Bilancio Partecipativo del Comune di Pavia: cosa ha funzionato?

Il modello del Bilancio Partecipativo pavese

Nel triennio 2015-2018 il Comune di Pavia ha sperimentato l’uso di pratiche partecipative nella composizione di parte del suo bilancio: 300.000 € l’anno, per un totale di quasi un milione nei tre anni.

Il metodo utilizzato si snoda in diverse fasi: la prima prevede una serie di incontri pubblici in cui si illustra alla cittadinanza come il Bilancio Partecipativo (BP d’ora in poi) si inserisca in quello che è il ben più ampio bilancio comunale; durante gli incontri vengono inoltre descritte le varie tappe del procedimento.

Nella seconda fase il Comune riceve, per circa un mese, le proposte di progetto da parte dei cittadini, accettandole tutte: sia che si tratti di idee in avanzato stato di maturazione sia che queste siano spiegate in poche righe. Solo in seguito, durante la coprogettazione, le proposte vengono suddivise dal Comune fra i vari tavoli tematici, attorno ai quali si incontrano cittadini proponenti e tecnici. Le idee irrealizzabili, già in via di attuazione o contrarie al mandato del sindaco vengono scartate.

Obiettivo dei tavoli di coprogettazione, all’interno dei quali i progetti vengono rimodellati ed eventualmente accorpati, è stilare una lista delle 30 idee più votate, alle quali corrispondono altrettante “squadre” formate dai diversi cittadini proponenti.

Basandosi su principi del tutto simili a quelli della gamification, le diverse squadre vengono stimolate a creare coinvolgimento nella popolazione e collezionare voti per i loro progetti. Al termine della competizione vengono decretati i progetti vincitori, che riceveranno il finanziamento.

Osservazioni sul modello

Come già spiegato in questo articolo, il BP non ha la funzione principale di finanziare progetti ma di coinvolgere la popolazione, ricucire il rapporto tra cittadini e macchina amministrativa, far emergere problematiche. Il “target” di popolazione a cui si rivolge è quello che, pur avendo un po’ di tempo a disposizione, competenze e idee, non ha invece modo, volontà o pazienza di districarsi nella serie di complessi strumenti a disposizione per realizzare i propri progetti.

Il BP non è pensato per incrementare le risorse di gruppi esistenti e funzionati, anche se è inevitabile che parti di esso vi finiscano. Fortunatamente molti dei progetti finanziati vengono proposti da gruppi nascenti, poco organizzati o che possono svolgere la loro missione solo per mano pubblica (un esempio su tutti, le piste ciclabili).

Cosa ha funzionato? Cosa no?

Va innanzitutto sottolineata la positività dell’esperienza: testare il BP a Pavia ha senz’altro rappresentato un passo verso una dimensione sempre più partecipativa della vita cittadina, seppure con qualche zoppicamento proprio della dimensione sperimentale.

Da annotare fra le cose che hanno funzionato, la capacità del Comune di cogliere stimoli inediti o inaspettati, ricevuti durante il BP. L’esigenza di avere una pulizia accurata sulla sponda bassa del Ticino, ad esempio, è stata portata da una cittadina al BP e, seppur non passando le selezioni, è stata realizzata qualche mese più tardi. Questa capacità del Comune necessita di essere mantenuta viva.

Qualche nota dolente, tuttavia, va segnalata.

In primo luogo, alcuni progetti, solitamente quelli complessi e che richiedono lavori ingenti o l’emissione di bandi, non sono ancora stati realizzati a distanza di due anni: questo crea una discrepanza tra gli intenti del BP e la sua realizzazione concreta. Quando il gruppo, la squadra, che non ha una persistenza alle spalle, si trova a dover attendere tempi lunghi è possibile che si sciolga, perda pezzi e metta a rischio la buona riuscita dei progetti, soprattutto se questi sono caratterizzati da una componente sociale forte. Se non fosse possibile ridurre i tempi di realizzazione, occorrerà sviluppare strategie complementari per colmare questi vuoti temporali.

Altra debolezza, la struttura dei tavoli di coprogettazione, a cui viene dedicato troppo poco tempo e i cui temi sono impostati in maniera netta dall’Amministrazione. Questo implica una integrazione dei progetti talvolta disfunzionale: idee che, ad esempio, riguardano la stessa area urbana, e quindi potrebbero essere discusse da un unico gruppo, vengono di fatto divise in base alla tematica, finendo col disperdersi per mancanza di tempo per approfondire i nessi in comune. La conseguenza è un parziale sacrificio dei precetti della coprogettazione – come la libertà di unirsi in tavoli di lavoro non prestabiliti o l’avere maggior tempo a disposizione per la discussione – in nome di una selezione di team affidabili e capaci, che siano in grado di portare avanti i progetti e la loro divulgazione una volta iniziati.

La prossima primavera (2019) a Pavia si andrà ad elezioni e probabilmente non verrà svolto il BP. Vedremo nel 2020 se l’amministrazione che verrà deciderà di applicare lo strumento e in quale maniera.

EDIT: Abbiamo ricevuto notizia che il BP è stato confermato anche per il 2019, proprio per mantenere una continuità del percorso. Per il mese di settembre 2018 è invece previsto un momento di incontro con i cittadini volto alla raccolta di osservazioni e indicazioni per il miglioramento del processo.

Progettare un festival è un gioco da ragazzi!

Partiamo dalle conclusioni: diffondere la cultura e le pratiche della progettazione partecipata fa bene a tutti, in particolare ai più giovani. Se bisogno c’era di una prova concreta, ne abbiamo avuto una chiara dimostrazione lo scorso 17 febbraio, durante il laboratorio di progettazione dedicato a ragazzi tra i 12 e i 19 anni. Si è trattato di una delle fasi organizzative che porteranno alla realizzazione di un festival per giovani dai giovani, dunque ideato, programmato e pubblicizzato interamente dai ragazzi.

La parola chiave, emersa proprio dai ragazzi a margine delle attività svolte il 17, è stata fiducia: quella data a loro, in modo particolare, per la pianificazione di un grosso evento, ma che viene riconosciuta a tutti cittadini durante i momenti partecipativi. Fiducia nel fatto che ognuno possa portare un contributo, un punto di vista che non era stato considerato, e che ogni contributo possa essere preso in considerazione nella costruzione di un progetto.

Attenzione: questo non significa accettare acriticamente ogni idea e raffazzonare un collage di proposte che non ha né capo né coda. Il cuore sta proprio nel tentare, spiegare, limare e infine costruire un progetto, o un’idea di progetto, non solo stabile ma che ha in più il vantaggio di essere condiviso e accettato dai portatori di interesse.

Detto così può suonare piuttosto teorico: ecco perché vogliamo raccontarvi come si è arrivati al laboratorio e come abbiamo lavorato nella pratica. [*]

Progettare con i ragazzi: l’idea

Molto spesso, da adulti, si parla dei bisogni dei giovani, dei loro desideri e del dedicare loro spazi, sia fisici che culturali. Quasi mai, però, si discute di questo con loro, ponendo domande dirette e lavorando insieme sulle risposte.
Pavia è una città in cui l’offerta di occasioni di svago viene percepita, nel migliore dei casi, come scarna e poco stimolante. Si sente, in particolare, la mancanza di un evento dedicato espressamente ai più giovani che non sia realizzato da persone che giovani non sono: perché, quindi, non permettere ai ragazzi di esprimersi, anzi, di organizzare loro il proprio evento pavese?

Prima fase. L’evento che vorresti: un questionario online

Tra settembre e ottobre del 2017 il Csv di Pavia (ora sede territoriale di Pavia che costituisce, insieme alle sedi di Lodi, Cremona e Mantova, il CSV Lombardia Sud) ha lanciato un questionario online dedicato espressamente ai ragazzi, chiedendo loro di immaginare il festival che avrebbero voluto vedere nella propria città. Il racconto emerso è di un evento che tocca i più svariati ambiti: musica, teatro, arte e giochi di strada, fotografia, sport, cinema e letteratura, anche a fumetti. E lo fa con spettacoli e concerti, ma anche contest, tornei, dibattiti e laboratori con esperti.

Tante idee molto diverse, quindi, emerse dalla prima consultazione dei ragazzi. Come metterle insieme in modo sinergico, strutturato e incontrando il più possibile gli interessi di tutti?

Il laboratorio di progettazione: coinvolti e dritti al punto

Il metodo che abbiamo scelto è quello dell’Open Space Technology (Ost), una definizione in apparenza ostica per determinare un tipo di laboratorio caratterizzato da tavoli di lavoro che si attivano in parallelo, in un contesto che lascia completa libertà di parola e movimento tra un tavolo e l’altro, senza timore di essere giudicati e con un obiettivo comune, molto chiaro e raggiungibile.

Ogni idea da discutere viene proposta dagli stessi partecipanti, a inizio laboratorio: ognuno dà alle altre persone potenzialmente interessate un vero e proprio appuntamento per discutere il tema presentato. Le sessioni di lavoro vengono perciò predisposte collettivamente, senza che ci sia nulla di precostituito, accorpando eventualmente – e in caso di tempi o spazi ristretti – idee simili fra loro.

Seconda fase. L’Open Space dei ragazzi

Il nostro laboratorio è durato 3 ore. Vi hanno preso parte circa 20 giovani, fra coloro che avevano risposto al questionario, supervisionati da adulti con il compito di facilitare il lavoro di progettazione, quindi di stimolare il confronto positivo.

Ogni ragazzo ha proposto almeno un’idea: avevamo la possibilità di attivare al massimo 6 tavoli per round (ma meglio 5!), dunque è stato necessario accorpare le proposte che potevano essere discusse insieme.

Normalmente chi lancia un’idea è anche colui che la accudisce, si cura di seguire il relativo tavolo di lavoro e prende appunti su quanto emerge durante la discussione. Nel nostro caso, per snellire le attività e dar modo a tutti i ragazzi di concentrarsi unicamente sullo scambio di idee – o eventualmente, cambiare in corsa gruppo di discussione – abbiamo deciso che sarebbero stati i facilitatori a rivestire il ruolo di “capotavola”.

Abbiamo inoltre cercato di declinare il laboratorio in modo che fosse il più possibile “a prova di timidezza”, a partire dal giro di presentazioni svolto con l’ausilio di un piccolo gioco utile a rompere il ghiaccio, disposti in cerchio. Uno dei nodi fondamentali di cui tenere conto era la differenza di età fra i ragazzi e i facilitatori, un fattore che avrebbe potuto compromettere la riuscita dell’Ost  se gestito in modo errato.

Una facile tentazione in cui cadere poteva infatti essere quella di portare la propria esperienza di adulti e farla prevalere sulle proposte dei ragazzi, portando il confronto su un livello estremamente impari. È stato quindi necessario trovare la formula per sviluppare il ruolo del facilitatore: non solo figura di riferimento che stimola la discussione senza accentrare su di sé l’attenzione e favorendo il protagonismo del gruppo, ma anche persona che, da adulta, riconosce autorevolezza alle idee dei ragazzi. Insomma, la parola da tenere a mente rimaneva sempre la già citata “fiducia”.

I giovani partecipanti hanno risposto in modo assolutamente positivo, dando il massimo possibile secondo le proprie esperienze e la propria personalità. Hanno sorpreso per capacità di iniziativa, propositività, gioco di squadra e rispetto dello spazio reciproco, nonostante anche fra loro ci fosse molta differenza di età. Colpiva notare, nella pausa fra un giro di tavoli e l’altro, la loro voglia, quasi urgenza, di ricominciare a discutere e proporre idee, resa esplicita dal controllare e ricontrollare il cartellone degli appuntamenti, dal decidere insieme in quale gruppo inserirsi. Un segnale che abbiamo interpretato come un bisogno di ascolto reale, di uno spazio in cui sperimentarsi senza giudizi e in cui non sentirsi marginali, bambini.

Progettare insieme serve a questo, ed è per questo che fa bene a tutti, in particolare ai più giovani.

… e per chi è arrivato fin qui, ecco il Report del laboratorio!

[*] Ozelot Lab è solo una delle realtà che hanno partecipato alla realizzazione del laboratorio e che accompagneranno i ragazzi fino alla realizzazione del loro festival: ringraziamo di cuore il Csv Lombardia Sud – sede di Pavia, le associazioni Calypso il teatro per il sociale, Cielo Terra Musica, Babele onlus, Le Torri, il Circolo ARCI Via D’acqua, Aerel, Amici dei Boschi, A Ruota Libera, la libreria Il Delfino e tutti coloro che man mano si sono aggiunti!

Salviamo il sottomercato! Intervista a Viola Petrella

Il progetto di riqualificazione del Mercato Ipogeo, a Pavia, è arrivato primo all’edizione 2017 del Bilancio partecipativo, portando a casa 639 voti.
Viola Petrella ci racconta il suo coinvolgimento nel progetto record di preferenze.

Che ruolo hai avuto nel progetto?

Nessuno di noi aveva un ruolo specifico. La mia associazione, Atelier Città, aveva partecipato – con l’appoggio del Comune e assieme a una serie di altre associazioni – al bando “Culturability” con un progetto proprio sul Mercato Ipogeo, quindi abbiamo portato la nostra esperienza al Bilancio partecipativo: io ho preso il ruolo di coordinatrice della squadra quando siamo stati accorpati ad altri progetti e cittadini che avevano avuto idee sul Mercato Ipogeo o che comunque potevano essere affini alla nostra.

Che partner avete avuto nel progetto?

In effetti sono un bel po’. C’è l’associazione ComPVter, che ha uno spazio a Prado in cui tiene un museo di retrocomputing e svariati laboratori, ma anche l’UDU di Pavia (Coordinamento per il diritto allo studio) o l’associazione Le Torri. A questi gruppi facevano riferimento molti proponenti: bisogna ricordare che si partecipa al Bilancio partecipativo come singoli cittadini, e sono stati infatti loro a proporre il progetto. Alcuni cittadini avevano già un’associazione alle spalle ma tanti hanno partecipato singolarmente.

Come mai proprio il Mercato Ipogeo, che caratteristiche ha?

Lo spazio ha delle caratteristiche positive abbastanza ovvie: è grande ed è in centro. Già questo attira l’attenzione. È anche uno spazio di cui tutti abbiamo memoria: tutti ricordiamo di essere stati nel Mercato Ipogeo, anche nella parte che oggi è chiusa, a meno di non essere davvero giovanissimi.
Il Mercato Ipogeo occupa tutta l’area sottostante a piazza Vittoria: la metà nord ha negozi tuttora attivi, la metà sud è rimasta completamente vuota e abbandonata, finché hanno deciso di chiuderla, così come gli accessi di piazza Cavagneria. Dunque oggi è di fatto uno spazio mezzo chiuso e mezzo aperto in centro, che potrebbe essere un collegamento fra due piazze e il cortile del Broletto e che si potrebbe collegare molto bene anche con lo Spazio Giovani di via Paratici.

Di cosa tratta il progetto e che tempi si prospettano?

Al Bilancio partecipativo abbiamo presentato un progetto per mettere a posto in “maniera minima” il luogo: agibilità, sicurezza e impianti sono i tre punti cardine.
Il progetto, una volta finanziato, passa in mano al Comune, quindi non so stimare il tempo che ci vorrà, ma continueremo a seguire l’andamento dei lavori.
Fra noi abbiamo discusso molto, avendo diversi incontri di progettazione tra i proponenti. C’erano alcune delle persone che hanno presentato, ormai 7 o 8 anni fa, il progetto UAU, uno spazio per adolescenti nel Mercato Ipogeo, mai realizzato, ed è stato davvero importante trovarci tutti. Sono uscite però anche altre proposte: Activators, ad esempio, ha portato diverse idee che hanno a che fare con la tecnologia digitale, mentre l’UDU ha pensato a un “Media Lounge” che sia punto di ritrovo a contatto con la tecnologia ma funga anche da aula studio per gli universitari.
L’idea è insomma quella di realizzare uno spazio di aggregazione che recuperi la funzione molto bella che aveva il Mercato Ipogeo: un luogo per scambiarsi cose ma per scambiare anche due chiacchiere. Non bisogna perdere la dimensione della socialità.
C’è un tema che, personalmente, sento molto: quello del cosiddetto “Audience development“, cioè lo sviluppo di un pubblico che chieda a gran voce un’offerta culturale e artistica di qualità. A Pavia esistono molto luoghi di diffusione della cultura, con iniziative, mostre o concerti, ma pochi luoghi in cui la cultura viene prodotta dai pavesi: sarebbe bello portare anche questo aspetto al di fuori dei luoghi istituzionali come l’Università.

Avete ottenuto più di 600 voti, qual è il segreto del vostro successo?

Intanto eravamo in tanti e abbiamo usato canali diversi. Abbiamo usato i social media, Facebook in particolare, in svariati modi, promuovendo il progetto attraverso pagine e gruppi, sponsorizzando post, contattando persone direttamente in chat e, in generale, mantenendo costante il livello di comunicazione, senza mai lasciar cadere la cosa.
Al di fuori di internet, abbiamo stampato più di 1500 volantini che offrivano un doppio servizio: da un lato spiegavano il nostro progetto, mentre sul retro diventavano una sorta di guida al voto, sia online che nei punti di voto assistito. Ci sono stati due momenti di promozione con un gazebo in piazza Vittoria, quindi proprio sopra il Mercato Ipogeo, avevamo con noi un computer e aiutavamo le persone a votare lì, senza che dovessero andare fino al Comune per il voto assistito. Chi votava da noi non per forza lo faceva per il nostro progetto o per quelli che promuovevamo in partnership, ognuno ha dato la sua preferenza: credo che questo sia molto bello, perché abbiamo offerto un servizio che andava oltre la promozione del nostro progetto. Non abbiamo tenuto il conto ma credo si siano fermate a votare circa 60 persone. Il momento di promozione in piazza è stato davvero bello, molti si fermavano perché avevano dei ricordi del Mercato Ipogeo e ci raccontavano la loro esperienza: è importante ascoltare questi racconti, permettono di raccogliere una memoria storica del posto.

Ti aspettavi questo risultato?

Non ho affrontato il Bilancio partecipativo con aspettative particolari: l’anno scorso avevo presentato un altro progetto in cui credevo molto e che non è stato finanziato, inoltre sapevo che se fossimo arrivati secondi non avremmo vinto: si tratta di un progetto da 200 mila euro che da solo ha coperto tutta la parte di Bilancio dedicata agli investimenti. Quando abbiamo visto che c’era una buona risposta, sia da chi si fermava in piazza sia dalle analisi di Facebook su visualizzazioni e click, abbiamo iniziato ad avere delle speranze reali.
Mi spiace solo per gli altri progetti, molti erano validi. Certo, ciascuno esprime la sua preferenza con il voto e queste sono le regole, ma sulle regole si può lavorare e ragionare per le prossime edizioni: Il Bilancio Partecipativo non è una pratica semplice e in Italia non è diffusissima. Per il futuro si potranno sicuramente fare dei miglioramenti.

Che domanda vorresti che ti facessimo?

Posso dire una cosa: a titolo personale, quella del Bilancio partecipativo è stata una bellissima esperienza perché c’è stato uno sforzo di coordinazione incredibile da parte di tutte le persone che ho conosciuto e con cui ho collaborato. In fase di progettazione era necessario che ciascuno ascoltasse le esigenze e le ragioni degli altri, e questo non è sempre facile. In fase di promozione ciascuno ha contribuito con quello con cui poteva contribuire: c’è chi ha fatto volantinaggio in treno mentre andava a lavoro, chi ha diffuso la notizia su Facebook, chi si è fatto le giornate in piazza, chi è andato a prendere il materiale, chi ha stampato… credo che questa sia la parte più bella del Bilancio partecipativo, attiva cittadini e collaborazione. Fosse anche solo per questo sforzo collaborativo, indipendentemente dal numero di voti, mi direi soddisfatta.
Spero che questa esperienza possa andare avanti, magari cercando altre fonti di finanziamento, anche al di là di questa vittoria che vedo più come un traguardo intermedio.

5 cose da fare in un Bilancio Partecipativo

La pratica del “Bilancio Partecipativo” nasce a Porto Alegre in Brasile e viene attuata per la prima volta nel 1989 . Il metodo consente ai cittadini di esprimersi in prima persona su come comporre il bilancio del proprio Comune di appartenenza. Prende diverse forme e direzioni ma l’idea alla base è che, è che, dando ai membri di una comunità la possibilità di gestire in maniera pressoché diretta parte delle finanze pubbliche , si aumenti la consapevolezza delle persone rispetto ai meccanismi della macchina amministrativa e della politica, andando almeno in parte a ricomporre le fratture della comunità stessa e di occuparsi in questo modo di temi concreti.

Ogni cittadino può dunque presentare un’idea per migliorare la qualità della vita comune. Ma come rendere il proprio progetto chiaro ed efficace? Ozelot Lab ha confezionato un piccolo vademecum in 5 punti.

1 .  Vendere un sogno partendo da una solida realtà
Il progetto deve essere qualcosa che emoziona – un sogno – ma per attecchire ha bisogno di suggestioni concrete: un luogo specifico, esempi di progetti simili realizzati altrove, eccetera. La nostra immaginazione si attiva attraverso ciò che ci è familiare: non bisogna dimenticarlo.

2 . Individuare gli “stakeholder”, i portatori di interesse
Ogni idea ha sicuramente persone potenzialmente interessate, magari sono pure già raggruppate in qualche forma: parlando, ad esempio, di una ludoteca per bambini, si potrebbero trovare/attivare gruppi Whatsapp di genitori. Coinvolgere terzi è una delle migliori opzioni. Va tenuto a mente che spesso, ai Bilanci Partecipativi, vota solo una piccola parte di popolazione, dunque il serbatoio maggiore è quello dell’astensione!

3 . Attenzione ai regolamenti
Ogni Bilancio Partecipativo è diverso dagli altri e conoscere il regolamento del proprio è importantissimo. Ad esempio: quanto denaro viene messo a disposizione e secondo quali criteri? I finanziamenti sono tutti uguali o si distinguono per tipologie diverse di spesa? Come si può materialmente presentare un progetto, in che forma e in quali ambiti di intervento? Solo conoscendo il regolamento del proprio Bilancio Partecipativo di riferimento si può capire al meglio in che forma presentare la propria idea, facendola rientrare nelle linee di indirizzo proposte dal Comune, determinando le spese necessarie alla sua realizzazione e rendendolo, a tutti gli effetti, competitivo. Può essere utile, se sono disponibili, dare un’occhiata ai progetti vincitori delle edizioni precedenti.

4 .  Non lasciare solo il proprio progetto
Sembra un’ovvietà ma, nella pratica, accade di vedere cittadini che, una volta fatta la propria proposta, la abbandonano e smettono di prendersene cura. Nei vari step del Bilancio Partecipativo è però facile che, se non seguito, il progetto non venga più portato avanti. È solamente naturale che, mancando un proponente attivo, l’idea non riesca a brillare da sola, magari spiegata in poche righe di testo.

5 . Più il progetto è costoso, meno è probabile che passi
Può capitare di avere in mente un’idea che richiederebbe spese alte per essere realizzata: bisogna fare i conti con il fatto che le proposte molto costose devono (solitamente) posizionarsi in cima alla classifica per essere finanziate. Più con la propria richiesta ci si avvicina alla totalità del fondo messo a disposizione, infatti, più il progetto ha bisogno di posizionarsi in alto per essere finanziato.

… e non è finita qui!

Cittadini e amministratori creano un intero e delicato ecosistema intorno a un Bilancio Partecipativo: la comunicazione fra i due è assolutamente fondamentale e deve accompagnarsi alla fiducia reciproca. Un Bilancio Partecipativo non deve mai essere ridotto a strumento per creare consenso (o testarlo) attorno ad una idea dell’amministrazione, né lo si può intendere come mezzo per “trovare i fondi”, perché se l’amministrazione crede in un progetto cerca anche il modo per finanziarlo. Ogni interpretazione o uso differente snaturerebbe l’essenza dello strumento partecipativo, allontanando così cittadini che potrebbero sentirsi “presi in giro” e prenderebbero le distanze dalla macchina comunale, andando a vanificare ogni sforzo per raggiungere il reale obiettivo del metodo: creare comunità.

 

Partecipazione vs Populismo, il match

“Partecipare” per noi significa raccogliere idee e pensieri costruttivi per realizzare un fine e migliorare una condizione carente. Non vogliamo offrire un megafono per i malumori né legittimare posizioni violente ma offrire uno spazio dedicato alla conciliazione dei bisogni e opportunità, un luogo di confronto, un terreno per un miglior vivere.

Vogliamo, a tale proposito, operare una distinzione tra “modello populista” e “modello partecipativo” e la linea di divisione è il modo in cui generano consenso.

In un modello partecipativo gli attori pubblici e privati promuovono il bene della collettività tramite confronto, dando peso alla discussione pubblica, migliorando la qualità del discorso pubblico e permettendo alle persone di comprendersi l’un l’altra, impegnandosi per istituzionalizzare i metodi di partecipazione democratica.

All’interno di un paradigma populista, invece, i leader favoriscono gli interessi particolaristi di una singola fazione in cambio di sostegno. Essi, spesso, manipolano la realtà a loro uso e consumo e la ipersemplificano, la spaccano in due con una accetta: da un lato la società particolare a cui dicono di rivolgersi, stremata e vessata, e dall’altra i poteri forti, sempre malvagi e sordi alle loro esigenze.

La gestione del malcontento cambia nei due casi: nel “modello populista” si attizza il fuoco della rabbia e della frustrazione mentre nel “modello partecipativo” è motore creativo, elemento da incorporare per un nuovo e maggiore consenso.

Da un lato, quindi, abbiamo un atteggiamento di rispetto reciproco, mutuo aiuto nel trovare soluzioni, una crescita personale, una società costruita sull’accordo, dall’altra, invece, una visione della società che ha nella coercizione della maggioranza sulla minoranza il suo leit motiv, la sua essenza e non potrà che portare conflitti in cui il singolo cittadino dovrà schierarsi, riducendo la sua capacità critica. Nella ricerca di consenso, il “modello populista” si spaccia per l’alternativa alla politica classica di cui non è altro che il doppio parodico. a volte contiguo, se non miscelato.

La nostra idea è di non vendere una demagogia ad alta digeribilità o un’idea scadente al discount della democrazia: con onestà intellettuale, pazienza e dando un orecchio e una voce a chi lo vuole proponiamo la nostra idea di una società più giusta; questo è ciò che siamo e quello in cui crediamo.888

ABC: W come “World Cafè”

Il World Cafè è una forma di Progettazione Partecipata che nasce negli Stati Uniti negli anni Novanta.
Il cuore del World Cafè è molto semplice: le intuizioni più calzanti e le conversazioni più ricche maturano in contesti informali, prive di inibizioni e lontane dal peso delle gerarchie. Spesso viene utilizzato per fare discutere i cittadini del destino di aree pubbliche e beni comuni in modo efficace e positivo. Il fine è di creare soluzioni innovative a problemi concreti.

Ma di preciso, che cosa succede?

Affinché ciò accada si avvale di un metodo che conta una serie di fasi.
Gli avventori vengono accolti e invitati a prendere posto in tavolini predisposti. Viene dato loro uno stimolo, una proposta sui cui cominciare a ragionare, in circa un quarto d’ora di tempo.
Un commensale vestirà il ruolo del padrone di casa e appunterà quanto nasce dal dialogo.
Finito il tempo i partecipanti si alzeranno e si mescoleranno ad altri, generando altri tavoli di lavoro. Il padrone di casa li accoglierà e illustrerà loro quanto detto in precedenza. Il tema resterà lo stesso, ma si arricchirà e crescerà ancora: il tavolo è infatti abitato da persone nuove che potranno prendere spunto da quanto già trattato.
Terminati i giri si raccolgono gli scritti, i quali verranno restituiti in plenaria.

Patti chiari, amicizia lunga

1. Chi partecipa è la persona giusta
2. Qualsiasi cosa succeda va bene
3. Si parla a tutti e non ad alcuni
4. Si critica ma non si giudica
5. Non ci sono risposte sbagliate
6. Quando si inizia si inizia
7. Quando si finisce si finisce

Metodo e regole: non limiti, ma possibilità

Ma se l’intenzione è quella di creare l’informalità del bar, perché dotarsi di una metodologia e di regole?
Tali norme sono una sorta di patto tra chi innesca il processo creativo e tra chi sceglie di prenderne parte. Entrambi gli attori hanno bisogno l’uno dell’altro, così come hanno bisogno di conoscere il proprio ruolo, il senso del proprio lavoro e i propri fini.
Si può provare a vedere tali regole non come dei vincoli, ma come delle possibilità. Come una soluzione a un problema. Accade spesso che alcuni soggetti monopolizzino la conversazione, parlino tanto e forte, perché più spontanei, o perché più anziani e più esperti. In un World Cafè ognuno è incoraggiato a partecipare nel rispetto delle proprie peculiarità ed esigenze. E spesso sono le persone magari meno abituate a esprimersi a portare i contributi più sensibili e inaspettati.
Il metodo disciplina la spontaneità del dialogo e l’energia dello scambio, le incanala, ne raccoglie le forze, le tonalità e le differenze e le trasforma in strumenti utili per la collettività. Non addomestica né cancella il potenziale, ma lo indirizza affinché possa esprimere la carica rivoluzionaria.

Ben più di una assemblea

Il World Cafè vuole superare e migliorare l’idea della assemblea, uno strumento utilissimo e nobile la cui importanza va rispettata e impiegata, ma comunque perfettibile.
I piccoli tavoli permettono di non sentirsi atterriti da una folla di estranei giudicanti. La condizione è assolutamente orizzontale: non esistono leader, nessuno sovrasta un altro, nessuno alza la voce. Così come non esiste una soluzione giusta o sbagliata e così come nessuno sarà passibile di critica se silenzioso.
Ognuno ha il diritto di esporsi quanto il diritto di restare in silenzio e ascoltare. L’esperienza è tanto più efficace quanto ognuno si comporti in maniera naturale e in linea con il proprio sentire.

Per tutti questi motivi è necessario dotarsi di indicazioni cristalline, esposte a tutti e valide per tutti.

Ma se si è tutti uguali, che ruolo ha chi organizza?

Chi avvia il processo riveste il ruolo del facilitatore, ovvero colui che accoglie i propri ospiti e incoraggia i rapporti, mettendo i partecipanti nelle migliori condizioni per potersi esprimere. Un facilitatore colma i vuoti, trasforma gli sconosciuti in compagni di lavoro, fa sì che i dialoghi raggiungano il massimo del proprio potenziale, senza divagare o scadere nel battibecco e nella lamentela. Ricorda sempre che lo scopo dell’iniziativa è giungere a un risultato soddisfacente per tutti.
Soprattutto ha il dovere di creare un clima ospitale, un ambiente accogliente, bello da vivere, alternativo al quotidiano, ma comunque pragmatico e attuato per fare funzionare meglio il nostro vivere comune.

Per approfondire:
Breve guida al World Cafè
 (traduzione di Carla Galanti e Mario Gastaldi)
Guida pratica al World Cafè (di Juanita Brown e la World Cafè Community)

Pavia, beni comuni, partecipazione: il nuovo regolamento

Anche il Comune di Pavia, come altri cento in tutta Italia, nel mese di giugno del 2016 ha approvato il Regolamento dei Beni Comuni, promosso dal laboratorio Labsus. Si tratta di un documento che permette ai cittadini di collaborare attivamente con l’amministrazione, nella cura e nella gestione degli spazi urbani, ma non solo.
Ne abbiamo parlato con Alice Moggi, assessore alle Politiche Sociali di Pavia

A chi si rivolge il Regolamento?

A tutti i cittadini ma anche, in un certo senso, allo stesso Comune, che ora dispone di uno strumento più flessibile per gestire le istanze dei cittadini stessi. Ha un ambito di intervento abbastanza ampio, che è quello dei beni comuni: aree e spazi fisici ma anche beni immateriali, come servizi a beneficio della comunità.

Dunque un regolamento aperto e rivolto a tutti. Ma, per proporre un patto al Comune, bisogna essere necessariamente residenti a Pavia?

Non abbiamo considerato quello della residenza come un vincolo: siamo partiti dal presupposto che chi si vuole occupare del recupero di un bene comune lo faccia perché, in qualche modo lo vive.

Come è strutturato un patto di collaborazione con il Comune? Che differenze possono esserci fra un patto e l’altro?

Sono definiti due tipi di patti. I patti ordinari si attivano quasi d’ufficio perché riguardano una gestione semplice di un bene, mentre i patti complessi, come potrebbe essere un accordo per la sistemazione di uno stabile, richiedono un approfondimento maggiore da parte degli organi dirigenziali e politici del Comune.
Chiaramente ogni patto è diverso dall’altro: molto dipende dagli obiettivi che ci si pone, dalle competenze che il cittadino mette a disposizione o dalla disponibilità del Comune a investire proprie risorse.

Uno dei principi su cui si basa il regolamento è quello di fruizione collettiva dei beni comuni. Cosa significa esattamente, e cosa vuol dire prendersi cura di un bene nel rispetto di questo principio?

I beni comuni non sono i beni del Comune, ma dei cittadini. Se io mi metto a disposizione per recuperare il parco davanti a casa non lo faccio perché ne voglio fruire in modo esclusivo, ma per per migliorarlo e “restituirlo” alla comunità.

Sono previsti incentivi per chi decide di collaborare con l’amministrazione? Magari definiti di volta in volta nei singoli patti?

Non abbiamo definito a monte quali possano essere gli incentivi, proprio per poterli individuare anche in base agli interessi del cittadino: potrebbe ad esempio trattarsi di ingressi gratuiti al cinema, a teatro o nei musei o altre soluzioni che rientrino però negli ambiti di competenza del Comune.

Un tema importante è quello delle responsabilità: come viene affrontato e in che modo Comune e cittadini condividono le responsabilità su un bene?

Il regolamento introduce un atto amministrativo di tipo non autoritativo: questo significa che il cittadino non lavora per il Comune, ma si instaura piuttosto un rapporto di collaborazione paritaria. Quando un cittadino decide di partecipare, quindi, si assume automaticamente delle responsabilità, che vengono divise equamente con il Comune. Abbiamo comunque previsto una polizza assicurativa, in caso qualcuno si facesse male!

I cittadini possono decidere di richiedere sponsor o finanziamenti di terze parti?

Certo, l’unico vincolo che poniamo è una completa trasparenza di questi processi: dobbiamo sapere con precisione come vengono spesi finanziamenti esterni su un bene comune.

A giugno 2017 scadrà l’anno di sperimentazione previsto dal Regolamento. Si possono già fare dei primi bilanci? E il Comune quali iniziative prevede per il futuro?

Quest’anno siamo partiti abbastanza piano: prima di tutto è stato necessario lavorare con il personale del Comune, che avrà l’importante ruolo di facilitatore. In secondo luogo, abbiamo cercato, insieme a Labsus, un coordinamento efficace con gli altri comuni lombardi che stanno adottando il regolamento, in modo da scambiarci idee e soluzioni a eventuali problematiche. Una delle cose più difficili resta però riuscire a passare un messaggio positivo ai cittadini, parlare loro di un regolamento che non serve per scaricare responsabilità ma per lavorare insieme.

Che significato ha per te l’amministrazione condivisa?

Il tema fondamentale è riaprire il dialogo con i cittadini, che hanno più volte dimostrato di volersi impegnare attivamente. È evidente innanzitutto che l’ente pubblico non riesce a farsi carico di tutte le esigenze della comunità, ma è vero anche che vivere i luoghi come qualcosa di nostro, assieme agli altri cittadini, ha un valore positivo che lavora proprio sulle relazioni, sul senso di comunità. Troppo spesso i cittadini si sentono imbrigliati in norme burocratiche schizofreniche, non sempre ragionevoli o legate fra loro: questo li allontana dalla cosa pubblica.

ABC: P come “Partecipazione”

Ci hanno sempre detto che l’importante non è vincere, ma partecipare. Secondo noi, se partecipi, hai già vinto.

Partiamo da questo assunto: noi trattiamo la partecipazione in relazione alla cosa pubblica. Ci interessa, in questa sede, raccontare che il cittadino ha la possibilità, il diritto e il dovere di prendere una posizione ed esprimerla riguardo la gestione di spazi pubblici e riguardo i cambiamenti che avvengono nel proprio contesto.

Storicamente partecipiamo, ovvero “prendiamo parte” a un processo inerente la cosa pubblica esprimendo un voto e delegando poi ad altri l’onere di entrare in azione: l’effetto è che, spesso, finiamo col percepire come distante e fumoso ciò che ci tocca più da vicino: il nostro quartiere, le vie che ci portano a scuola e al lavoro, i tetti che ritagliano i nostri orizzonti, fisici e mentali. Senza nulla togliere alle basilari pratiche della democrazia rappresentativa, noi abbiamo l’ambizione di spostare l’accento su un meccanismo più coinvolgente e stimolante, più vicino alle esigenze del nostro vivere e del nostro quotidiano e più calato nel nostro tempo. Ebbene, vogliamo mettere in mano la città ai propri legittimi proprietari, i cittadini membri della comunità, contribuenti e pertanto titolari di diritti. Per fare ciò pensiamo che una maniera efficace sia di intraprendere percorsi di progettazione partecipata. Si tratta di un percorso di democrazia diretta durante il quale i portatori di interesse contribuiscono alla progettazione di un prodotto che rifletta i loro gusti e desideri e che sarà fruibile.

Seguiremo le linee guida della Carta della Partecipazione, un documento che ne riassume in maniera semplice e chiara i principi fondamentali. Un processo partecipativo è innanzitutto cooperativo e cerca di riunire e far lavorare alla pari ogni membro della società, incoraggiando rapporti di fiducia fra i singoli e la continua e accessibile informazione sull’andamento del percorso. Promuove un reale ascolto delle opinioni di tutti, coinvolgendo i partecipanti nell’analizzare a fondo i problemi che si pongono; non si tratta però di una somma di idee, bensì di scelte condivise, frutto di mediazione. Chi promuove un processo partecipativo dev’essere super partes e non istigare in alcun modo polarizzazioni o divisioni all’interno del gruppo.

Si dirà: una definizione così sintetica e astratta non potrà mai essere utile a livello pratico e concreto. Getta tuttavia solide basi per comprendere la natura di un percorso di progettazione partecipata, ovvero qualcosa di molto pragmatico, che porta in grembo un cambiamento culturale profondo se accolto sia dai cittadini che dall’amministrazione.
Utopia? Chiediamolo ai vicini di casa milanesi che, a maggio 2015, sul finire del mandato Pisapia, hanno visto approvare il documento in due parti Progettare insieme la città (parte 1 / parte 2), stilato da Comune e professionisti della partecipazione. Il testo verrà adottato in via sperimentale per 2 anni e propone delle linee guida per ogni aspetto del percorso partecipativo: al suo interno si possono infatti trovare le diverse tecniche e metodologie proprie della partecipazione, istruzioni per formare il personale amministrativo dell’ente pubblico, suggerimenti per reperire finanziamenti e coinvolgere in modo costruttivo eventuali privati proprietari di luoghi da riprogettare.

Il Comune di Milano si è dunque reso disponibile (attenzione: non si è obbligato!) a mettere in campo percorsi partecipativi per realizzare progetti urbanistici. Come a dire: il rischio di veder ignorato questo importante testo è praticamente dietro l’angolo ma vale la pena di essere affrontato, non solo a Milano ma in ogni città.

Per approfondire:
La partecipazione dei cittadini: un manuale
(di Patrizia Nanz e Miriam Fritsche)