Progettare un festival è un gioco da ragazzi!

Partiamo dalle conclusioni: diffondere la cultura e le pratiche della progettazione partecipata fa bene a tutti, in particolare ai più giovani. Se bisogno c’era di una prova concreta, ne abbiamo avuto una chiara dimostrazione lo scorso 17 febbraio, durante il laboratorio di progettazione dedicato a ragazzi tra i 12 e i 19 anni. Si è trattato di una delle fasi organizzative che porteranno alla realizzazione di un festival per giovani dai giovani, dunque ideato, programmato e pubblicizzato interamente dai ragazzi.

La parola chiave, emersa proprio dai ragazzi a margine delle attività svolte il 17, è stata fiducia: quella data a loro, in modo particolare, per la pianificazione di un grosso evento, ma che viene riconosciuta a tutti cittadini durante i momenti partecipativi. Fiducia nel fatto che ognuno possa portare un contributo, un punto di vista che non era stato considerato, e che ogni contributo possa essere preso in considerazione nella costruzione di un progetto.

Attenzione: questo non significa accettare acriticamente ogni idea e raffazzonare un collage di proposte che non ha né capo né coda. Il cuore sta proprio nel tentare, spiegare, limare e infine costruire un progetto, o un’idea di progetto, non solo stabile ma che ha in più il vantaggio di essere condiviso e accettato dai portatori di interesse.

Detto così può suonare piuttosto teorico: ecco perché vogliamo raccontarvi come si è arrivati al laboratorio e come abbiamo lavorato nella pratica. [*]

Progettare con i ragazzi: l’idea

Molto spesso, da adulti, si parla dei bisogni dei giovani, dei loro desideri e del dedicare loro spazi, sia fisici che culturali. Quasi mai, però, si discute di questo con loro, ponendo domande dirette e lavorando insieme sulle risposte.
Pavia è una città in cui l’offerta di occasioni di svago viene percepita, nel migliore dei casi, come scarna e poco stimolante. Si sente, in particolare, la mancanza di un evento dedicato espressamente ai più giovani che non sia realizzato da persone che giovani non sono: perché, quindi, non permettere ai ragazzi di esprimersi, anzi, di organizzare loro il proprio evento pavese?

Prima fase. L’evento che vorresti: un questionario online

Tra settembre e ottobre del 2017 il Csv di Pavia (ora sede territoriale di Pavia che costituisce, insieme alle sedi di Lodi, Cremona e Mantova, il CSV Lombardia Sud) ha lanciato un questionario online dedicato espressamente ai ragazzi, chiedendo loro di immaginare il festival che avrebbero voluto vedere nella propria città. Il racconto emerso è di un evento che tocca i più svariati ambiti: musica, teatro, arte e giochi di strada, fotografia, sport, cinema e letteratura, anche a fumetti. E lo fa con spettacoli e concerti, ma anche contest, tornei, dibattiti e laboratori con esperti.

Tante idee molto diverse, quindi, emerse dalla prima consultazione dei ragazzi. Come metterle insieme in modo sinergico, strutturato e incontrando il più possibile gli interessi di tutti?

Il laboratorio di progettazione: coinvolti e dritti al punto

Il metodo che abbiamo scelto è quello dell’Open Space Technology (Ost), una definizione in apparenza ostica per determinare un tipo di laboratorio caratterizzato da tavoli di lavoro che si attivano in parallelo, in un contesto che lascia completa libertà di parola e movimento tra un tavolo e l’altro, senza timore di essere giudicati e con un obiettivo comune, molto chiaro e raggiungibile.

Ogni idea da discutere viene proposta dagli stessi partecipanti, a inizio laboratorio: ognuno dà alle altre persone potenzialmente interessate un vero e proprio appuntamento per discutere il tema presentato. Le sessioni di lavoro vengono perciò predisposte collettivamente, senza che ci sia nulla di precostituito, accorpando eventualmente – e in caso di tempi o spazi ristretti – idee simili fra loro.

Seconda fase. L’Open Space dei ragazzi

Il nostro laboratorio è durato 3 ore. Vi hanno preso parte circa 20 giovani, fra coloro che avevano risposto al questionario, supervisionati da adulti con il compito di facilitare il lavoro di progettazione, quindi di stimolare il confronto positivo.

Ogni ragazzo ha proposto almeno un’idea: avevamo la possibilità di attivare al massimo 6 tavoli per round (ma meglio 5!), dunque è stato necessario accorpare le proposte che potevano essere discusse insieme.

Normalmente chi lancia un’idea è anche colui che la accudisce, si cura di seguire il relativo tavolo di lavoro e prende appunti su quanto emerge durante la discussione. Nel nostro caso, per snellire le attività e dar modo a tutti i ragazzi di concentrarsi unicamente sullo scambio di idee – o eventualmente, cambiare in corsa gruppo di discussione – abbiamo deciso che sarebbero stati i facilitatori a rivestire il ruolo di “capotavola”.

Abbiamo inoltre cercato di declinare il laboratorio in modo che fosse il più possibile “a prova di timidezza”, a partire dal giro di presentazioni svolto con l’ausilio di un piccolo gioco utile a rompere il ghiaccio, disposti in cerchio. Uno dei nodi fondamentali di cui tenere conto era la differenza di età fra i ragazzi e i facilitatori, un fattore che avrebbe potuto compromettere la riuscita dell’Ost  se gestito in modo errato.

Una facile tentazione in cui cadere poteva infatti essere quella di portare la propria esperienza di adulti e farla prevalere sulle proposte dei ragazzi, portando il confronto su un livello estremamente impari. È stato quindi necessario trovare la formula per sviluppare il ruolo del facilitatore: non solo figura di riferimento che stimola la discussione senza accentrare su di sé l’attenzione e favorendo il protagonismo del gruppo, ma anche persona che, da adulta, riconosce autorevolezza alle idee dei ragazzi. Insomma, la parola da tenere a mente rimaneva sempre la già citata “fiducia”.

I giovani partecipanti hanno risposto in modo assolutamente positivo, dando il massimo possibile secondo le proprie esperienze e la propria personalità. Hanno sorpreso per capacità di iniziativa, propositività, gioco di squadra e rispetto dello spazio reciproco, nonostante anche fra loro ci fosse molta differenza di età. Colpiva notare, nella pausa fra un giro di tavoli e l’altro, la loro voglia, quasi urgenza, di ricominciare a discutere e proporre idee, resa esplicita dal controllare e ricontrollare il cartellone degli appuntamenti, dal decidere insieme in quale gruppo inserirsi. Un segnale che abbiamo interpretato come un bisogno di ascolto reale, di uno spazio in cui sperimentarsi senza giudizi e in cui non sentirsi marginali, bambini.

Progettare insieme serve a questo, ed è per questo che fa bene a tutti, in particolare ai più giovani.

… e per chi è arrivato fin qui, ecco il Report del laboratorio!

[*] Ozelot Lab è solo una delle realtà che hanno partecipato alla realizzazione del laboratorio e che accompagneranno i ragazzi fino alla realizzazione del loro festival: ringraziamo di cuore il Csv Lombardia Sud – sede di Pavia, le associazioni Calypso il teatro per il sociale, Cielo Terra Musica, Babele onlus, Le Torri, il Circolo ARCI Via D’acqua, Aerel, Amici dei Boschi, A Ruota Libera, la libreria Il Delfino e tutti coloro che man mano si sono aggiunti!

Ex raccordo dismesso a Pavia: un laboratorio di progettazione

Quella che segue è la sintesi di quanto emerso dai tavoli di lavoro del laboratorio di progettazione partecipata, svolto il 24 maggio 2017 con tema “Cosa fa bello il quartiere?” legato, in modo particolare, alla zona dell’ex raccordo dismesso.

Non è facile trasmettere l’energia e la vitalità del dialogo, siamo ben consci della difficoltà dell’impresa. Tuttavia vogliamo provare a restituire nella maniera più fedele, chiara e dettagliata possibile quanto è emerso dal gruppo di lavoro, avendo la massima cura di non alterare l’essenza dei pensieri e di tutti gli interventi fatti. Questo breve testo sarà un ricordo del pomeriggio in cui abbiamo scelto di metterci in gioco e di regalare parte del nostro tempo al bene di tutti, in maniera positiva e propositiva; verrà messo a disposizione dell’associazione Moruzzi Road come base di partenza per le sue attività di sensibilizzazione e coinvolgimento degli abitanti del quartiere.

Visione dall’alto

Il quadro che è emerso è positivo, uno spaccato felice, critico e onesto del rapporto tra cittadino e quartiere.
Sono emersi alcuni temi ricorrenti, tra cui l’abbondanza di zone verdi, molto gradite. Il polo scolastico composto dalle tre scuole molto vicine e in più l’oratorio hanno generato una socialità e hanno accorciato la distanza tra le famiglie: i ragazzi diventano dei punti in comune tra gli adulti e delle occasioni di scambio e confronto.
La presenza di servizi essenziali come la farmacia, il supermercato, bar, il negozio connotato come “del vicinato” è stata tenuta in gran conto. Allo stesso modo positivo è stata giudicata la vicinanza con il centro e con l’ospedale, raggiungibili a piedi, e la presenza di installazioni sportive e dei collegi universitari. Il quartiere è sia giovane, poiché abitato da giovani studenti, sia popolato da persone più mature e famiglie. La tranquillità e la sicurezza sono molto apprezzate, alcune persone utilizzano via Moruzzi come passeggiata per andare a messa a San Lanfranco.

Problemi e proposte

Il problema più sentito è legato alla pulizia, in particolare modo agli escrementi dei cani (per quanto sia stato sottolineato che la situazione, nel tempo, è migliorata). La questione delle aree verdi è molto sentita e si articola su vari piani. Da un lato sono stati richiesti dei fiori per abbellire la zona. Dall’altro si vorrebbe arricchire i giardini anche con una identità e una finalità più specifiche. Entrambe le proposte sono modalità per prendersi cura del quartiere. Potrebbe rilevarsi interessante una connessione, fisica e di comunità, tra le varie zone di verde esistenti – oltre a via Moruzzi, ad esempio, quella di via Flarer o di via Aselli – collegandole in una sorta di arteria verde del quartiere.
L’ufficio tecnico del Comune di Pavia, fra le proposte emerse durante il Bilancio Partecipativo del 2016, ha approvato il progetto della ciclabile dalla stazione al Ticino, che passa proprio da via Moruzzi, così da incentivare sia l’utilizzo della bicicletta sia migliorare il collegamento con il resto della città. Sarà anche un’occasione per rivitalizzare e riarredare la strada in questione.

Conclusioni

L’idea estemporanea dell’incontro ha fatto da scintilla per lo scaturire di idee, ha fatto da effetto domino per discutere di uno spazio che tutti utilizziamo.
La filosofia di fondo del metodo applicato è di creare sinergie inaspettate e di fare parlare le persone in modo informale e rilassato. Possiamo dire di esserci riusciti, grazie al contributo, alla generosità e al coraggio di tutti e che l’esito sia stato molto soddisfacente.

ABC: W come “World Cafè”

Il World Cafè è una forma di Progettazione Partecipata che nasce negli Stati Uniti negli anni Novanta.
Il cuore del World Cafè è molto semplice: le intuizioni più calzanti e le conversazioni più ricche maturano in contesti informali, prive di inibizioni e lontane dal peso delle gerarchie. Spesso viene utilizzato per fare discutere i cittadini del destino di aree pubbliche e beni comuni in modo efficace e positivo. Il fine è di creare soluzioni innovative a problemi concreti.

Ma di preciso, che cosa succede?

Affinché ciò accada si avvale di un metodo che conta una serie di fasi.
Gli avventori vengono accolti e invitati a prendere posto in tavolini predisposti. Viene dato loro uno stimolo, una proposta sui cui cominciare a ragionare, in circa un quarto d’ora di tempo.
Un commensale vestirà il ruolo del padrone di casa e appunterà quanto nasce dal dialogo.
Finito il tempo i partecipanti si alzeranno e si mescoleranno ad altri, generando altri tavoli di lavoro. Il padrone di casa li accoglierà e illustrerà loro quanto detto in precedenza. Il tema resterà lo stesso, ma si arricchirà e crescerà ancora: il tavolo è infatti abitato da persone nuove che potranno prendere spunto da quanto già trattato.
Terminati i giri si raccolgono gli scritti, i quali verranno restituiti in plenaria.

Patti chiari, amicizia lunga

1. Chi partecipa è la persona giusta
2. Qualsiasi cosa succeda va bene
3. Si parla a tutti e non ad alcuni
4. Si critica ma non si giudica
5. Non ci sono risposte sbagliate
6. Quando si inizia si inizia
7. Quando si finisce si finisce

Metodo e regole: non limiti, ma possibilità

Ma se l’intenzione è quella di creare l’informalità del bar, perché dotarsi di una metodologia e di regole?
Tali norme sono una sorta di patto tra chi innesca il processo creativo e tra chi sceglie di prenderne parte. Entrambi gli attori hanno bisogno l’uno dell’altro, così come hanno bisogno di conoscere il proprio ruolo, il senso del proprio lavoro e i propri fini.
Si può provare a vedere tali regole non come dei vincoli, ma come delle possibilità. Come una soluzione a un problema. Accade spesso che alcuni soggetti monopolizzino la conversazione, parlino tanto e forte, perché più spontanei, o perché più anziani e più esperti. In un World Cafè ognuno è incoraggiato a partecipare nel rispetto delle proprie peculiarità ed esigenze. E spesso sono le persone magari meno abituate a esprimersi a portare i contributi più sensibili e inaspettati.
Il metodo disciplina la spontaneità del dialogo e l’energia dello scambio, le incanala, ne raccoglie le forze, le tonalità e le differenze e le trasforma in strumenti utili per la collettività. Non addomestica né cancella il potenziale, ma lo indirizza affinché possa esprimere la carica rivoluzionaria.

Ben più di una assemblea

Il World Cafè vuole superare e migliorare l’idea della assemblea, uno strumento utilissimo e nobile la cui importanza va rispettata e impiegata, ma comunque perfettibile.
I piccoli tavoli permettono di non sentirsi atterriti da una folla di estranei giudicanti. La condizione è assolutamente orizzontale: non esistono leader, nessuno sovrasta un altro, nessuno alza la voce. Così come non esiste una soluzione giusta o sbagliata e così come nessuno sarà passibile di critica se silenzioso.
Ognuno ha il diritto di esporsi quanto il diritto di restare in silenzio e ascoltare. L’esperienza è tanto più efficace quanto ognuno si comporti in maniera naturale e in linea con il proprio sentire.

Per tutti questi motivi è necessario dotarsi di indicazioni cristalline, esposte a tutti e valide per tutti.

Ma se si è tutti uguali, che ruolo ha chi organizza?

Chi avvia il processo riveste il ruolo del facilitatore, ovvero colui che accoglie i propri ospiti e incoraggia i rapporti, mettendo i partecipanti nelle migliori condizioni per potersi esprimere. Un facilitatore colma i vuoti, trasforma gli sconosciuti in compagni di lavoro, fa sì che i dialoghi raggiungano il massimo del proprio potenziale, senza divagare o scadere nel battibecco e nella lamentela. Ricorda sempre che lo scopo dell’iniziativa è giungere a un risultato soddisfacente per tutti.
Soprattutto ha il dovere di creare un clima ospitale, un ambiente accogliente, bello da vivere, alternativo al quotidiano, ma comunque pragmatico e attuato per fare funzionare meglio il nostro vivere comune.

Per approfondire:
Breve guida al World Cafè
 (traduzione di Carla Galanti e Mario Gastaldi)
Guida pratica al World Cafè (di Juanita Brown e la World Cafè Community)