“Question Authority”: cosa significa?

L’origine di questo concetto si perde nell’antichità, ma è solo recentemente, a metà del secolo scorso, che ha assunto un significato preciso e questa forma popolare. Letteralmente significa “mettere in dubbio l’autorità“. Mettere in dubbio nel senso di non fidarsi ciecamente di quello che l’autorità dice, rendendosi parte di quel sistema di controllo che possiamo chiamare, semplificando all’estremo, “società civile”. Poi, ovviamente, il termine porta con sè anche un altro significato, inteso come “mettere in dubbio l’esistenza stessa dell’autorità”, per andare verso visioni libertarie o libertariane: non userò questa declinazione della locuzione perché non sarebbe funzionale all’analisi che andrò a fare.

Nei moderni sistemi di governo delle società vediamo due entità distinte: da una parte l’istituzione Stato, dall’altra i cittadini. Sebbene esista uno schema generale di diritti/doveri entro cui stare, anche abbastanza complesso e con alcune gerarchie e diverse modalità di modifica, in estrema sintesi possiamo dire che lo Stato governa e i cittadini sono governati. La gerarchia, tuttavia, si inverte nel momento delle elezioni, per cui sono i cittadini a scegliere le persone che andranno a governare.

Possiamo quindi dire che c’è una gerarchia di potere a fasi alterne, funzionale a “fotografare” la volontà dei cittadini in un dato momento. Registriamo il consenso per consentire in un tempo predeterminato l’azione politica. È una approssimazione della volontà popolare ma è generalmente accettata. È indubbio però che simile posizione dia la possibilità di agire anche ben al di là del mandato o della normale gestione dell’inaspettato.

La necessità di mettere in dubbio l’autorità nasce, principalmente, da due elementi fondamentali della società umana.

Il primo è la necessità di specializzarsi. La società umana per progredire fa uso di “economie” di specializzazione. Se tutti dovessimo fare e sapere tutto, i tempi di formazione, “setting” e d’azione sarebbero enormi e non permetterebbero il benessere materiale e non che ad oggi riusciamo ad avere.

Il secondo elemento nasce dal primo: la specializzazione costruisce nuovi poteri contrattuali, generando asimmetria informativa e, quindi, potenzialmente portando sfiducia. Detto in altri termini: senza informazioni viene istintivo a chiunque avere un approccio diffidente verso chi quelle informazioni, invece, le ha. Specularmente, questo significa che chi ricopre ruoli apicali, dunque è “informato”, vivrà una maggiore sfiducia nei suoi confronti: basti pensare a chi gestisce beni pubblici puri o monopoli/oligopoli.

Per ovviare a questa problematica, la società risponde mettendo in dubbio l’autorità con vari mezzi e modalità: una minoranza consiliare che può avere accesso agli atti, organi di controllo, indici di valutazione affidabili, revisione peer to peer… Questi mezzi impongo una tensione propedeutica non solo al buon funzionamento della società, ma anche una maggiore precisione nel soddisfacimento dei bisogni dei cittadini, risolvendo quell’approssimazione che abbiamo trattato anche nel nostro articolo

La diffidenza verso l’autorità è sempre un bene? Ne parleremo la prossima settimana!

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Politica e Politiche

La lingua a volte non aiuta. Pensate solo al fenomeno della enantiosemia, dove una parola significa una cosa e il suo contrario (l’ospite è sia per chi ospita sia per chi viene ospitato).

In Italiano, “Politica” significa sia l’insieme di strategie, norme e strumenti atti a organizzare una situazione (le politiche industriali, la politica energetica del paese…) sia tutto ciò che riguarda i rapporti tra le forze politiche all’interno degli organi decisionali. Per intenderci più facilmente, prendiamo in prestito gli equivalenti inglesi: le politiche, intese come amministrazione di un settore, sono le “policies“, mentre i rapporti tra i soggetti politici sono le “politics“.

Vi è un stretto rapporto tra policies e politics: spesso le politics si basano sulla convergenza verso delle policies comuni e perdono di senso senza elaborare delle policies adeguate alle aspettative.

Se consideriamo i nostri sistemi democratici come delle istantanee del volere popolare che, in un dato momento, legittima alcune persone a esercitare un potere (con certi modi, con certi limiti) allora va da sé che ci debba essere una qualche concertazione sulla base di questa istantanea. Questo vale sia per i sistemi maggioritari che per quelli proporzionali. Le politics si rendono necessarie affinché avvenga un cambiamento reale e tangibile nella società, attraverso le policies concordate.

Si tratta quindi di una gestione del consenso che permette la gestione dello Stato, il concreto amministrare. Le capacità dei politici si dovrebbero misurare su questi due aspetti, intersecati ma distinti, come le corde di una fune.

Certamente non è un sistema privo di rischi, dove le politics per le politics, ovvero la gestione del potere per il potere stesso, possono prendere il sopravvento: e qui dovremmo intervenire noi come popolo, andando a punire certe condotte, non accordando più a certe persone e certe formazioni la nostra fiducia. Il condizionale è d’obbligo.

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Le persone sanno davvero quali siano i propri interessi?

Il concetto alla base del nostro sistema politico e democratico è quello della rappresentanza, ossia il fatto che possiamo scegliere una persona o un insieme di persone per rappresentare noi e i nostri interessi in un consesso. Questa approssimazione accettata fa sì che il corpo legislativo abbia legittimità a produrre norme e prendere decisioni. Spesso capita che l’elettore scelga di essere rappresentato da persone che vanno contro, in tutto o in parte, ai propri interessi e questo fa sorgere la domanda: “le persone sanno davvero quali siano i propri interessi?

Prima di tutto c’è da fare una distinzione, ossia la differenza tra “desiderato” e “ricevuto”: anche ammettendo che sappiamo quali siano i nostri interessi e che scegliamo i nostri rappresentati con quegli obiettivi, il risultato non è per nulla scontato. Questo per una questione di complessità e di capacità progettuale nonché politica del rappresentante eletto, che è difficile valutare a priori.

Seconda valutazione: la proposta politica che si ha è limitata, frutto di compromessi. Votare uno o l’altro programma ci mette nelle condizioni di dover pesare i nostri interessi. Per alcuni un singolo interesse può essere più importante di tutti gli altri e, addirittura, può essere talmente importante da decidere di non vagliare minimamente la possibilità di dare il voto a forze politiche minori (che non hanno dimensioni tali da poter concretamente agire) per non rischiare che quell’interesse resti senza una risposta o scegliere una forza politica perfettamente aderente a quell’interesse ma opposta a tutti gli altri.

In realtà quanto detto sopra potrebbe bastare a spiegare i comportamenti che talvolta sembrano irrazionali: nel momento in cui non puoi avere capacità predittive sui politici e sulle politiche e ciascuno mette i suoi interessi su una scala di importanza personale, si possono trovare delle incoerenze nel comportamento di chiunque.

Astraendo si può ridurre il tutto ad una questione di razionalità. In maniera fallace riteniamo che la razionalità sia universale e che quindi ci si possa confrontare tra persone e comprendersi reciprocamente, trovare un terreno comune, basandosi su di essa. La pretesa quindi non solo che esista una razionalità assoluta, ma che sia raggiungibile e non solo approssimabile. Purtroppo la condizione umana non è di razionalità assoluta ma bensì di razionalità limitata, ovvero, una razionalità che tiene conto di due elementi: il primo la naturale mancanza di conoscenza di tutti gli elementi che insistono sulla decisione, il secondo è la variazione personale di parametri decisionali, come ad esempio se dare più valore alla felicità propria, quella di un amico o la funzionalità dello Stato.

Cosa fare quindi, visto che le persone sanno cosa vogliono, nei limiti posti dalla condizione umana?
Bisogna comprendere sul serio i bisogni delle persone: il primo indispensabile passo non solo per trattarle come meritano, cioè come esseri senzienti, ma per stringere alleanze di cambiamento e dare risposte sensate, condivise.

Contratto di fiume: cos’è? Come si fa? Perché farlo (anche a Pavia)?

Un contratto di fiume è uno strumento giuridico che aiuta a gestire un bene comunitario di tipo fluviale/lacustre. Su Wikipedia è definito come “un protocollo giuridico per la rigenerazione ambientale del bacino idrografico di un corso d’acqua”. Le basi giuridiche sono da ricercarsi sia nel diritto nazionale che in quello comunitario.

Nei contratti di fiume assume assoluta importanza la concertazione tra le varie parti interessate nel cercare soluzioni sostenibili. Parliamo quindi di uno strumento essenzialmente programmatico e di gestione, con elementi di inclusività degli stakeholder e messa in campo di risorse altrimenti non disponibili, oltre che di conoscenze specifiche, compresi dati e osservazioni raccolti da enti non formali. Insomma, è il primo passo per la migliore gestione possibile di un fiume.

Dal punto di vista operativo non esiste un metodo prestrutturato per portare alla stesura del contratto: la maniera ottimale per farlo richiederebbe non soltanto una coprogettazione ma una vera e propria progettazione partecipata, sposando il modello della contribuzione da parte di chiunque abbia interessi e possa portare contenuti e risorse di ogni tipo. Un primo passo potrebbe essere proprio una progettazione a livello locale, che sviluppi la sussidiarietà orizzontale rispetto al bene per poi coinvolgere da questo nucleo embrionale anche altri enti e comunità in un contratto che regoli il fiume e le sue acque.

Non è che gli enti non sappiano gestire i fiumi. O meglio, il legame di una città o più città con il fiume è qualcosa che va oltre l’amministrazione: il modo in cui è vissuto, il modo in cui genera valore e appartenenza non è qualcosa che può essere creato semplicemente con la bacchetta magica, dall’alto, cambiando delle norme. Serve una progettualità di ampio respiro che sappia ricevere le spinte individuali, i diversi interessi, e metta tutto a sistema sviluppando una cultura attorno al fiume: solo così la si può coltivare, riaffermare e, infine, riappropriarsene.

Per restare nell’alveo della sussidiarietà orizzontale, per una prima strutturazione, si può parlare anche di “patti” che possono essere disciplinari dai “Regolamenti dei beni comuni”.
Ad esempio a Milano è stato siglato un patto tra Comune e Osservatorio per Il Paesaggio Fiume Lambro Lucente, come spiega ad esempio questo articolo di Z3XMI.
Pavia ha molti degli elementi che potrebbero far funzionare meccanismi simili.
Una grande quantità di associazioni, sportive e culturali, che possono avere contatti e interesse ad operare sul fiume. Un quartiere fortemente connotato dalla coabitazione col corso d’acqua.
Un fiume che è ancora molto naturale e ben connesso.
Una storia che ha visto il Ticino, e non solo, risorsa inestimabile e caratterizzante della città.
Problematiche complesse e potenziali inespressi.

Tutti questi elementi fanno sì che la città sia un ottimo candidato per sperimentare le forme di collaborazione ampia e orizzontale legate al fiume.

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Perché i politici di oggi devono avere una autonomia maggiore?

Gatto su un albero

Oggi, forse più di ieri, siamo scontenti dei nostri rappresentanti. I motivi sono molteplici. Giusto per citarne alcuni dei più ovvi: la maggior complessità del mondo moderno, le grandi modificazioni del tessuto socioeconomico a livello globale, l’inadeguatezza delle ideologie e dei modelli nonché della “liquidità” con cui i politici vi si approcciano, ora sì, ora no, forti di una generale stratificazione che non distingue i vari schemi di giusto e sbagliato. Certo, un popolo non adotterà mai, veramente e in maniera completa, uno schema e quindi queste stratificazioni sono naturali, ma per prendere una direzione tocca scegliere un modello di riferimento.

La questione di cui voglio parlare è legata a questo tipo di problematiche: mi riferisco all’autonomia che i politici dovrebbero avere, specie quelli più “piccoli”, prossimi alla comunità che richiede loro risposte a velocità prima impensabili. Una richiesta che si fa sentire specialmente con l’avvento dei social che mettono in pubblica piazza il rapporto tra elettore ed eletto, in tempo reale: il politico sente l’urgenza del dover dare una risposta senza neanche avere il tempo necessario all’approfondimento delle questioni per poter formulare un giudizio sensato.

Il che lascia all’eletto quattro possibilità:

  1. Prendere una posizione a prescindere
  2. Prendere tempo
  3. Dare una risposta piena di subordinate al condizionale che creano più confusione che certezze
  4. Ammettere la propria inconsistenza sul tema (il che, se ci pensate, sarebbe la cosa più umana ma al contempo quella che siamo meno disposti a digerire).

Ciascuna di queste posizioni ha i propri pro e contro, a seconda anche dell’elettorato di riferimento, e chiedere a un rappresentante di non tenerne conto rischia di minare il potere contrattuale della propria rappresentanza e, in definitiva, gli interessi e il “bene” dell’elettorato stesso.

Se usare una certa cautela o prendere tempo può essere tollerato di fronte a una notizia improvvisa, ma comunque non “troppo” tempo, questo non può avvenire per questioni più grandi e che sono montate magari per mesi. Penso ad esempio a un grande progetto di una amministrazione che deve essere attenzionato fin da subito, sul quale un politico deve porre domande e offrire consigli, invece di criticarlo solo a posteriori, dimostrando che il principio di Peter* vale anche per lui.

L’unica soluzione a una richiesta di risposte il più possibile oggettive in minor tempo non può che essere una maggiore preparazione e quindi una maggiore autonomia. Non c’è scorciatoia, specie per chi non può permettersi uno staff che sia praticamente una propria estensione, ossia una estremamente piccola minoranza di chi fa politica dentro le istituzioni.

Certo, ci sono i colleghi, gli amici, magari anche qualche consulente, ma non solo i tempi di reazione possono essere dei più disparati, non solo bisogna porre estrema fiducia in questi, ma alla fine si è sempre soli di fronte all’elettorato. Le persone pretendono risposte più in fretta, più precise, più risolutive.

Ma su cosa bisognerebbe avere, per lo meno, una infarinatura?

Prima di tutto, su ogni aspetto che riguarda il ruolo ricoperto (regolamenti degli organi, normative varie e un po’ di diritto amministrativo) e, altrettanto importante, la conoscenza del territorio o del tema centrale dell’ente.
In secondo luogo, ciò che riguarda la comunicazione e la gestione delle aspettative del proprio elettorato: costruire un rapporto di fiducia e trasparente aiuta nel rallentare l’impellenza (che, alla fine, spesso non è neanche giustificata) di avere risposte.
Infine, un terzo aspetto importante è aver le idee chiare su come si implementa un progetto per poter portare a compimento le proprie parole.

Non si tratta di un percorso immediato: altre vie, più incentrate sulla “immagine”, potrebbero sembrare maggiormente efficienti (vedasi ad esempio tutte le strategie di comunicazione che non fanno appiglio su una base ideologica ma sul “sentiment” istantaneo della popolazione), ma la costruzione di una carriera politica duratura non può prescindere da una solida base di “sostanza”.

*Principio secondo cui “In una gerarchia, ogni dipendente tende a salire di grado fino al proprio livello di incompetenza”.

La politica deve farti felice

Gatto felice che guarda al futuro

Se fai politica e non sei felice, stai sbagliando qualcosa. Se partiamo dalla definizione di politica come “l’arte del possibile” (diceva il signor Otto von Bismarck), allora questa equazione potrebbe essere più chiara.

Una delle più grandi felicità che possa accompagnare l’essere umano in questa vita terrena è proprio la possibilità di creare qualcosa, di poter modificare, dare un senso al tempo speso. Tant’è che una delle più alte aspirazioni dell’uomo è sempre stata di compiere gesta tali da rendersi immortali attraverso il proprio operato, da cambiare il corso degli eventi o da ispirare altri.

Per quanto improbabile possa sembrare, la propria felicità è un ottimo indice per capire se si stia facendo buona politica o meno. Nel momento in cui non si riesca a concretizzare qualcosa, forse è il caso di analizzare i propri comportamenti: magari è una questione di impostazione del proprio lavoro, di strategia o di tattica o magari si sta sì realizzando qualcosa, ma non lo sentiamo veramente nostro, e quindi vi è una alienazione dal risultato dei propri sforzi.

Questa sensazione dovrebbe riuscire a mettere insieme sia una valutazione qualitativa, di risultato, sia ideale, di avvicinamento a ciò che desideriamo. Per esemplificare, potremmo ottenere ottimi risultati ma non esserne soddisfatti perché arrivati utilizzando strumenti presi da ideologie diverse; viceversa, potremmo avere pessimi risultati usando la nostra ideologia: in entrambi i casi non avremo una sensazione di felicità.

Raggiungere questo stato di grazia diventa essenziale per un politico: per costruire davvero qualcosa, porsi in condizioni ottimali di ricezione degli stimoli e dei bisogni, nonché il poter spaziare realmente fra le soluzioni possibili e magari prima non considerate. Condizioni tipiche di chi sta attraversando un periodo positivo.

Il duplice aspetto di bussola e al contempo di stato che ci predispone a gestire l’inaspettato e non solo: la felicità è la condizione necessaria (ma non sufficiente) per il buon politico.

C’è un nuovo felino in città!

L’ocelotto, Leopardus pardalis, (o anche ocelot, oppure ancora, meno comunemente, ozelot) è l’animale che non ti aspetti. Non è un ghepardo, nè un leopardo (che è una pantera, Panthera Pardus), nè tanto meno un gatto, anche se assomiglia ad ognuno di questi. In effetti ha gli occhi molto più grandi rispetto a un gatto, quindi attenzione perchè, se il gatto rosso di Shrek ha saputo arruffianarvi con i suoi lucciconi, davanti all’ozelot non avreste scampo.

Salvador Dalì, che già di suo era piuttosto eccentrico, ne aveva adottato uno e lo aveva chiamato Babou: probabilmente l’ozelot più popolare dell’ultimo secolo, senz’altro quello più poser e stiloso – qualcuno contesta fosse anche il più triste, ma questa è un’altra storia…

L’obiettivo di Ozelot Lab è semplice e complesso allo stesso tempo: contribuire a creare ciò che non ci si aspetta, l’imprevedibile. L’idea di comunicazione alla base affonda le sue radici nell’esperienza pavese di “Arsenale Creativo”, un’associazione nata nel 2014 con lo scopo di recuperare l’area dismessa dell’ex Arsenale militare cittadino. È stato lì che la forte connessione tra coinvolgimento e messaggio,  tra partecipazione e comunicazione ci è apparsa più evidente: le parole, l’ascolto, la comprensione effettiva sono tratti distintivi dell’una e dell’altra e vanno maneggiati con cura.

Da qui Ozelot Lab, un laboratorio in cui sperimentare nuovi modi di comunicare che siano non solo aderenti alle necessità e alle caratteristiche di chi vi si rivolge ma che, all’occorrenza, sappiano evolvere in esperienze collettive, in cui mettere in sinergia proposte e visioni, ottenendo risultati migliori per tutti.

Perchè se io do un’idea a te e tu ne dai una a me, entrambi abbiamo due idee 🙂