Perché i politici di oggi devono avere una autonomia maggiore?

Oggi, forse più di ieri, siamo scontenti dei nostri rappresentanti. I motivi sono molteplici. Giusto per citarne alcuni dei più ovvi: la maggior complessità del mondo moderno, le grandi modificazioni del tessuto socioeconomico a livello globale, l’inadeguatezza delle ideologie e dei modelli nonché della “liquidità” con cui i politici vi si approcciano, ora sì, ora no, forti di una generale stratificazione che non distingue i vari schemi di giusto e sbagliato. Certo, un popolo non adotterà mai, veramente e in maniera completa, uno schema e quindi queste stratificazioni sono naturali, ma per prendere una direzione tocca scegliere un modello di riferimento.

La questione di cui voglio parlare è legata a questo tipo di problematiche: mi riferisco all’autonomia che i politici dovrebbero avere, specie quelli più “piccoli”, prossimi alla comunità che richiede loro risposte a velocità prima impensabili. Una richiesta che si fa sentire specialmente con l’avvento dei social che mettono in pubblica piazza il rapporto tra elettore ed eletto, in tempo reale: il politico sente l’urgenza del dover dare una risposta senza neanche avere il tempo necessario all’approfondimento delle questioni per poter formulare un giudizio sensato.

Il che lascia all’eletto quattro possibilità:

  1. Prendere una posizione a prescindere
  2. Prendere tempo
  3. Dare una risposta piena di subordinate al condizionale che creano più confusione che certezze
  4. Ammettere la propria inconsistenza sul tema (il che, se ci pensate, sarebbe la cosa più umana ma al contempo quella che siamo meno disposti a digerire).

Ciascuna di queste posizioni ha i propri pro e contro, a seconda anche dell’elettorato di riferimento, e chiedere a un rappresentante di non tenerne conto rischia di minare il potere contrattuale della propria rappresentanza e, in definitiva, gli interessi e il “bene” dell’elettorato stesso.

Se usare una certa cautela o prendere tempo può essere tollerato di fronte a una notizia improvvisa, ma comunque non “troppo” tempo, questo non può avvenire per questioni più grandi e che sono montate magari per mesi. Penso ad esempio a un grande progetto di una amministrazione che deve essere attenzionato fin da subito, sul quale un politico deve porre domande e offrire consigli, invece di criticarlo solo a posteriori, dimostrando che il principio di Peter* vale anche per lui.

L’unica soluzione a una richiesta di risposte il più possibile oggettive in minor tempo non può che essere una maggiore preparazione e quindi una maggiore autonomia. Non c’è scorciatoia, specie per chi non può permettersi uno staff che sia praticamente una propria estensione, ossia una estremamente piccola minoranza di chi fa politica dentro le istituzioni.

Certo, ci sono i colleghi, gli amici, magari anche qualche consulente, ma non solo i tempi di reazione possono essere dei più disparati, non solo bisogna porre estrema fiducia in questi, ma alla fine si è sempre soli di fronte all’elettorato. Le persone pretendono risposte più in fretta, più precise, più risolutive.

Ma su cosa bisognerebbe avere, per lo meno, una infarinatura?

Prima di tutto, su ogni aspetto che riguarda il ruolo ricoperto (regolamenti degli organi, normative varie e un po’ di diritto amministrativo) e, altrettanto importante, la conoscenza del territorio o del tema centrale dell’ente.
In secondo luogo, ciò che riguarda la comunicazione e la gestione delle aspettative del proprio elettorato: costruire un rapporto di fiducia e trasparente aiuta nel rallentare l’impellenza (che, alla fine, spesso non è neanche giustificata) di avere risposte.
Infine, un terzo aspetto importante è aver le idee chiare su come si implementa un progetto per poter portare a compimento le proprie parole.

Non si tratta di un percorso immediato: altre vie, più incentrate sulla “immagine”, potrebbero sembrare maggiormente efficienti (vedasi ad esempio tutte le strategie di comunicazione che non fanno appiglio su una base ideologica ma sul “sentiment” istantaneo della popolazione), ma la costruzione di una carriera politica duratura non può prescindere da una solida base di “sostanza”.

*Principio secondo cui “In una gerarchia, ogni dipendente tende a salire di grado fino al proprio livello di incompetenza”.

La politica deve farti felice

Gatto felice che guarda al futuro

Se fai politica e non sei felice, stai sbagliando qualcosa. Se partiamo dalla definizione di politica come “l’arte del possibile” (diceva il signor Otto von Bismarck), allora questa equazione potrebbe essere più chiara.

Una delle più grandi felicità che possa accompagnare l’essere umano in questa vita terrena è proprio la possibilità di creare qualcosa, di poter modificare, dare un senso al tempo speso. Tant’è che una delle più alte aspirazioni dell’uomo è sempre stata di compiere gesta tali da rendersi immortali attraverso il proprio operato, da cambiare il corso degli eventi o da ispirare altri.

Per quanto improbabile possa sembrare, la propria felicità è un ottimo indice per capire se si stia facendo buona politica o meno. Nel momento in cui non si riesca a concretizzare qualcosa, forse è il caso di analizzare i propri comportamenti: magari è una questione di impostazione del proprio lavoro, di strategia o di tattica o magari si sta sì realizzando qualcosa, ma non lo sentiamo veramente nostro, e quindi vi è una alienazione dal risultato dei propri sforzi.

Questa sensazione dovrebbe riuscire a mettere insieme sia una valutazione qualitativa, di risultato, sia ideale, di avvicinamento a ciò che desideriamo. Per esemplificare, potremmo ottenere ottimi risultati ma non esserne soddisfatti perché arrivati utilizzando strumenti presi da ideologie diverse; viceversa, potremmo avere pessimi risultati usando la nostra ideologia: in entrambi i casi non avremo una sensazione di felicità.

Raggiungere questo stato di grazia diventa essenziale per un politico: per costruire davvero qualcosa, porsi in condizioni ottimali di ricezione degli stimoli e dei bisogni, nonché il poter spaziare realmente fra le soluzioni possibili e magari prima non considerate. Condizioni tipiche di chi sta attraversando un periodo positivo.

Il duplice aspetto di bussola e al contempo di stato che ci predispone a gestire l’inaspettato e non solo: la felicità è la condizione necessaria (ma non sufficiente) per il buon politico.