Ipercomplessità: che fare?

Dobbiamo fare i conti con una grande verità: la nostra società è altamente complessa e spesso assume sembianze multi problematiche. Se accettiamo la complessità, la sfida della complessità, e ci sforziamo di esserne all’altezza, dovremmo fare i conti anche con i sentimenti umani che nascono in risposta, come rabbia o rassegnazione, che sono parte della complessità stessa.

La rabbia non è un’emozione puerile o insignificante e anche con lei bisogna misurarsi. La rabbia abbatte e si esaurisce in se stessa. Se vogliamo innescare un cambiamento profondo e duraturo, i sentimenti accesi possono essere un buon punto di partenza, ma per proseguire, per affrontare le difficoltà, per creare un dialogo e diventare interlocutori credibili vanno raffinati e indirizzati, trasformati in un potenziale creativo e non solo distruttivo: per generare un processo efficace servono tempo, fatica, studio e dedizione e lo sfogo livoroso non basta.

Se questo non avviene, spenta la rabbia, di fronte alla complessità rimane la rassegnazione: la sensazione spiazzante che i problemi siano troppo grandi, intricati, granitici e non aggredibili lascia inermi e immobili.

Dobbiamo, quindi, fare i conti con un’altra seconda verità: ognuno ha frammenti di conoscenza, più o meno ampi, più o meno importanti e per avere un quadro più completo dobbiamo fidarci e collaborare gli uni con gli altri.
Metterli insieme, con fatica e dedizione, imparando gli uni dagli altri quanto basta per concordare soluzioni ai nostri problemi. Ci limitiamo a fare un passo alla volta, di prendere una situazione alla volta e di lavorarci assieme per migliorarla. E speriamo che dando l’esempio, piano piano, questa azione generi una cultura della collaborazione, una rivoluzione dolce, lenta ma costante.

Per farlo non possiamo fare divisioni e chiunque voglia offrire il proprio contributo, il proprio tempo o la propria presenza è il benvenuto. Abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti e l’aiuto di tutti è prezioso: “chiunque è la persona giusta”.

Il nostro compito è quindi accettare la complessità e con analisi e metodo cercare di fare da tramite tra la società e le istituzioni, tra abitanti e professionisti, di facilitare l’incontro tra soggetti per la risoluzione di problemi comuni e di aumentare le occasioni per comunicare.

Partecipazione vs Populismo, il match

“Partecipare” per noi significa raccogliere idee e pensieri costruttivi per realizzare un fine e migliorare una condizione carente. Non vogliamo offrire un megafono per i malumori né legittimare posizioni violente ma offrire uno spazio dedicato alla conciliazione dei bisogni e opportunità, un luogo di confronto, un terreno per un miglior vivere.

Vogliamo, a tale proposito, operare una distinzione tra “modello populista” e “modello partecipativo” e la linea di divisione è il modo in cui generano consenso.

In un modello partecipativo gli attori pubblici e privati promuovono il bene della collettività tramite confronto, dando peso alla discussione pubblica, migliorando la qualità del discorso pubblico e permettendo alle persone di comprendersi l’un l’altra, impegnandosi per istituzionalizzare i metodi di partecipazione democratica.

All’interno di un paradigma populista, invece, i leader favoriscono gli interessi particolaristi di una singola fazione in cambio di sostegno. Essi, spesso, manipolano la realtà a loro uso e consumo e la ipersemplificano, la spaccano in due con una accetta: da un lato la società particolare a cui dicono di rivolgersi, stremata e vessata, e dall’altra i poteri forti, sempre malvagi e sordi alle loro esigenze.

La gestione del malcontento cambia nei due casi: nel “modello populista” si attizza il fuoco della rabbia e della frustrazione mentre nel “modello partecipativo” è motore creativo, elemento da incorporare per un nuovo e maggiore consenso.

Da un lato, quindi, abbiamo un atteggiamento di rispetto reciproco, mutuo aiuto nel trovare soluzioni, una crescita personale, una società costruita sull’accordo, dall’altra, invece, una visione della società che ha nella coercizione della maggioranza sulla minoranza il suo leit motiv, la sua essenza e non potrà che portare conflitti in cui il singolo cittadino dovrà schierarsi, riducendo la sua capacità critica. Nella ricerca di consenso, il “modello populista” si spaccia per l’alternativa alla politica classica di cui non è altro che il doppio parodico. a volte contiguo, se non miscelato.

La nostra idea è di non vendere una demagogia ad alta digeribilità o un’idea scadente al discount della democrazia: con onestà intellettuale, pazienza e dando un orecchio e una voce a chi lo vuole proponiamo la nostra idea di una società più giusta; questo è ciò che siamo e quello in cui crediamo.888

Bollicine

Viviamo in bolle.

Probabilmente avete già incontrato qualcuno che vi parlasse della “Bolla dei Social“. Si tratta di quel fenomeno per cui le nostre home page sui siti di Social Network vengono costruite su misura per noi. Facebook, ad esempio, non ci mostra tutto ciò che i nostri amici e le pagine che seguiamo pubblicano, ma filtra i contenuti in base a ciò che potrebbe verosimilmente piacerci (o almeno, la funzione di default è quella). Questo perché l’importante, per chi gestisce il Social Network, è il tempo che si passa sulla singola piattaforma e come lo si trascorre.

Gradualmente gli algoritmi ci stanno isolando in bolle. Vediamo i contenuti che ci possono interessare, che ci arrivano perché selezionati in base alle nostre preferenze, senza contare la lunga serie di filtri che ognuno può applicare per personalizzare ulteriormente il flusso di informazioni. La profilazione, da una parte, migliora la nostra esperienza utente, ci cuce addosso ciò di cui abbiamo bisogno, ci rassicura, è sempre presente con la soluzione giusta al momento giusto; dall’altra ci esclude dal confronto, ci esclude dal sapere ciò che è altro da noi, ciò che è diverso e che ci potrebbe piacere. Il Web sta smettendo di essere plurale, o meglio: nel suo insieme continua ad esserlo ma per noi, nella nostra singolarità, dalla nostra prospettiva personale, lo è sempre meno.

Anche nel nostro quotidiano viviamo in bolle, perché la cosa ci rassicura: i nostri amici, i nostri rapporti più intimi, li troviamo con persone che hanno idee vicine alle nostre, troviamo conferme negli altri delle nostre convinzioni e di tutto ciò che abbiamo già, in fondo, deciso.

Quanto descritto finora, però, non è necessariamente un male, ed è solo una delle chiavi di lettura di come il Web si inserisce nelle nostre vite: è naturale, in fondo, costruirsi intorno un ambiente confortevole. Tuttavia va tenuto a mente che la propria bolla non corrisponde al mondo, non è rappresentativa della realtà. Una crescita necessita di un confronto con qualcosa di estraneo.

Sono consapevolezze che vanno coltivate.

Noi non siamo la nostra bolla, così come la nostra orma non è il nostro piede. Le tracce che lasciamo non corrispondono alla nostra essenza. La continua scoperta di se stessi, la transizione tra ciò che si conosce di sé e ciò che si potrà conoscere, è il motore del cambiamento di abitudini e gusti.

Le identità mutano proprio grazie alla comunicazione, che permette di scoprirsi reciprocamente, in un gioco di introspezione ed esibizione che ci aiuta a capirci reciprocamente, giorno per giorno.