Politica e Politiche

La lingua a volte non aiuta. Pensate solo al fenomeno della enantiosemia, dove una parola significa una cosa e il suo contrario (l’ospite è sia per chi ospita sia per chi viene ospitato).

In Italiano, “Politica” significa sia l’insieme di strategie, norme e strumenti atti a organizzare una situazione (le politiche industriali, la politica energetica del paese…) sia tutto ciò che riguarda i rapporti tra le forze politiche all’interno degli organi decisionali. Per intenderci più facilmente, prendiamo in prestito gli equivalenti inglesi: le politiche, intese come amministrazione di un settore, sono le “policies“, mentre i rapporti tra i soggetti politici sono le “politics“.

Vi è un stretto rapporto tra policies e politics: spesso le politics si basano sulla convergenza verso delle policies comuni e perdono di senso senza elaborare delle policies adeguate alle aspettative.

Se consideriamo i nostri sistemi democratici come delle istantanee del volere popolare che, in un dato momento, legittima alcune persone a esercitare un potere (con certi modi, con certi limiti) allora va da sé che ci debba essere una qualche concertazione sulla base di questa istantanea. Questo vale sia per i sistemi maggioritari che per quelli proporzionali. Le politics si rendono necessarie affinché avvenga un cambiamento reale e tangibile nella società, attraverso le policies concordate.

Si tratta quindi di una gestione del consenso che permette la gestione dello Stato, il concreto amministrare. Le capacità dei politici si dovrebbero misurare su questi due aspetti, intersecati ma distinti, come le corde di una fune.

Certamente non è un sistema privo di rischi, dove le politics per le politics, ovvero la gestione del potere per il potere stesso, possono prendere il sopravvento: e qui dovremmo intervenire noi come popolo, andando a punire certe condotte, non accordando più a certe persone e certe formazioni la nostra fiducia. Il condizionale è d’obbligo.

Foto di Vianney Dugrain da Pixabay
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Non è un bug, è una feature: errori (e non) dei politici

Capita a tutti di sbagliare. Essendo i politici persone, capita pure a loro. Come reagiamo ai nostri sbagli, però, è ciò che ci qualifica come adatti o meno alla gestione del potere. Solo chi sa ammettere i propri errori è adatto al comando, dimostrando di essere capace di una evoluzione e di un miglioramento.

Cosa è un “errore”, però?

Un progetto che non si è concluso come sperato può essere definito “errore amministrativo” o meglio, “errore di scollamento dalle aspettative”. Un atto considerato poco morale è un “errore morale” o meglio, un “errore da scollamento dai valori”. Infine, uscite poco felici sono un “errore comunicativo” o meglio, un “errore da scollamento dalla comunità”. Quindi non si tratta mai di errori in senso assoluto, ma di errori relativi al contesto. Anche truffare lo Stato, che dovrebbe essere la macchia più infamante per un amministratore, potrebbe non rivelarsi tale se la propria comunità di riferimento avesse come valore la truffa allo Stato.

Escludiamo quindi fin da subito tutto ciò con cui, semplicemente, “non siamo d’accordo”. Se tutto va come preventivato “non è un bug, è una feature”, “non è un errore, è una caratteristica”.

Ritornare alla situazione di “aderenza” rispetto a ciò che ci si aspetta da noi, dai nostri progetti e dalle nostre azioni è sicuramente la strategia migliore, in modo da riconciliare i propri comportamenti con il mondo a cui si appartiene.

In caso di errore “amministrativo” si potrebbe iniziare sottolineando i risultati positivi ottenuti (magari l’azione compiuta non è molto efficiente ma è efficace), per poi proporre soluzioni ai problemi emersi.

Un esempio recente è il Reddito di Cittadinanza che, a fronte di grossi investimenti, non è riuscito a collocare lavorativamente il numero di persone preventivato. Una corretta gestione di questo errore metterebbe in evidenza i lati positivi (ad esempio il fuoriuscire di alcuni individui dalla situazione di difficoltà economica) e farebbe proposte di riforma (ad esempio sul piano delle politiche attive del lavoro) oppure individuerebbe altrove le cause di una stagnazione dei servizi connessi al Reddito di Cittadinanza e proporrebbe riforme in quell’ambito (economia che non cresce).

Invece un errore “morale” potrebbe essere più complesso e meno facilmente gestibile. Andrebbe innanzitutto affrontato in maniera tempestiva: attendere che venga alla luce per poi intervenire diminuisce, e di molto, la possibilità di riconciliarsi con quei valori a cui la comunità di riferimento aspira. Prima di tutto, bisogna ripagare i danni fatti, sia questo un “ripagare” economico, penale, amministrativo o verso la società civile. Essendo queste situazioni delle più variegate è impossibile dire a priori quale sia la condotta più adeguata, tuttavia maggiore è la reale volontà di porre rimedio migliore sarà l’effetto.

Un esempio recente lo abbiamo avuto con il caso dell’indennità di 600 euro per il Covid-19: alcuni esponenti politici, che non ne avevano immediato bisogno, ne hanno fatto comunque uso. Ovviamente non è nulla di illegale ma a molti è sembrato un gesto poco opportuno. Tra i politici, quello che mi ha colpito di più per la sua “malagestione” dell’errore è Ubaldo Bocci. Questi ha inizialmente dichiarato di aver chiesto i soldi per “fare beneficenza”, poi che “li ha chiesti il suo commercialista” e, infine, che l’ha fatto “per dimostrare che il sistema non funzionava”. In piena tempesta, dare tre scuse diverse ha reso molto poco credibili le sue spiegazioni. Se possiamo considerare il “fare beneficenza” come una toppa al problema e il “li ha chiesti il commercialista” come un allontanare da sé la colpa, il tutto è caduto quando ha aggiunto uno scopo preciso alle sue azioni, demolendo con le proprie mani la sua ricostruzione dell’accaduto. Immaginiamo invece di rimandare indietro l’orologio e vedere come avrebbe potuto gestire diversamente la questione, sfruttando le sue stesse giustificazioni.

Poniamo che sia vero che il commercialista abbia fatto richiesta a sua insaputa e Bocci si sia trovato con 600 euro moralmente ambigui. Venire subito fuori con la questione, senza aspettare di essere scoperto, e contestualmente donarne altrettanti suoi, e in maniera visibile, l’avrebbe posto al di fuori del sospetto di averli chiesti per sé. Inoltre, immaginando che la sua situazione economica gli permetta di dormire sonni beati, avrebbe potuto contestualmente scagliarsi contro un’iniziativa che a suo avviso non funziona, ritenendo ingiusto che chiunque potesse chiedere quella indennità. Gli elementi sono gli stessi, ma la tempistica e le contromisure prese diventano essenziali per una narrazione convincente.

Infine, l’errore “comunicativo”. Probabilmente l’errore più comune, quello con cui si ha a che fare più spesso. Tendenzialmente viene risolto all’interno del piano di comunicazione di cui persone, gruppi o partiti si muniscono. Anche stavolta la questione è “a chi parliamo”. Prendiamo ad esempio le parole di Sala, sindaco di Milano, alla riapertura del lockdown del 2020: in sostanza, diceva che era tempo per i milanesi di tornare a lavorare nei loro uffici. I motivi politici di queste affermazioni sono numerosi: il sistema della ristorazione milanese vive di persone che pranzano durante la pausa di lavoro, del caffè preso al bar al mattino, dell’aperitivo dopo le 18.00. Con il lockdown e lo smartworking gli introiti per questi esercizi si sono ridotti notevolmente, andando ad intaccare un sistema economico consolidato la cui conversione, sempre se si voglia cambiare, dovrebbe richiedere tempo e strategie per non creare danni, oltre a una buona dose di rassicurazioni sul fatto che “Milano sa fare le cose, quindi Milano è sicura”. Però, quelle affermazioni, furono lette come un “lo smartworking non è lavoro” facendo finire il sindaco in una (ennesima) bufera mediatica. Come affrontare l’errore? Ritornare sulla questione non credo potrebbe essere interessante, significherebbe riaccendere una polemica. In questo caso sarebbe più conveniente comprendere i motivi profondi della polemica e cercare di riallacciare i rapporti con la comunità di riferimento, ad esempio mostrando i risultati e le azioni intraprese per rendere lo smartworking una alternativa effettiva.

In generale, è meglio cercare di guardare avanti. Gli avvenimenti non si cancellano e possiamo solo mostrare la nostra buona volontà nel risolvere le problematiche, anche quando vengono da noi.

Biden VS Trump: come reagire ad un falso?

Gatti Trump e Biden

Sono passate poche ore dal primo dibattito tra Trump e Biden per le elezioni americane del 2020 e, forse, già non si sente il bisogno di altri appuntamenti. Mentre vari istituti cercano di dire la loro sul se e come questo “incontro” abbia inciso sull’opinione pubblica, personalmente sono più interessato alla dinamica tale per cui reciprocamente i due candidati si accusavano l’un l’altro di qualcosa e si difendevano dicendo semplicemente: “è falso”. Ecco, nonostante riesca a mettere dei punti fermi sulla questione, che esporrò in seguito, proprio non riesco a farmi un quadro che mi dia un senso di completezza sull’argomento.

Ma andiamo con ordine: in una contesa politica, a chi interessa realmente se menti?

Innanzitutto c’è un pubblico ristretto che potrebbe, eventualmente, cambiare la propria intenzione di voto, il che può significare sia scegliere un candidato diverso oppure decidere di non votare. Quando non puoi convincerli a votare per te, anche convincerli a non votare è una straordinaria vittoria.

Chi è convinto e inamovibile sulle proprie intenzioni andrebbe preso in considerazione solo per sfruttare le sue possibili reazioni a dichiarazioni particolari: in questo modo si andrebbe a creare una sorta di “narrazione corale” che agirebbe sempre sullo stesso segmento, ovvero quello di coloro che potrebbero cambiare atteggiamento. Certo, qui poi ci possono essere più segmentazioni ma il discrimine più netto è fra quelli che cambiano idea perché un politico ha un atteggiamento ambiguo e quelli che la cambiano invece per il tema di cui il politico parla.

Quindi, abbiamo il nostro segmento [Persone che possono cambiare atteggiamento] suddiviso in [Persone morali] e [Portatori di interessi, o Stakeholder]. Nella realtà, naturalmente, la distinzione non è così netta: uno stakeholder potrebbe trovarsi a dire che sì, vuole fare i propri interessi o supportare iniziative a lui congeniali ma che, in mancanza di fiducia nel politico, quindi dando un giudizio morale, potrebbe benissimo far prevalere questo aspetto. Le persone morali hanno bisogno di sentire che sei un politico sincero a prescindere; agli stakeholder, invece, interessa che tu appartenga a un certo campo, che farai certe cose.

Nasce perciò una nuova domanda: in che modo le persone si approcciano alla politica e, quindi, al dibattito?

La cornice dei dibattiti non è tagliata per fare emergere la concretezza della politica, ma piuttosto per evidenziarne gli aspetti più superficiali, più di immagine. Questo è un fattore fondamentale per capire alcune dinamiche. Mostrarsi come il pubblico ti vorrebbe, posizionarsi con uno stile remissivo o aggressivo, solido ideologicamente o pragmaticamente flessibile: sono tutte decisioni che influenzano il modo in cui si risponde alle domande.

Quando cominciano a volare le accuse, poi, diventa spesso superfluo cercare di mostrare delle prove per difendersi, e anzi talvolta è controproducente stare a questo gioco, soprattutto se un’accusa non è facilmente dimostrabile/confutabile o se le controprove sono facilmente manipolabili. Cioè quasi sempre. Anche nel cercare di “spiegare” spesso il risultato è solo quello di impantanarsi nelle affermazioni dell’avversario e più si cerca di liberarsi più si resta fossilizzati sulla definizione altrui, una sorta di reopessia. Forse a quel punto ribadire la propria posizione in maniera chiara e forte è una possibilità.

Se chi accusa è quindi avvantaggiato, deve però possedere dei requisiti per essere efficace. Prima di tutto il contesto e la sua storia gli devono essere favorevoli. Ad esempio ammettere una propria debolezza rende più credibile il rifiuto ad una accusa più grave: magari sono vere entrambe le accuse, o nessuna delle due, ma l’effetto di mostrare pieni e vuoti rende maggiormente credibile la persona. Dall’altra parte, se si ha una storia di accuse infondate, bugie e comportamenti ambigui, si sarà molto meno credibili e, anzi, forse si farà la figura del “contaballe viscido”, cornice che Biden ha cercato di ricamare attorno a Trump con quel “tutti sanno che sei un bugiardo”. Mancava solo il “classic Donald”, “il solito Donald”.

Infine, ci sono gli attacchi personali: quanto è veramente apprezzato questo comportamento? Difficile a dirsi. Di certo c’è qualcuno che vuole che alcune persone siano dipinte in un certo modo, e vedendo che qualcuno le definisce proprio in quella maniera, sono contente e, anzi, amplificano il messaggio, costituendo quella massa corale di cui sopra. A livello comunicativo, può essere un bel vantaggio. D’altra parte è però anche vero che c’è chi non apprezza attacchi diretti e personali quindi, a volte, si preferisce che certi messaggi più “gretti” escano dalla massa o da gregari piuttosto che dal frontman.

In definitiva, è una battaglia di apparenze e appartenenze, di definizioni. Qualsiasi strategia, però, deve essere raffrontata al solo segmento di riferimento, ossia “persone che possono cambiare il proprio atteggiamento”: per tutti gli altri è come andare a teatro.

Con parecchi dubbi ancora, rimango fedele all’idea che la solidità di una immagine forgiata nel tempo risolva molti problemi che invece una carriera feroce e rapida, più prima che poi, presenta.

Perché i politici di oggi devono avere una autonomia maggiore?

Gatto su un albero

Oggi, forse più di ieri, siamo scontenti dei nostri rappresentanti. I motivi sono molteplici. Giusto per citarne alcuni dei più ovvi: la maggior complessità del mondo moderno, le grandi modificazioni del tessuto socioeconomico a livello globale, l’inadeguatezza delle ideologie e dei modelli nonché della “liquidità” con cui i politici vi si approcciano, ora sì, ora no, forti di una generale stratificazione che non distingue i vari schemi di giusto e sbagliato. Certo, un popolo non adotterà mai, veramente e in maniera completa, uno schema e quindi queste stratificazioni sono naturali, ma per prendere una direzione tocca scegliere un modello di riferimento.

La questione di cui voglio parlare è legata a questo tipo di problematiche: mi riferisco all’autonomia che i politici dovrebbero avere, specie quelli più “piccoli”, prossimi alla comunità che richiede loro risposte a velocità prima impensabili. Una richiesta che si fa sentire specialmente con l’avvento dei social che mettono in pubblica piazza il rapporto tra elettore ed eletto, in tempo reale: il politico sente l’urgenza del dover dare una risposta senza neanche avere il tempo necessario all’approfondimento delle questioni per poter formulare un giudizio sensato.

Il che lascia all’eletto quattro possibilità:

  1. Prendere una posizione a prescindere
  2. Prendere tempo
  3. Dare una risposta piena di subordinate al condizionale che creano più confusione che certezze
  4. Ammettere la propria inconsistenza sul tema (il che, se ci pensate, sarebbe la cosa più umana ma al contempo quella che siamo meno disposti a digerire).

Ciascuna di queste posizioni ha i propri pro e contro, a seconda anche dell’elettorato di riferimento, e chiedere a un rappresentante di non tenerne conto rischia di minare il potere contrattuale della propria rappresentanza e, in definitiva, gli interessi e il “bene” dell’elettorato stesso.

Se usare una certa cautela o prendere tempo può essere tollerato di fronte a una notizia improvvisa, ma comunque non “troppo” tempo, questo non può avvenire per questioni più grandi e che sono montate magari per mesi. Penso ad esempio a un grande progetto di una amministrazione che deve essere attenzionato fin da subito, sul quale un politico deve porre domande e offrire consigli, invece di criticarlo solo a posteriori, dimostrando che il principio di Peter* vale anche per lui.

L’unica soluzione a una richiesta di risposte il più possibile oggettive in minor tempo non può che essere una maggiore preparazione e quindi una maggiore autonomia. Non c’è scorciatoia, specie per chi non può permettersi uno staff che sia praticamente una propria estensione, ossia una estremamente piccola minoranza di chi fa politica dentro le istituzioni.

Certo, ci sono i colleghi, gli amici, magari anche qualche consulente, ma non solo i tempi di reazione possono essere dei più disparati, non solo bisogna porre estrema fiducia in questi, ma alla fine si è sempre soli di fronte all’elettorato. Le persone pretendono risposte più in fretta, più precise, più risolutive.

Ma su cosa bisognerebbe avere, per lo meno, una infarinatura?

Prima di tutto, su ogni aspetto che riguarda il ruolo ricoperto (regolamenti degli organi, normative varie e un po’ di diritto amministrativo) e, altrettanto importante, la conoscenza del territorio o del tema centrale dell’ente.
In secondo luogo, ciò che riguarda la comunicazione e la gestione delle aspettative del proprio elettorato: costruire un rapporto di fiducia e trasparente aiuta nel rallentare l’impellenza (che, alla fine, spesso non è neanche giustificata) di avere risposte.
Infine, un terzo aspetto importante è aver le idee chiare su come si implementa un progetto per poter portare a compimento le proprie parole.

Non si tratta di un percorso immediato: altre vie, più incentrate sulla “immagine”, potrebbero sembrare maggiormente efficienti (vedasi ad esempio tutte le strategie di comunicazione che non fanno appiglio su una base ideologica ma sul “sentiment” istantaneo della popolazione), ma la costruzione di una carriera politica duratura non può prescindere da una solida base di “sostanza”.

*Principio secondo cui “In una gerarchia, ogni dipendente tende a salire di grado fino al proprio livello di incompetenza”.