Question Authority: è sempre un bene?

Seconda puntata sul concetto di Question Authority: per le avvertenze e una prima disamina potete leggere qua la prima parte.

È un periodo storico, questo, dove si vive una sanissima diffidenza verso l’autorità. Come abbiamo visto, la diffidenza verso l’autorità è un elemento essenziale per la buona salute di una società. Però, passando dall’ideale al pratico, possiamo notare come ci sia una serie di problematiche: cultura politica, conoscenze tecniche, istituzionalizzazione della comunità scientifica, meccanismi di controllo…

Vediamo le principali e come si combinano con la diffidenza.

Istituzionalizzazione della comunità scientifica

Questo processo è inarrestabile: le persone che compongono la comunità scientifica si raccolgono in istituti per razionalizzare risorse e mettere in condivisione la conoscenza.

Ma che cos’è uno scienziato? È un individuo che accetta i paradigmi della comunità scientifica, i quali, a loro volta, sono in perenne evoluzione. Tende a spiegare e prevedere il mondo, avvicinarsi ad esso e comprenderlo e, avendo la realtà come giudice ultimo, riesce a distaccarsi dalla fallibilità umana. La scienza dovrebbe, quindi, essere immune alla diffidenza in quanto la incorpora dentro di sé e quindi, all’interno della comunità scientifica, viene rifiutato il principio di autorità. Purtroppo l’istituzionalizzazione può anche rallentare i processi di raffinazione della scienza. Una tendenza umana degli scienziati è quella di difendere a spada tratta la propria teoria ed emendarla fino a quando non è più possibile farlo: questa tendenza è amplificata, all’interno di un istituto. In un istituto vige anche il principio di autorità e questo può portare all’allocazione di risorse in maniera fideistica alle teorie dominanti nella classe dirigente. Ovviamente la scienza, per la sue caratteristiche, prima o poi spazza via queste resistenze.

L’istituzionalizzazione porta, spesso, con sé anche remore di tipo politico-economico. Quando un istituto mostra una forte dipendenza da organismi politici può essere che l’istituto ammorbidisca certe posizioni e, se anche non avviene, le persone non smetteranno di sospettare di questo legame.

Conoscenze tecniche

Le conoscenze tecniche, come abbiamo visto, derivano da una specializzazione che è indispensabile al progresso della società umana. Purtroppo però, maggiore è la specializzazione, minore è la porzione di persone che è in grado non solo di contribuire all’esplorazione e al miglioramento in un dato campo ma anche solo quella in grado di comprendere a grandi linee di che cosa si tratti e quindi potere efficacemente mettere in discussione l’autorità che fornisce le informazioni e le linee guida del pensiero. Soprattutto con le scienze deboli questo diventa molto rilevante.

L’assenza e, fino ad un certo punto, l’impossibilità di diffondere conoscenze specialistiche oltre un certo limite aumenta l’inabilità a mettere in dubbio in maniera seria e utile.

Cultura politica

Una limitata cultura politica è anche una limitata cultura amministrativa: viviamo in un mondo di stratificazioni politiche importanti (lo accenniamo anche qua ) dove i politici possono attingere da un pensiero all’altro dello spettro politico spesso senza particolari ripercussioni. Ma le idee politiche nascono come sistemi di idee dove ogni provvedimento ha un senso nel contesto e non preso singolarmente.

Volendo semplificare, è un po’ come essere in cucina: esistono le tradizioni culinarie e hanno una coerenza interna, e si può sperimentare fondendole, ma si corre anche il rischio di proporre pietanze irricevibili. Non esiste quindi una soluzione che funzioni “da sola”, non esiste il “buonsenso”. La debolezza di queste cartine tornasole chiamate “ideologie” mina la fiducia verso le formazioni politiche.

Meccanismi di controllo

In democrazia diventano fondamentali dei meccanismi di controllo, ovvero quegli strumenti che permettano di verificare il buon andamento di una situazione (possono essere veramente di qualunque tipo, da un indice numerico a un comitato di controllo).

Esistono svariati movimenti che spingono per avere trasparenza dei dati o delle informazioni, e spesso la ottengono, tuttavia quello che è il passo successivo, ossia l’elaborazione di quei dati e quelle informazioni, quasi mai si verifica o, se si realizza, non viene comunicato all’esterno. Anche nei casi in cui vi è elaborazione, la scelta di indicatori che descrivano numericamente una certa situazione è spesso arbitraria: un esempio su tutti, il PIL misura adeguatamente il benessere di un Paese? Chi lo dice?

Eppure l’adeguatezza, l’oggettività, l’accettabilità e la conoscenza da parte dei cittadini comuni rendono il meccanismo di controllo uno strumento indispensabile per trasformare la diffidenza in controllo ed eventualmente in fiducia.

Tornando alla domanda iniziale: è sempre un bene diffidare dell’autorità? Il problema qua è che la diffidenza non è qualcosa di desiderabile o meno, ma esiste sempre e comunque. La si può incanalare e sfruttare a sostegno di un’autorità, dichiarandone quindi la giustizia intrinseca, oppure rifiutarla e difendere l’autorità fideisticamente ma rendendolo debole e autoreferenziale.

L’apertura alla diffidenza deve essere una bussola che ci guida verso un mondo migliore, con tutte le difficoltà (e molte altre) che abbiamo esposto qua sopra. Dalla costruzione condivisa di cornici interpretative, dal trovare linguaggi semplici ma non semplicistici, dalle leve di monitoraggio fino ad arrivare alla costruzione di fiducia e formazione specifica.

Un ultimo appunto: anche se questa serie di articoli intende avere un approccio più sociologico che psicologico, si potrebbe indagare a lungo sul perché le persone, quando non riescono o non possono realmente controllare l’autorità, si rifugino in racconti della realtà che li mettano a proprio agio, che siano rassicuranti e supportino le loro tesi, soprattutto sui social network, che creano circoli viziosi e casse di risonanza. Presto o tardi potremmo parlarne su queste pagine.

Vi aspettiamo con la terza puntata!

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Non è un bug, è una feature: errori (e non) dei politici

Capita a tutti di sbagliare. Essendo i politici persone, capita pure a loro. Come reagiamo ai nostri sbagli, però, è ciò che ci qualifica come adatti o meno alla gestione del potere. Solo chi sa ammettere i propri errori è adatto al comando, dimostrando di essere capace di una evoluzione e di un miglioramento.

Cosa è un “errore”, però?

Un progetto che non si è concluso come sperato può essere definito “errore amministrativo” o meglio, “errore di scollamento dalle aspettative”. Un atto considerato poco morale è un “errore morale” o meglio, un “errore da scollamento dai valori”. Infine, uscite poco felici sono un “errore comunicativo” o meglio, un “errore da scollamento dalla comunità”. Quindi non si tratta mai di errori in senso assoluto, ma di errori relativi al contesto. Anche truffare lo Stato, che dovrebbe essere la macchia più infamante per un amministratore, potrebbe non rivelarsi tale se la propria comunità di riferimento avesse come valore la truffa allo Stato.

Escludiamo quindi fin da subito tutto ciò con cui, semplicemente, “non siamo d’accordo”. Se tutto va come preventivato “non è un bug, è una feature”, “non è un errore, è una caratteristica”.

Ritornare alla situazione di “aderenza” rispetto a ciò che ci si aspetta da noi, dai nostri progetti e dalle nostre azioni è sicuramente la strategia migliore, in modo da riconciliare i propri comportamenti con il mondo a cui si appartiene.

In caso di errore “amministrativo” si potrebbe iniziare sottolineando i risultati positivi ottenuti (magari l’azione compiuta non è molto efficiente ma è efficace), per poi proporre soluzioni ai problemi emersi.

Un esempio recente è il Reddito di Cittadinanza che, a fronte di grossi investimenti, non è riuscito a collocare lavorativamente il numero di persone preventivato. Una corretta gestione di questo errore metterebbe in evidenza i lati positivi (ad esempio il fuoriuscire di alcuni individui dalla situazione di difficoltà economica) e farebbe proposte di riforma (ad esempio sul piano delle politiche attive del lavoro) oppure individuerebbe altrove le cause di una stagnazione dei servizi connessi al Reddito di Cittadinanza e proporrebbe riforme in quell’ambito (economia che non cresce).

Invece un errore “morale” potrebbe essere più complesso e meno facilmente gestibile. Andrebbe innanzitutto affrontato in maniera tempestiva: attendere che venga alla luce per poi intervenire diminuisce, e di molto, la possibilità di riconciliarsi con quei valori a cui la comunità di riferimento aspira. Prima di tutto, bisogna ripagare i danni fatti, sia questo un “ripagare” economico, penale, amministrativo o verso la società civile. Essendo queste situazioni delle più variegate è impossibile dire a priori quale sia la condotta più adeguata, tuttavia maggiore è la reale volontà di porre rimedio migliore sarà l’effetto.

Un esempio recente lo abbiamo avuto con il caso dell’indennità di 600 euro per il Covid-19: alcuni esponenti politici, che non ne avevano immediato bisogno, ne hanno fatto comunque uso. Ovviamente non è nulla di illegale ma a molti è sembrato un gesto poco opportuno. Tra i politici, quello che mi ha colpito di più per la sua “malagestione” dell’errore è Ubaldo Bocci. Questi ha inizialmente dichiarato di aver chiesto i soldi per “fare beneficenza”, poi che “li ha chiesti il suo commercialista” e, infine, che l’ha fatto “per dimostrare che il sistema non funzionava”. In piena tempesta, dare tre scuse diverse ha reso molto poco credibili le sue spiegazioni. Se possiamo considerare il “fare beneficenza” come una toppa al problema e il “li ha chiesti il commercialista” come un allontanare da sé la colpa, il tutto è caduto quando ha aggiunto uno scopo preciso alle sue azioni, demolendo con le proprie mani la sua ricostruzione dell’accaduto. Immaginiamo invece di rimandare indietro l’orologio e vedere come avrebbe potuto gestire diversamente la questione, sfruttando le sue stesse giustificazioni.

Poniamo che sia vero che il commercialista abbia fatto richiesta a sua insaputa e Bocci si sia trovato con 600 euro moralmente ambigui. Venire subito fuori con la questione, senza aspettare di essere scoperto, e contestualmente donarne altrettanti suoi, e in maniera visibile, l’avrebbe posto al di fuori del sospetto di averli chiesti per sé. Inoltre, immaginando che la sua situazione economica gli permetta di dormire sonni beati, avrebbe potuto contestualmente scagliarsi contro un’iniziativa che a suo avviso non funziona, ritenendo ingiusto che chiunque potesse chiedere quella indennità. Gli elementi sono gli stessi, ma la tempistica e le contromisure prese diventano essenziali per una narrazione convincente.

Infine, l’errore “comunicativo”. Probabilmente l’errore più comune, quello con cui si ha a che fare più spesso. Tendenzialmente viene risolto all’interno del piano di comunicazione di cui persone, gruppi o partiti si muniscono. Anche stavolta la questione è “a chi parliamo”. Prendiamo ad esempio le parole di Sala, sindaco di Milano, alla riapertura del lockdown del 2020: in sostanza, diceva che era tempo per i milanesi di tornare a lavorare nei loro uffici. I motivi politici di queste affermazioni sono numerosi: il sistema della ristorazione milanese vive di persone che pranzano durante la pausa di lavoro, del caffè preso al bar al mattino, dell’aperitivo dopo le 18.00. Con il lockdown e lo smartworking gli introiti per questi esercizi si sono ridotti notevolmente, andando ad intaccare un sistema economico consolidato la cui conversione, sempre se si voglia cambiare, dovrebbe richiedere tempo e strategie per non creare danni, oltre a una buona dose di rassicurazioni sul fatto che “Milano sa fare le cose, quindi Milano è sicura”. Però, quelle affermazioni, furono lette come un “lo smartworking non è lavoro” facendo finire il sindaco in una (ennesima) bufera mediatica. Come affrontare l’errore? Ritornare sulla questione non credo potrebbe essere interessante, significherebbe riaccendere una polemica. In questo caso sarebbe più conveniente comprendere i motivi profondi della polemica e cercare di riallacciare i rapporti con la comunità di riferimento, ad esempio mostrando i risultati e le azioni intraprese per rendere lo smartworking una alternativa effettiva.

In generale, è meglio cercare di guardare avanti. Gli avvenimenti non si cancellano e possiamo solo mostrare la nostra buona volontà nel risolvere le problematiche, anche quando vengono da noi.

Perché i politici di oggi devono avere una autonomia maggiore?

Gatto su un albero

Oggi, forse più di ieri, siamo scontenti dei nostri rappresentanti. I motivi sono molteplici. Giusto per citarne alcuni dei più ovvi: la maggior complessità del mondo moderno, le grandi modificazioni del tessuto socioeconomico a livello globale, l’inadeguatezza delle ideologie e dei modelli nonché della “liquidità” con cui i politici vi si approcciano, ora sì, ora no, forti di una generale stratificazione che non distingue i vari schemi di giusto e sbagliato. Certo, un popolo non adotterà mai, veramente e in maniera completa, uno schema e quindi queste stratificazioni sono naturali, ma per prendere una direzione tocca scegliere un modello di riferimento.

La questione di cui voglio parlare è legata a questo tipo di problematiche: mi riferisco all’autonomia che i politici dovrebbero avere, specie quelli più “piccoli”, prossimi alla comunità che richiede loro risposte a velocità prima impensabili. Una richiesta che si fa sentire specialmente con l’avvento dei social che mettono in pubblica piazza il rapporto tra elettore ed eletto, in tempo reale: il politico sente l’urgenza del dover dare una risposta senza neanche avere il tempo necessario all’approfondimento delle questioni per poter formulare un giudizio sensato.

Il che lascia all’eletto quattro possibilità:

  1. Prendere una posizione a prescindere
  2. Prendere tempo
  3. Dare una risposta piena di subordinate al condizionale che creano più confusione che certezze
  4. Ammettere la propria inconsistenza sul tema (il che, se ci pensate, sarebbe la cosa più umana ma al contempo quella che siamo meno disposti a digerire).

Ciascuna di queste posizioni ha i propri pro e contro, a seconda anche dell’elettorato di riferimento, e chiedere a un rappresentante di non tenerne conto rischia di minare il potere contrattuale della propria rappresentanza e, in definitiva, gli interessi e il “bene” dell’elettorato stesso.

Se usare una certa cautela o prendere tempo può essere tollerato di fronte a una notizia improvvisa, ma comunque non “troppo” tempo, questo non può avvenire per questioni più grandi e che sono montate magari per mesi. Penso ad esempio a un grande progetto di una amministrazione che deve essere attenzionato fin da subito, sul quale un politico deve porre domande e offrire consigli, invece di criticarlo solo a posteriori, dimostrando che il principio di Peter* vale anche per lui.

L’unica soluzione a una richiesta di risposte il più possibile oggettive in minor tempo non può che essere una maggiore preparazione e quindi una maggiore autonomia. Non c’è scorciatoia, specie per chi non può permettersi uno staff che sia praticamente una propria estensione, ossia una estremamente piccola minoranza di chi fa politica dentro le istituzioni.

Certo, ci sono i colleghi, gli amici, magari anche qualche consulente, ma non solo i tempi di reazione possono essere dei più disparati, non solo bisogna porre estrema fiducia in questi, ma alla fine si è sempre soli di fronte all’elettorato. Le persone pretendono risposte più in fretta, più precise, più risolutive.

Ma su cosa bisognerebbe avere, per lo meno, una infarinatura?

Prima di tutto, su ogni aspetto che riguarda il ruolo ricoperto (regolamenti degli organi, normative varie e un po’ di diritto amministrativo) e, altrettanto importante, la conoscenza del territorio o del tema centrale dell’ente.
In secondo luogo, ciò che riguarda la comunicazione e la gestione delle aspettative del proprio elettorato: costruire un rapporto di fiducia e trasparente aiuta nel rallentare l’impellenza (che, alla fine, spesso non è neanche giustificata) di avere risposte.
Infine, un terzo aspetto importante è aver le idee chiare su come si implementa un progetto per poter portare a compimento le proprie parole.

Non si tratta di un percorso immediato: altre vie, più incentrate sulla “immagine”, potrebbero sembrare maggiormente efficienti (vedasi ad esempio tutte le strategie di comunicazione che non fanno appiglio su una base ideologica ma sul “sentiment” istantaneo della popolazione), ma la costruzione di una carriera politica duratura non può prescindere da una solida base di “sostanza”.

*Principio secondo cui “In una gerarchia, ogni dipendente tende a salire di grado fino al proprio livello di incompetenza”.

La politica deve farti felice

Gatto felice che guarda al futuro

Se fai politica e non sei felice, stai sbagliando qualcosa. Se partiamo dalla definizione di politica come “l’arte del possibile” (diceva il signor Otto von Bismarck), allora questa equazione potrebbe essere più chiara.

Una delle più grandi felicità che possa accompagnare l’essere umano in questa vita terrena è proprio la possibilità di creare qualcosa, di poter modificare, dare un senso al tempo speso. Tant’è che una delle più alte aspirazioni dell’uomo è sempre stata di compiere gesta tali da rendersi immortali attraverso il proprio operato, da cambiare il corso degli eventi o da ispirare altri.

Per quanto improbabile possa sembrare, la propria felicità è un ottimo indice per capire se si stia facendo buona politica o meno. Nel momento in cui non si riesca a concretizzare qualcosa, forse è il caso di analizzare i propri comportamenti: magari è una questione di impostazione del proprio lavoro, di strategia o di tattica o magari si sta sì realizzando qualcosa, ma non lo sentiamo veramente nostro, e quindi vi è una alienazione dal risultato dei propri sforzi.

Questa sensazione dovrebbe riuscire a mettere insieme sia una valutazione qualitativa, di risultato, sia ideale, di avvicinamento a ciò che desideriamo. Per esemplificare, potremmo ottenere ottimi risultati ma non esserne soddisfatti perché arrivati utilizzando strumenti presi da ideologie diverse; viceversa, potremmo avere pessimi risultati usando la nostra ideologia: in entrambi i casi non avremo una sensazione di felicità.

Raggiungere questo stato di grazia diventa essenziale per un politico: per costruire davvero qualcosa, porsi in condizioni ottimali di ricezione degli stimoli e dei bisogni, nonché il poter spaziare realmente fra le soluzioni possibili e magari prima non considerate. Condizioni tipiche di chi sta attraversando un periodo positivo.

Il duplice aspetto di bussola e al contempo di stato che ci predispone a gestire l’inaspettato e non solo: la felicità è la condizione necessaria (ma non sufficiente) per il buon politico.