conto rischia di minare il potere contrattuale della propria rappresentanza e, in definitiva, gli interessi e il “bene” dell’elettorato stesso.

Se usare una certa cautela o prendere tempo può essere tollerato di fronte a una notizia improvvisa, ma comunque non “troppo” tempo, questo non può avvenire per questioni più grandi e che sono montate magari per mesi. Penso ad esempio a un grande progetto di una amministrazione che deve essere attenzionato fin da subito, sul quale un politico deve porre domande e offrire consigli, invece di criticarlo solo a posteriori, dimostrando che il principio di Peter* vale anche per lui.

L’unica soluzione a una richiesta di risposte il più possibile oggettive in minor tempo non può che essere una maggiore preparazione e quindi una maggiore autonomia. Non c’è scorciatoia, specie per chi non può permettersi uno staff che sia praticamente una propria estensione, ossia una estremamente piccola minoranza di chi fa politica dentro le istituzioni.

Certo, ci sono i colleghi, gli amici, magari anche qualche consulente, ma non solo i tempi di reazione possono essere dei più disparati, non solo bisogna porre estrema fiducia in questi, ma alla fine si è sempre soli di fronte all’elettorato. Le persone pretendono risposte più in fretta, più precise, più risolutive.

Ma su cosa bisognerebbe avere, per lo meno, una infarinatura?

Prima di tutto, su ogni aspetto che riguarda il ruolo ricoperto (regolamenti degli organi, normative varie e un po’ di diritto amministrativo) e, altrettanto importante, la conoscenza del territorio o del tema centrale dell’ente.
In secondo luogo, ciò che riguarda la comunicazione e la gestione delle aspettative del proprio elettorato: costruire un rapporto di fiducia e trasparente aiuta nel rallentare l’impellenza (che, alla fine, spesso non è neanche giustificata) di avere risposte.
Infine, un terzo aspetto importante è aver le idee chiare su come si implementa un progetto per poter portare a compimento le proprie parole.

Non si tratta di un percorso immediato: altre vie, più incentrate sulla “immagine”, potrebbero sembrare maggiormente efficienti (vedasi ad esempio tutte le strategie di comunicazione che non fanno appiglio su una base ideologica ma sul “sentiment” istantaneo della popolazione), ma la costruzione di una carriera politica duratura non può prescindere da una solida base di “sostanza”.

*Principio secondo cui “In una gerarchia, ogni dipendente tende a salire di grado fino al proprio livello di incompetenza”.