Politica e Politiche

La lingua a volte non aiuta. Pensate solo al fenomeno della enantiosemia, dove una parola significa una cosa e il suo contrario (l’ospite è sia per chi ospita sia per chi viene ospitato).

In Italiano, “Politica” significa sia l’insieme di strategie, norme e strumenti atti a organizzare una situazione (le politiche industriali, la politica energetica del paese…) sia tutto ciò che riguarda i rapporti tra le forze politiche all’interno degli organi decisionali. Per intenderci più facilmente, prendiamo in prestito gli equivalenti inglesi: le politiche, intese come amministrazione di un settore, sono le “policies“, mentre i rapporti tra i soggetti politici sono le “politics“.

Vi è un stretto rapporto tra policies e politics: spesso le politics si basano sulla convergenza verso delle policies comuni e perdono di senso senza elaborare delle policies adeguate alle aspettative.

Se consideriamo i nostri sistemi democratici come delle istantanee del volere popolare che, in un dato momento, legittima alcune persone a esercitare un potere (con certi modi, con certi limiti) allora va da sé che ci debba essere una qualche concertazione sulla base di questa istantanea. Questo vale sia per i sistemi maggioritari che per quelli proporzionali. Le politics si rendono necessarie affinché avvenga un cambiamento reale e tangibile nella società, attraverso le policies concordate.

Si tratta quindi di una gestione del consenso che permette la gestione dello Stato, il concreto amministrare. Le capacità dei politici si dovrebbero misurare su questi due aspetti, intersecati ma distinti, come le corde di una fune.

Certamente non è un sistema privo di rischi, dove le politics per le politics, ovvero la gestione del potere per il potere stesso, possono prendere il sopravvento: e qui dovremmo intervenire noi come popolo, andando a punire certe condotte, non accordando più a certe persone e certe formazioni la nostra fiducia. Il condizionale è d’obbligo.

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Efficacia o efficienza?

Per quanto nel linguaggio comune queste due parole spesso coincidano, in realtà è interessante saperle distinguere. Conoscere le parole e saperle usare permette sfaccettature di pensiero, capacità di elaborazione più fine, in definitiva, un migliore pensiero logico. Motivo per cui spesso abbiamo la sensazione di dover usare parole che, in realtà, non sono del nostro vocabolario perché gli equivalenti nella nostra lingua non sono equipollenti, quindi ci troviamo a prendere “in prestito” parole appartenenti ad altri contesti. Un esempio è “design”, parola che potrebbe essere tradotta con il complesso di idee che concorrono alla progettazione di un bene o servizio.

Ritornando magicamente all’efficacia e all’efficienza, vediamo di definire i due concetti e il loro rapporto.

Per Efficacia si intende la capacità di produrre i risultati voluti. Efficienza, invece, è la capacità di produrre, sì, i risultati voluti, ma con rendimento, ossia ottenendo la massima efficacia con il minino uso di una determinata risorsa (tempo, denaro…).

I due concetti sono molto interconnessi, essendo praticamente l’uno una valutazione rispetto al solo problema posto, mentre l’altro è rapportato ad una o più elementi di nostro interesse.
Posso usare l’auto per portare mio figlio a scuola, che è a 3 minuti a piedi da casa, e visto che il pargolo arriva in classe sono stato efficace, tuttavia, se l’avessi portato a piedi probabilmente ci avrei messo meno tempo (scendi in garage, accendi l’auto, apri i cancelli, trova parcheggio…) e quindi le due soluzioni la seconda è più efficiente.

Da un punto di vista argomentativo, ad esempio, sarà inutile negare l’efficacia di qualcosa se risponde, in qualsiasi maniera, ad un problema. Semmai potrebbe essere il caso mettere in dubbio la sua efficienza. Mentre se vi troverete ad amministrare qualsiasi cosa, anche un vostro progetto personale, sarà forse il caso di valutare l’efficienza rispetto alle vostre risorse finite, o perché no?, arrivare fino a dirsi che qualcosa è poco efficiente rispetto ad una variabile ma che quella variabile, magari, non vi interessa.

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Non è un bug, è una feature: errori (e non) dei politici

Capita a tutti di sbagliare. Essendo i politici persone, capita pure a loro. Come reagiamo ai nostri sbagli, però, è ciò che ci qualifica come adatti o meno alla gestione del potere. Solo chi sa ammettere i propri errori è adatto al comando, dimostrando di essere capace di una evoluzione e di un miglioramento.

Cosa è un “errore”, però?

Un progetto che non si è concluso come sperato può essere definito “errore amministrativo” o meglio, “errore di scollamento dalle aspettative”. Un atto considerato poco morale è un “errore morale” o meglio, un “errore da scollamento dai valori”. Infine, uscite poco felici sono un “errore comunicativo” o meglio, un “errore da scollamento dalla comunità”. Quindi non si tratta mai di errori in senso assoluto, ma di errori relativi al contesto. Anche truffare lo Stato, che dovrebbe essere la macchia più infamante per un amministratore, potrebbe non rivelarsi tale se la propria comunità di riferimento avesse come valore la truffa allo Stato.

Escludiamo quindi fin da subito tutto ciò con cui, semplicemente, “non siamo d’accordo”. Se tutto va come preventivato “non è un bug, è una feature”, “non è un errore, è una caratteristica”.

Ritornare alla situazione di “aderenza” rispetto a ciò che ci si aspetta da noi, dai nostri progetti e dalle nostre azioni è sicuramente la strategia migliore, in modo da riconciliare i propri comportamenti con il mondo a cui si appartiene.

In caso di errore “amministrativo” si potrebbe iniziare sottolineando i risultati positivi ottenuti (magari l’azione compiuta non è molto efficiente ma è efficace), per poi proporre soluzioni ai problemi emersi.

Un esempio recente è il Reddito di Cittadinanza che, a fronte di grossi investimenti, non è riuscito a collocare lavorativamente il numero di persone preventivato. Una corretta gestione di questo errore metterebbe in evidenza i lati positivi (ad esempio il fuoriuscire di alcuni individui dalla situazione di difficoltà economica) e farebbe proposte di riforma (ad esempio sul piano delle politiche attive del lavoro) oppure individuerebbe altrove le cause di una stagnazione dei servizi connessi al Reddito di Cittadinanza e proporrebbe riforme in quell’ambito (economia che non cresce).

Invece un errore “morale” potrebbe essere più complesso e meno facilmente gestibile. Andrebbe innanzitutto affrontato in maniera tempestiva: attendere che venga alla luce per poi intervenire diminuisce, e di molto, la possibilità di riconciliarsi con quei valori a cui la comunità di riferimento aspira. Prima di tutto, bisogna ripagare i danni fatti, sia questo un “ripagare” economico, penale, amministrativo o verso la società civile. Essendo queste situazioni delle più variegate è impossibile dire a priori quale sia la condotta più adeguata, tuttavia maggiore è la reale volontà di porre rimedio migliore sarà l’effetto.

Un esempio recente lo abbiamo avuto con il caso dell’indennità di 600 euro per il Covid-19: alcuni esponenti politici, che non ne avevano immediato bisogno, ne hanno fatto comunque uso. Ovviamente non è nulla di illegale ma a molti è sembrato un gesto poco opportuno. Tra i politici, quello che mi ha colpito di più per la sua “malagestione” dell’errore è Ubaldo Bocci. Questi ha inizialmente dichiarato di aver chiesto i soldi per “fare beneficenza”, poi che “li ha chiesti il suo commercialista” e, infine, che l’ha fatto “per dimostrare che il sistema non funzionava”. In piena tempesta, dare tre scuse diverse ha reso molto poco credibili le sue spiegazioni. Se possiamo considerare il “fare beneficenza” come una toppa al problema e il “li ha chiesti il commercialista” come un allontanare da sé la colpa, il tutto è caduto quando ha aggiunto uno scopo preciso alle sue azioni, demolendo con le proprie mani la sua ricostruzione dell’accaduto. Immaginiamo invece di rimandare indietro l’orologio e vedere come avrebbe potuto gestire diversamente la questione, sfruttando le sue stesse giustificazioni.

Poniamo che sia vero che il commercialista abbia fatto richiesta a sua insaputa e Bocci si sia trovato con 600 euro moralmente ambigui. Venire subito fuori con la questione, senza aspettare di essere scoperto, e contestualmente donarne altrettanti suoi, e in maniera visibile, l’avrebbe posto al di fuori del sospetto di averli chiesti per sé. Inoltre, immaginando che la sua situazione economica gli permetta di dormire sonni beati, avrebbe potuto contestualmente scagliarsi contro un’iniziativa che a suo avviso non funziona, ritenendo ingiusto che chiunque potesse chiedere quella indennità. Gli elementi sono gli stessi, ma la tempistica e le contromisure prese diventano essenziali per una narrazione convincente.

Infine, l’errore “comunicativo”. Probabilmente l’errore più comune, quello con cui si ha a che fare più spesso. Tendenzialmente viene risolto all’interno del piano di comunicazione di cui persone, gruppi o partiti si muniscono. Anche stavolta la questione è “a chi parliamo”. Prendiamo ad esempio le parole di Sala, sindaco di Milano, alla riapertura del lockdown del 2020: in sostanza, diceva che era tempo per i milanesi di tornare a lavorare nei loro uffici. I motivi politici di queste affermazioni sono numerosi: il sistema della ristorazione milanese vive di persone che pranzano durante la pausa di lavoro, del caffè preso al bar al mattino, dell’aperitivo dopo le 18.00. Con il lockdown e lo smartworking gli introiti per questi esercizi si sono ridotti notevolmente, andando ad intaccare un sistema economico consolidato la cui conversione, sempre se si voglia cambiare, dovrebbe richiedere tempo e strategie per non creare danni, oltre a una buona dose di rassicurazioni sul fatto che “Milano sa fare le cose, quindi Milano è sicura”. Però, quelle affermazioni, furono lette come un “lo smartworking non è lavoro” facendo finire il sindaco in una (ennesima) bufera mediatica. Come affrontare l’errore? Ritornare sulla questione non credo potrebbe essere interessante, significherebbe riaccendere una polemica. In questo caso sarebbe più conveniente comprendere i motivi profondi della polemica e cercare di riallacciare i rapporti con la comunità di riferimento, ad esempio mostrando i risultati e le azioni intraprese per rendere lo smartworking una alternativa effettiva.

In generale, è meglio cercare di guardare avanti. Gli avvenimenti non si cancellano e possiamo solo mostrare la nostra buona volontà nel risolvere le problematiche, anche quando vengono da noi.

Sussidiarietà? Ne abbiamo un pochino?

Gatto che aggiusta la lavatrice

Cos’è la sussidiarietà? Per definizione è il principio per cui se un compito può essere svolto adeguatamente da un attore gerarchicamente inferiore, quello gerarchicamente superiore non deve intervenire, se non per sostenere l’azione. In altri termini, a occuparsi di una questione deve essere l’attore più vicino al problema che abbia la capacità di rispondere in maniera adeguata e compiuta.

Per parallelismo, si tratta di un sistema non molto differente dal nostro sistema nervoso, dove le prime risposte istintuali non arrivano dalla nostra volontà, ma dai riflessi involontari gestiti a livelli inferiori.

Lo si ritrova anche nella Costituzione italiana, articolo 118.

Il principio di sussidiarietà è strettamente connesso a quelli di auto-organizzazione, libera associazione e di legittimità stessa. L’idea, dunque, è che il livello attuativo sia il più vicino possibile al livello decisionale e che quest’ultimo possa rapportarsi in maniera diretta (o almeno, il più possibile) a chi viene investito dalla decisione stessa. A livello teorico è senz’altro un ottimo principio, tuttavia nella realtà ci si scontra con l’impossibilità di determinare la totalità dei soggetti su cui impatta una scelta, facendo diventare il principio più un obiettivo a cui ispirarsi che una prassi consolidata.

La sussidiarietà ha due facce: la prima è la sussidiarietà verticale, che riguarda il livello di gestione territoriale delle problematica (ad esempio: Comune, Provincia, Regione, Stato, UE; chi si occupa di cosa e perché?). Della manutenzione delle strade di un Comune è il caso che se ne occupi il Comune stesso e non la Regione o la UE.

La seconda, invece, è la sussidiarietà orizzontale, con cui si intende la possibilità da parte dei cittadini (anche in forma organizzata, come può essere ad esempio un’associazione) di collaborare con le istituzioni per la risoluzione delle loro istanze. Questa forma di sussidiarietà sta avendo un discreto successo nel risolvere alcune problematiche moderne rispetto al comportamento degli individui all’interno delle organizzazioni informali, nonché legate alla necessità di rapporti “leggeri”, “rapidi” e “pratici” che i cittadini vorrebbero avere con le amministrazioni. In questo contesto citiamo ad esempio l’esperienza di Labsus.

Infine, non sempre gli enti chiamati a intervenire hanno a disposizione tutte le risorse necessarie (tempo, capitale, professionalità…) e questo, inevitabilmente, può portare a cercare altre strade, a “provarle tutte”. Forse anche qui si trova una delle spinte verso la sussidiarietà come strumento di risposta sempre più utilizzato.Flessibilità, massimizzazione delle risorse e velocità di esecuzione.

La politica deve farti felice

Gatto felice che guarda al futuro

Se fai politica e non sei felice, stai sbagliando qualcosa. Se partiamo dalla definizione di politica come “l’arte del possibile” (diceva il signor Otto von Bismarck), allora questa equazione potrebbe essere più chiara.

Una delle più grandi felicità che possa accompagnare l’essere umano in questa vita terrena è proprio la possibilità di creare qualcosa, di poter modificare, dare un senso al tempo speso. Tant’è che una delle più alte aspirazioni dell’uomo è sempre stata di compiere gesta tali da rendersi immortali attraverso il proprio operato, da cambiare il corso degli eventi o da ispirare altri.

Per quanto improbabile possa sembrare, la propria felicità è un ottimo indice per capire se si stia facendo buona politica o meno. Nel momento in cui non si riesca a concretizzare qualcosa, forse è il caso di analizzare i propri comportamenti: magari è una questione di impostazione del proprio lavoro, di strategia o di tattica o magari si sta sì realizzando qualcosa, ma non lo sentiamo veramente nostro, e quindi vi è una alienazione dal risultato dei propri sforzi.

Questa sensazione dovrebbe riuscire a mettere insieme sia una valutazione qualitativa, di risultato, sia ideale, di avvicinamento a ciò che desideriamo. Per esemplificare, potremmo ottenere ottimi risultati ma non esserne soddisfatti perché arrivati utilizzando strumenti presi da ideologie diverse; viceversa, potremmo avere pessimi risultati usando la nostra ideologia: in entrambi i casi non avremo una sensazione di felicità.

Raggiungere questo stato di grazia diventa essenziale per un politico: per costruire davvero qualcosa, porsi in condizioni ottimali di ricezione degli stimoli e dei bisogni, nonché il poter spaziare realmente fra le soluzioni possibili e magari prima non considerate. Condizioni tipiche di chi sta attraversando un periodo positivo.

Il duplice aspetto di bussola e al contempo di stato che ci predispone a gestire l’inaspettato e non solo: la felicità è la condizione necessaria (ma non sufficiente) per il buon politico.

Bilancio Partecipativo del Comune di Pavia: cosa ha funzionato?

Il modello del Bilancio Partecipativo pavese

Nel triennio 2015-2018 il Comune di Pavia ha sperimentato l’uso di pratiche partecipative nella composizione di parte del suo bilancio: 300.000 € l’anno, per un totale di quasi un milione nei tre anni.

Il metodo utilizzato si snoda in diverse fasi: la prima prevede una serie di incontri pubblici in cui si illustra alla cittadinanza come il Bilancio Partecipativo (BP d’ora in poi) si inserisca in quello che è il ben più ampio bilancio comunale; durante gli incontri vengono inoltre descritte le varie tappe del procedimento.

Nella seconda fase il Comune riceve, per circa un mese, le proposte di progetto da parte dei cittadini, accettandole tutte: sia che si tratti di idee in avanzato stato di maturazione sia che queste siano spiegate in poche righe. Solo in seguito, durante la coprogettazione, le proposte vengono suddivise dal Comune fra i vari tavoli tematici, attorno ai quali si incontrano cittadini proponenti e tecnici. Le idee irrealizzabili, già in via di attuazione o contrarie al mandato del sindaco vengono scartate.

Obiettivo dei tavoli di coprogettazione, all’interno dei quali i progetti vengono rimodellati ed eventualmente accorpati, è stilare una lista delle 30 idee più votate, alle quali corrispondono altrettante “squadre” formate dai diversi cittadini proponenti.

Basandosi su principi del tutto simili a quelli della gamification, le diverse squadre vengono stimolate a creare coinvolgimento nella popolazione e collezionare voti per i loro progetti. Al termine della competizione vengono decretati i progetti vincitori, che riceveranno il finanziamento.

Osservazioni sul modello

Come già spiegato in questo articolo, il BP non ha la funzione principale di finanziare progetti ma di coinvolgere la popolazione, ricucire il rapporto tra cittadini e macchina amministrativa, far emergere problematiche. Il “target” di popolazione a cui si rivolge è quello che, pur avendo un po’ di tempo a disposizione, competenze e idee, non ha invece modo, volontà o pazienza di districarsi nella serie di complessi strumenti a disposizione per realizzare i propri progetti.

Il BP non è pensato per incrementare le risorse di gruppi esistenti e funzionati, anche se è inevitabile che parti di esso vi finiscano. Fortunatamente molti dei progetti finanziati vengono proposti da gruppi nascenti, poco organizzati o che possono svolgere la loro missione solo per mano pubblica (un esempio su tutti, le piste ciclabili).

Cosa ha funzionato? Cosa no?

Va innanzitutto sottolineata la positività dell’esperienza: testare il BP a Pavia ha senz’altro rappresentato un passo verso una dimensione sempre più partecipativa della vita cittadina, seppure con qualche zoppicamento proprio della dimensione sperimentale.

Da annotare fra le cose che hanno funzionato, la capacità del Comune di cogliere stimoli inediti o inaspettati, ricevuti durante il BP. L’esigenza di avere una pulizia accurata sulla sponda bassa del Ticino, ad esempio, è stata portata da una cittadina al BP e, seppur non passando le selezioni, è stata realizzata qualche mese più tardi. Questa capacità del Comune necessita di essere mantenuta viva.

Qualche nota dolente, tuttavia, va segnalata.

In primo luogo, alcuni progetti, solitamente quelli complessi e che richiedono lavori ingenti o l’emissione di bandi, non sono ancora stati realizzati a distanza di due anni: questo crea una discrepanza tra gli intenti del BP e la sua realizzazione concreta. Quando il gruppo, la squadra, che non ha una persistenza alle spalle, si trova a dover attendere tempi lunghi è possibile che si sciolga, perda pezzi e metta a rischio la buona riuscita dei progetti, soprattutto se questi sono caratterizzati da una componente sociale forte. Se non fosse possibile ridurre i tempi di realizzazione, occorrerà sviluppare strategie complementari per colmare questi vuoti temporali.

Altra debolezza, la struttura dei tavoli di coprogettazione, a cui viene dedicato troppo poco tempo e i cui temi sono impostati in maniera netta dall’Amministrazione. Questo implica una integrazione dei progetti talvolta disfunzionale: idee che, ad esempio, riguardano la stessa area urbana, e quindi potrebbero essere discusse da un unico gruppo, vengono di fatto divise in base alla tematica, finendo col disperdersi per mancanza di tempo per approfondire i nessi in comune. La conseguenza è un parziale sacrificio dei precetti della coprogettazione – come la libertà di unirsi in tavoli di lavoro non prestabiliti o l’avere maggior tempo a disposizione per la discussione – in nome di una selezione di team affidabili e capaci, che siano in grado di portare avanti i progetti e la loro divulgazione una volta iniziati.

La prossima primavera (2019) a Pavia si andrà ad elezioni e probabilmente non verrà svolto il BP. Vedremo nel 2020 se l’amministrazione che verrà deciderà di applicare lo strumento e in quale maniera.

EDIT: Abbiamo ricevuto notizia che il BP è stato confermato anche per il 2019, proprio per mantenere una continuità del percorso. Per il mese di settembre 2018 è invece previsto un momento di incontro con i cittadini volto alla raccolta di osservazioni e indicazioni per il miglioramento del processo.

5 cose da fare in un Bilancio Partecipativo

La pratica del “Bilancio Partecipativo” nasce a Porto Alegre in Brasile e viene attuata per la prima volta nel 1989 . Il metodo consente ai cittadini di esprimersi in prima persona su come comporre il bilancio del proprio Comune di appartenenza. Prende diverse forme e direzioni ma l’idea alla base è che, è che, dando ai membri di una comunità la possibilità di gestire in maniera pressoché diretta parte delle finanze pubbliche , si aumenti la consapevolezza delle persone rispetto ai meccanismi della macchina amministrativa e della politica, andando almeno in parte a ricomporre le fratture della comunità stessa e di occuparsi in questo modo di temi concreti.

Ogni cittadino può dunque presentare un’idea per migliorare la qualità della vita comune. Ma come rendere il proprio progetto chiaro ed efficace? Ozelot Lab ha confezionato un piccolo vademecum in 5 punti.

1 .  Vendere un sogno partendo da una solida realtà
Il progetto deve essere qualcosa che emoziona – un sogno – ma per attecchire ha bisogno di suggestioni concrete: un luogo specifico, esempi di progetti simili realizzati altrove, eccetera. La nostra immaginazione si attiva attraverso ciò che ci è familiare: non bisogna dimenticarlo.

2 . Individuare gli “stakeholder”, i portatori di interesse
Ogni idea ha sicuramente persone potenzialmente interessate, magari sono pure già raggruppate in qualche forma: parlando, ad esempio, di una ludoteca per bambini, si potrebbero trovare/attivare gruppi Whatsapp di genitori. Coinvolgere terzi è una delle migliori opzioni. Va tenuto a mente che spesso, ai Bilanci Partecipativi, vota solo una piccola parte di popolazione, dunque il serbatoio maggiore è quello dell’astensione!

3 . Attenzione ai regolamenti
Ogni Bilancio Partecipativo è diverso dagli altri e conoscere il regolamento del proprio è importantissimo. Ad esempio: quanto denaro viene messo a disposizione e secondo quali criteri? I finanziamenti sono tutti uguali o si distinguono per tipologie diverse di spesa? Come si può materialmente presentare un progetto, in che forma e in quali ambiti di intervento? Solo conoscendo il regolamento del proprio Bilancio Partecipativo di riferimento si può capire al meglio in che forma presentare la propria idea, facendola rientrare nelle linee di indirizzo proposte dal Comune, determinando le spese necessarie alla sua realizzazione e rendendolo, a tutti gli effetti, competitivo. Può essere utile, se sono disponibili, dare un’occhiata ai progetti vincitori delle edizioni precedenti.

4 .  Non lasciare solo il proprio progetto
Sembra un’ovvietà ma, nella pratica, accade di vedere cittadini che, una volta fatta la propria proposta, la abbandonano e smettono di prendersene cura. Nei vari step del Bilancio Partecipativo è però facile che, se non seguito, il progetto non venga più portato avanti. È solamente naturale che, mancando un proponente attivo, l’idea non riesca a brillare da sola, magari spiegata in poche righe di testo.

5 . Più il progetto è costoso, meno è probabile che passi
Può capitare di avere in mente un’idea che richiederebbe spese alte per essere realizzata: bisogna fare i conti con il fatto che le proposte molto costose devono (solitamente) posizionarsi in cima alla classifica per essere finanziate. Più con la propria richiesta ci si avvicina alla totalità del fondo messo a disposizione, infatti, più il progetto ha bisogno di posizionarsi in alto per essere finanziato.

… e non è finita qui!

Cittadini e amministratori creano un intero e delicato ecosistema intorno a un Bilancio Partecipativo: la comunicazione fra i due è assolutamente fondamentale e deve accompagnarsi alla fiducia reciproca. Un Bilancio Partecipativo non deve mai essere ridotto a strumento per creare consenso (o testarlo) attorno ad una idea dell’amministrazione, né lo si può intendere come mezzo per “trovare i fondi”, perché se l’amministrazione crede in un progetto cerca anche il modo per finanziarlo. Ogni interpretazione o uso differente snaturerebbe l’essenza dello strumento partecipativo, allontanando così cittadini che potrebbero sentirsi “presi in giro” e prenderebbero le distanze dalla macchina comunale, andando a vanificare ogni sforzo per raggiungere il reale obiettivo del metodo: creare comunità.

 

ABC: W come “World Cafè”

Il World Cafè è una forma di Progettazione Partecipata che nasce negli Stati Uniti negli anni Novanta.
Il cuore del World Cafè è molto semplice: le intuizioni più calzanti e le conversazioni più ricche maturano in contesti informali, prive di inibizioni e lontane dal peso delle gerarchie. Spesso viene utilizzato per fare discutere i cittadini del destino di aree pubbliche e beni comuni in modo efficace e positivo. Il fine è di creare soluzioni innovative a problemi concreti.

Ma di preciso, che cosa succede?

Affinché ciò accada si avvale di un metodo che conta una serie di fasi.
Gli avventori vengono accolti e invitati a prendere posto in tavolini predisposti. Viene dato loro uno stimolo, una proposta sui cui cominciare a ragionare, in circa un quarto d’ora di tempo.
Un commensale vestirà il ruolo del padrone di casa e appunterà quanto nasce dal dialogo.
Finito il tempo i partecipanti si alzeranno e si mescoleranno ad altri, generando altri tavoli di lavoro. Il padrone di casa li accoglierà e illustrerà loro quanto detto in precedenza. Il tema resterà lo stesso, ma si arricchirà e crescerà ancora: il tavolo è infatti abitato da persone nuove che potranno prendere spunto da quanto già trattato.
Terminati i giri si raccolgono gli scritti, i quali verranno restituiti in plenaria.

Patti chiari, amicizia lunga

1. Chi partecipa è la persona giusta
2. Qualsiasi cosa succeda va bene
3. Si parla a tutti e non ad alcuni
4. Si critica ma non si giudica
5. Non ci sono risposte sbagliate
6. Quando si inizia si inizia
7. Quando si finisce si finisce

Metodo e regole: non limiti, ma possibilità

Ma se l’intenzione è quella di creare l’informalità del bar, perché dotarsi di una metodologia e di regole?
Tali norme sono una sorta di patto tra chi innesca il processo creativo e tra chi sceglie di prenderne parte. Entrambi gli attori hanno bisogno l’uno dell’altro, così come hanno bisogno di conoscere il proprio ruolo, il senso del proprio lavoro e i propri fini.
Si può provare a vedere tali regole non come dei vincoli, ma come delle possibilità. Come una soluzione a un problema. Accade spesso che alcuni soggetti monopolizzino la conversazione, parlino tanto e forte, perché più spontanei, o perché più anziani e più esperti. In un World Cafè ognuno è incoraggiato a partecipare nel rispetto delle proprie peculiarità ed esigenze. E spesso sono le persone magari meno abituate a esprimersi a portare i contributi più sensibili e inaspettati.
Il metodo disciplina la spontaneità del dialogo e l’energia dello scambio, le incanala, ne raccoglie le forze, le tonalità e le differenze e le trasforma in strumenti utili per la collettività. Non addomestica né cancella il potenziale, ma lo indirizza affinché possa esprimere la carica rivoluzionaria.

Ben più di una assemblea

Il World Cafè vuole superare e migliorare l’idea della assemblea, uno strumento utilissimo e nobile la cui importanza va rispettata e impiegata, ma comunque perfettibile.
I piccoli tavoli permettono di non sentirsi atterriti da una folla di estranei giudicanti. La condizione è assolutamente orizzontale: non esistono leader, nessuno sovrasta un altro, nessuno alza la voce. Così come non esiste una soluzione giusta o sbagliata e così come nessuno sarà passibile di critica se silenzioso.
Ognuno ha il diritto di esporsi quanto il diritto di restare in silenzio e ascoltare. L’esperienza è tanto più efficace quanto ognuno si comporti in maniera naturale e in linea con il proprio sentire.

Per tutti questi motivi è necessario dotarsi di indicazioni cristalline, esposte a tutti e valide per tutti.

Ma se si è tutti uguali, che ruolo ha chi organizza?

Chi avvia il processo riveste il ruolo del facilitatore, ovvero colui che accoglie i propri ospiti e incoraggia i rapporti, mettendo i partecipanti nelle migliori condizioni per potersi esprimere. Un facilitatore colma i vuoti, trasforma gli sconosciuti in compagni di lavoro, fa sì che i dialoghi raggiungano il massimo del proprio potenziale, senza divagare o scadere nel battibecco e nella lamentela. Ricorda sempre che lo scopo dell’iniziativa è giungere a un risultato soddisfacente per tutti.
Soprattutto ha il dovere di creare un clima ospitale, un ambiente accogliente, bello da vivere, alternativo al quotidiano, ma comunque pragmatico e attuato per fare funzionare meglio il nostro vivere comune.

Per approfondire:
Breve guida al World Cafè
 (traduzione di Carla Galanti e Mario Gastaldi)
Guida pratica al World Cafè (di Juanita Brown e la World Cafè Community)

Pavia, beni comuni, partecipazione: il nuovo regolamento

Anche il Comune di Pavia, come altri cento in tutta Italia, nel mese di giugno del 2016 ha approvato il Regolamento dei Beni Comuni, promosso dal laboratorio Labsus. Si tratta di un documento che permette ai cittadini di collaborare attivamente con l’amministrazione, nella cura e nella gestione degli spazi urbani, ma non solo.
Ne abbiamo parlato con Alice Moggi, assessore alle Politiche Sociali di Pavia

A chi si rivolge il Regolamento?

A tutti i cittadini ma anche, in un certo senso, allo stesso Comune, che ora dispone di uno strumento più flessibile per gestire le istanze dei cittadini stessi. Ha un ambito di intervento abbastanza ampio, che è quello dei beni comuni: aree e spazi fisici ma anche beni immateriali, come servizi a beneficio della comunità.

Dunque un regolamento aperto e rivolto a tutti. Ma, per proporre un patto al Comune, bisogna essere necessariamente residenti a Pavia?

Non abbiamo considerato quello della residenza come un vincolo: siamo partiti dal presupposto che chi si vuole occupare del recupero di un bene comune lo faccia perché, in qualche modo lo vive.

Come è strutturato un patto di collaborazione con il Comune? Che differenze possono esserci fra un patto e l’altro?

Sono definiti due tipi di patti. I patti ordinari si attivano quasi d’ufficio perché riguardano una gestione semplice di un bene, mentre i patti complessi, come potrebbe essere un accordo per la sistemazione di uno stabile, richiedono un approfondimento maggiore da parte degli organi dirigenziali e politici del Comune.
Chiaramente ogni patto è diverso dall’altro: molto dipende dagli obiettivi che ci si pone, dalle competenze che il cittadino mette a disposizione o dalla disponibilità del Comune a investire proprie risorse.

Uno dei principi su cui si basa il regolamento è quello di fruizione collettiva dei beni comuni. Cosa significa esattamente, e cosa vuol dire prendersi cura di un bene nel rispetto di questo principio?

I beni comuni non sono i beni del Comune, ma dei cittadini. Se io mi metto a disposizione per recuperare il parco davanti a casa non lo faccio perché ne voglio fruire in modo esclusivo, ma per per migliorarlo e “restituirlo” alla comunità.

Sono previsti incentivi per chi decide di collaborare con l’amministrazione? Magari definiti di volta in volta nei singoli patti?

Non abbiamo definito a monte quali possano essere gli incentivi, proprio per poterli individuare anche in base agli interessi del cittadino: potrebbe ad esempio trattarsi di ingressi gratuiti al cinema, a teatro o nei musei o altre soluzioni che rientrino però negli ambiti di competenza del Comune.

Un tema importante è quello delle responsabilità: come viene affrontato e in che modo Comune e cittadini condividono le responsabilità su un bene?

Il regolamento introduce un atto amministrativo di tipo non autoritativo: questo significa che il cittadino non lavora per il Comune, ma si instaura piuttosto un rapporto di collaborazione paritaria. Quando un cittadino decide di partecipare, quindi, si assume automaticamente delle responsabilità, che vengono divise equamente con il Comune. Abbiamo comunque previsto una polizza assicurativa, in caso qualcuno si facesse male!

I cittadini possono decidere di richiedere sponsor o finanziamenti di terze parti?

Certo, l’unico vincolo che poniamo è una completa trasparenza di questi processi: dobbiamo sapere con precisione come vengono spesi finanziamenti esterni su un bene comune.

A giugno 2017 scadrà l’anno di sperimentazione previsto dal Regolamento. Si possono già fare dei primi bilanci? E il Comune quali iniziative prevede per il futuro?

Quest’anno siamo partiti abbastanza piano: prima di tutto è stato necessario lavorare con il personale del Comune, che avrà l’importante ruolo di facilitatore. In secondo luogo, abbiamo cercato, insieme a Labsus, un coordinamento efficace con gli altri comuni lombardi che stanno adottando il regolamento, in modo da scambiarci idee e soluzioni a eventuali problematiche. Una delle cose più difficili resta però riuscire a passare un messaggio positivo ai cittadini, parlare loro di un regolamento che non serve per scaricare responsabilità ma per lavorare insieme.

Che significato ha per te l’amministrazione condivisa?

Il tema fondamentale è riaprire il dialogo con i cittadini, che hanno più volte dimostrato di volersi impegnare attivamente. È evidente innanzitutto che l’ente pubblico non riesce a farsi carico di tutte le esigenze della comunità, ma è vero anche che vivere i luoghi come qualcosa di nostro, assieme agli altri cittadini, ha un valore positivo che lavora proprio sulle relazioni, sul senso di comunità. Troppo spesso i cittadini si sentono imbrigliati in norme burocratiche schizofreniche, non sempre ragionevoli o legate fra loro: questo li allontana dalla cosa pubblica.

ABC: P come “Partecipazione”

Ci hanno sempre detto che l’importante non è vincere, ma partecipare. Secondo noi, se partecipi, hai già vinto.

Partiamo da questo assunto: noi trattiamo la partecipazione in relazione alla cosa pubblica. Ci interessa, in questa sede, raccontare che il cittadino ha la possibilità, il diritto e il dovere di prendere una posizione ed esprimerla riguardo la gestione di spazi pubblici e riguardo i cambiamenti che avvengono nel proprio contesto.

Storicamente partecipiamo, ovvero “prendiamo parte” a un processo inerente la cosa pubblica esprimendo un voto e delegando poi ad altri l’onere di entrare in azione: l’effetto è che, spesso, finiamo col percepire come distante e fumoso ciò che ci tocca più da vicino: il nostro quartiere, le vie che ci portano a scuola e al lavoro, i tetti che ritagliano i nostri orizzonti, fisici e mentali. Senza nulla togliere alle basilari pratiche della democrazia rappresentativa, noi abbiamo l’ambizione di spostare l’accento su un meccanismo più coinvolgente e stimolante, più vicino alle esigenze del nostro vivere e del nostro quotidiano e più calato nel nostro tempo. Ebbene, vogliamo mettere in mano la città ai propri legittimi proprietari, i cittadini membri della comunità, contribuenti e pertanto titolari di diritti. Per fare ciò pensiamo che una maniera efficace sia di intraprendere percorsi di progettazione partecipata. Si tratta di un percorso di democrazia diretta durante il quale i portatori di interesse contribuiscono alla progettazione di un prodotto che rifletta i loro gusti e desideri e che sarà fruibile.

Seguiremo le linee guida della Carta della Partecipazione, un documento che ne riassume in maniera semplice e chiara i principi fondamentali. Un processo partecipativo è innanzitutto cooperativo e cerca di riunire e far lavorare alla pari ogni membro della società, incoraggiando rapporti di fiducia fra i singoli e la continua e accessibile informazione sull’andamento del percorso. Promuove un reale ascolto delle opinioni di tutti, coinvolgendo i partecipanti nell’analizzare a fondo i problemi che si pongono; non si tratta però di una somma di idee, bensì di scelte condivise, frutto di mediazione. Chi promuove un processo partecipativo dev’essere super partes e non istigare in alcun modo polarizzazioni o divisioni all’interno del gruppo.

Si dirà: una definizione così sintetica e astratta non potrà mai essere utile a livello pratico e concreto. Getta tuttavia solide basi per comprendere la natura di un percorso di progettazione partecipata, ovvero qualcosa di molto pragmatico, che porta in grembo un cambiamento culturale profondo se accolto sia dai cittadini che dall’amministrazione.
Utopia? Chiediamolo ai vicini di casa milanesi che, a maggio 2015, sul finire del mandato Pisapia, hanno visto approvare il documento in due parti Progettare insieme la città (parte 1 / parte 2), stilato da Comune e professionisti della partecipazione. Il testo verrà adottato in via sperimentale per 2 anni e propone delle linee guida per ogni aspetto del percorso partecipativo: al suo interno si possono infatti trovare le diverse tecniche e metodologie proprie della partecipazione, istruzioni per formare il personale amministrativo dell’ente pubblico, suggerimenti per reperire finanziamenti e coinvolgere in modo costruttivo eventuali privati proprietari di luoghi da riprogettare.

Il Comune di Milano si è dunque reso disponibile (attenzione: non si è obbligato!) a mettere in campo percorsi partecipativi per realizzare progetti urbanistici. Come a dire: il rischio di veder ignorato questo importante testo è praticamente dietro l’angolo ma vale la pena di essere affrontato, non solo a Milano ma in ogni città.

Per approfondire:
La partecipazione dei cittadini: un manuale
(di Patrizia Nanz e Miriam Fritsche)