Contratto di fiume: cos’è? Come si fa? Perché farlo (anche a Pavia)?

Un contratto di fiume è uno strumento giuridico che aiuta a gestire un bene comunitario di tipo fluviale/lacustre. Su Wikipedia è definito come “un protocollo giuridico per la rigenerazione ambientale del bacino idrografico di un corso d’acqua”. Le basi giuridiche sono da ricercarsi sia nel diritto nazionale che in quello comunitario.

Nei contratti di fiume assume assoluta importanza la concertazione tra le varie parti interessate nel cercare soluzioni sostenibili. Parliamo quindi di uno strumento essenzialmente programmatico e di gestione, con elementi di inclusività degli stakeholder e messa in campo di risorse altrimenti non disponibili, oltre che di conoscenze specifiche, compresi dati e osservazioni raccolti da enti non formali. Insomma, è il primo passo per la migliore gestione possibile di un fiume.

Dal punto di vista operativo non esiste un metodo prestrutturato per portare alla stesura del contratto: la maniera ottimale per farlo richiederebbe non soltanto una coprogettazione ma una vera e propria progettazione partecipata, sposando il modello della contribuzione da parte di chiunque abbia interessi e possa portare contenuti e risorse di ogni tipo. Un primo passo potrebbe essere proprio una progettazione a livello locale, che sviluppi la sussidiarietà orizzontale rispetto al bene per poi coinvolgere da questo nucleo embrionale anche altri enti e comunità in un contratto che regoli il fiume e le sue acque.

Non è che gli enti non sappiano gestire i fiumi. O meglio, il legame di una città o più città con il fiume è qualcosa che va oltre l’amministrazione: il modo in cui è vissuto, il modo in cui genera valore e appartenenza non è qualcosa che può essere creato semplicemente con la bacchetta magica, dall’alto, cambiando delle norme. Serve una progettualità di ampio respiro che sappia ricevere le spinte individuali, i diversi interessi, e metta tutto a sistema sviluppando una cultura attorno al fiume: solo così la si può coltivare, riaffermare e, infine, riappropriarsene.

Per restare nell’alveo della sussidiarietà orizzontale, per una prima strutturazione, si può parlare anche di “patti” che possono essere disciplinari dai “Regolamenti dei beni comuni”.
Ad esempio a Milano è stato siglato un patto tra Comune e Osservatorio per Il Paesaggio Fiume Lambro Lucente, come spiega ad esempio questo articolo di Z3XMI.
Pavia ha molti degli elementi che potrebbero far funzionare meccanismi simili.
Una grande quantità di associazioni, sportive e culturali, che possono avere contatti e interesse ad operare sul fiume. Un quartiere fortemente connotato dalla coabitazione col corso d’acqua.
Un fiume che è ancora molto naturale e ben connesso.
Una storia che ha visto il Ticino, e non solo, risorsa inestimabile e caratterizzante della città.
Problematiche complesse e potenziali inespressi.

Tutti questi elementi fanno sì che la città sia un ottimo candidato per sperimentare le forme di collaborazione ampia e orizzontale legate al fiume.

Foto di Igor Schubin da Pixabay
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Sussidiarietà? Ne abbiamo un pochino?

Gatto che aggiusta la lavatrice

Cos’è la sussidiarietà? Per definizione è il principio per cui se un compito può essere svolto adeguatamente da un attore gerarchicamente inferiore, quello gerarchicamente superiore non deve intervenire, se non per sostenere l’azione. In altri termini, a occuparsi di una questione deve essere l’attore più vicino al problema che abbia la capacità di rispondere in maniera adeguata e compiuta.

Per parallelismo, si tratta di un sistema non molto differente dal nostro sistema nervoso, dove le prime risposte istintuali non arrivano dalla nostra volontà, ma dai riflessi involontari gestiti a livelli inferiori.

Lo si ritrova anche nella Costituzione italiana, articolo 118.

Il principio di sussidiarietà è strettamente connesso a quelli di auto-organizzazione, libera associazione e di legittimità stessa. L’idea, dunque, è che il livello attuativo sia il più vicino possibile al livello decisionale e che quest’ultimo possa rapportarsi in maniera diretta (o almeno, il più possibile) a chi viene investito dalla decisione stessa. A livello teorico è senz’altro un ottimo principio, tuttavia nella realtà ci si scontra con l’impossibilità di determinare la totalità dei soggetti su cui impatta una scelta, facendo diventare il principio più un obiettivo a cui ispirarsi che una prassi consolidata.

La sussidiarietà ha due facce: la prima è la sussidiarietà verticale, che riguarda il livello di gestione territoriale delle problematica (ad esempio: Comune, Provincia, Regione, Stato, UE; chi si occupa di cosa e perché?). Della manutenzione delle strade di un Comune è il caso che se ne occupi il Comune stesso e non la Regione o la UE.

La seconda, invece, è la sussidiarietà orizzontale, con cui si intende la possibilità da parte dei cittadini (anche in forma organizzata, come può essere ad esempio un’associazione) di collaborare con le istituzioni per la risoluzione delle loro istanze. Questa forma di sussidiarietà sta avendo un discreto successo nel risolvere alcune problematiche moderne rispetto al comportamento degli individui all’interno delle organizzazioni informali, nonché legate alla necessità di rapporti “leggeri”, “rapidi” e “pratici” che i cittadini vorrebbero avere con le amministrazioni. In questo contesto citiamo ad esempio l’esperienza di Labsus.

Infine, non sempre gli enti chiamati a intervenire hanno a disposizione tutte le risorse necessarie (tempo, capitale, professionalità…) e questo, inevitabilmente, può portare a cercare altre strade, a “provarle tutte”. Forse anche qui si trova una delle spinte verso la sussidiarietà come strumento di risposta sempre più utilizzato.Flessibilità, massimizzazione delle risorse e velocità di esecuzione.

Pavia, beni comuni, partecipazione: il nuovo regolamento

Anche il Comune di Pavia, come altri cento in tutta Italia, nel mese di giugno del 2016 ha approvato il Regolamento dei Beni Comuni, promosso dal laboratorio Labsus. Si tratta di un documento che permette ai cittadini di collaborare attivamente con l’amministrazione, nella cura e nella gestione degli spazi urbani, ma non solo.
Ne abbiamo parlato con Alice Moggi, assessore alle Politiche Sociali di Pavia

A chi si rivolge il Regolamento?

A tutti i cittadini ma anche, in un certo senso, allo stesso Comune, che ora dispone di uno strumento più flessibile per gestire le istanze dei cittadini stessi. Ha un ambito di intervento abbastanza ampio, che è quello dei beni comuni: aree e spazi fisici ma anche beni immateriali, come servizi a beneficio della comunità.

Dunque un regolamento aperto e rivolto a tutti. Ma, per proporre un patto al Comune, bisogna essere necessariamente residenti a Pavia?

Non abbiamo considerato quello della residenza come un vincolo: siamo partiti dal presupposto che chi si vuole occupare del recupero di un bene comune lo faccia perché, in qualche modo lo vive.

Come è strutturato un patto di collaborazione con il Comune? Che differenze possono esserci fra un patto e l’altro?

Sono definiti due tipi di patti. I patti ordinari si attivano quasi d’ufficio perché riguardano una gestione semplice di un bene, mentre i patti complessi, come potrebbe essere un accordo per la sistemazione di uno stabile, richiedono un approfondimento maggiore da parte degli organi dirigenziali e politici del Comune.
Chiaramente ogni patto è diverso dall’altro: molto dipende dagli obiettivi che ci si pone, dalle competenze che il cittadino mette a disposizione o dalla disponibilità del Comune a investire proprie risorse.

Uno dei principi su cui si basa il regolamento è quello di fruizione collettiva dei beni comuni. Cosa significa esattamente, e cosa vuol dire prendersi cura di un bene nel rispetto di questo principio?

I beni comuni non sono i beni del Comune, ma dei cittadini. Se io mi metto a disposizione per recuperare il parco davanti a casa non lo faccio perché ne voglio fruire in modo esclusivo, ma per per migliorarlo e “restituirlo” alla comunità.

Sono previsti incentivi per chi decide di collaborare con l’amministrazione? Magari definiti di volta in volta nei singoli patti?

Non abbiamo definito a monte quali possano essere gli incentivi, proprio per poterli individuare anche in base agli interessi del cittadino: potrebbe ad esempio trattarsi di ingressi gratuiti al cinema, a teatro o nei musei o altre soluzioni che rientrino però negli ambiti di competenza del Comune.

Un tema importante è quello delle responsabilità: come viene affrontato e in che modo Comune e cittadini condividono le responsabilità su un bene?

Il regolamento introduce un atto amministrativo di tipo non autoritativo: questo significa che il cittadino non lavora per il Comune, ma si instaura piuttosto un rapporto di collaborazione paritaria. Quando un cittadino decide di partecipare, quindi, si assume automaticamente delle responsabilità, che vengono divise equamente con il Comune. Abbiamo comunque previsto una polizza assicurativa, in caso qualcuno si facesse male!

I cittadini possono decidere di richiedere sponsor o finanziamenti di terze parti?

Certo, l’unico vincolo che poniamo è una completa trasparenza di questi processi: dobbiamo sapere con precisione come vengono spesi finanziamenti esterni su un bene comune.

A giugno 2017 scadrà l’anno di sperimentazione previsto dal Regolamento. Si possono già fare dei primi bilanci? E il Comune quali iniziative prevede per il futuro?

Quest’anno siamo partiti abbastanza piano: prima di tutto è stato necessario lavorare con il personale del Comune, che avrà l’importante ruolo di facilitatore. In secondo luogo, abbiamo cercato, insieme a Labsus, un coordinamento efficace con gli altri comuni lombardi che stanno adottando il regolamento, in modo da scambiarci idee e soluzioni a eventuali problematiche. Una delle cose più difficili resta però riuscire a passare un messaggio positivo ai cittadini, parlare loro di un regolamento che non serve per scaricare responsabilità ma per lavorare insieme.

Che significato ha per te l’amministrazione condivisa?

Il tema fondamentale è riaprire il dialogo con i cittadini, che hanno più volte dimostrato di volersi impegnare attivamente. È evidente innanzitutto che l’ente pubblico non riesce a farsi carico di tutte le esigenze della comunità, ma è vero anche che vivere i luoghi come qualcosa di nostro, assieme agli altri cittadini, ha un valore positivo che lavora proprio sulle relazioni, sul senso di comunità. Troppo spesso i cittadini si sentono imbrigliati in norme burocratiche schizofreniche, non sempre ragionevoli o legate fra loro: questo li allontana dalla cosa pubblica.