Biden VS Trump: come reagire ad un falso?

Sono passate poche ore dal primo dibattito tra Trump e Biden per le elezioni americane del 2020 e, forse, già non si sente il bisogno di altri appuntamenti. Mentre vari istituti cercano di dire la loro sul se e come questo “incontro” abbia inciso sull’opinione pubblica, personalmente sono più interessato alla dinamica tale per cui reciprocamente i due candidati si accusavano l’un l’altro di qualcosa e si difendevano dicendo semplicemente: “è falso”. Ecco, nonostante riesca a mettere dei punti fermi sulla questione, che esporrò in seguito, proprio non riesco a farmi un quadro che mi dia un senso di completezza sull’argomento.

Ma andiamo con ordine: in una contesa politica, a chi interessa realmente se menti?

Innanzitutto c’è un pubblico ristretto che potrebbe, eventualmente, cambiare la propria intenzione di voto, il che può significare sia scegliere un candidato diverso oppure decidere di non votare. Quando non puoi convincerli a votare per te, anche convincerli a non votare è una straordinaria vittoria.

Chi è convinto e inamovibile sulle proprie intenzioni andrebbe preso in considerazione solo per sfruttare le sue possibili reazioni a dichiarazioni particolari: in questo modo si andrebbe a creare una sorta di “narrazione corale” che agirebbe sempre sullo stesso segmento, ovvero quello di coloro che potrebbero cambiare atteggiamento. Certo, qui poi ci possono essere più segmentazioni ma il discrimine più netto è fra quelli che cambiano idea perché un politico ha un atteggiamento ambiguo e quelli che la cambiano invece per il tema di cui il politico parla.

Quindi, abbiamo il nostro segmento [Persone che possono cambiare atteggiamento] suddiviso in [Persone morali] e [Portatori di interessi, o Stakeholder]. Nella realtà, naturalmente, la distinzione non è così netta: uno stakeholder potrebbe trovarsi a dire che sì, vuole fare i propri interessi o supportare iniziative a lui congeniali ma che, in mancanza di fiducia nel politico, quindi dando un giudizio morale, potrebbe benissimo far prevalere questo aspetto. Le persone morali hanno bisogno di sentire che sei un politico sincero a prescindere; agli stakeholder, invece, interessa che tu appartenga a un certo campo, che farai certe cose.

Nasce perciò una nuova domanda: in che modo le persone si approcciano alla politica e, quindi, al dibattito?

La cornice dei dibattiti non è tagliata per fare emergere la concretezza della politica, ma piuttosto per evidenziarne gli aspetti più superficiali, più di immagine. Questo è un fattore fondamentale per capire alcune dinamiche. Mostrarsi come il pubblico ti vorrebbe, posizionarsi con uno stile remissivo o aggressivo, solido ideologicamente o pragmaticamente flessibile: sono tutte decisioni che influenzano il modo in cui si risponde alle domande.

Quando cominciano a volare le accuse, poi, diventa spesso superfluo cercare di mostrare delle prove per difendersi, e anzi talvolta è controproducente stare a questo gioco, soprattutto se un’accusa non è facilmente dimostrabile/confutabile o se le controprove sono facilmente manipolabili. Cioè quasi sempre. Anche nel cercare di “spiegare” spesso il risultato è solo quello di impantanarsi nelle affermazioni dell’avversario e più si cerca di liberarsi più si resta fossilizzati sulla definizione altrui, una sorta di reopessia. Forse a quel punto ribadire la propria posizione in maniera chiara e forte è una possibilità.

Se chi accusa è quindi avvantaggiato, deve però possedere dei requisiti per essere efficace. Prima di tutto il contesto e la sua storia gli devono essere favorevoli. Ad esempio ammettere una propria debolezza rende più credibile il rifiuto ad una accusa più grave: magari sono vere entrambe le accuse, o nessuna delle due, ma l’effetto di mostrare pieni e vuoti rende maggiormente credibile la persona. Dall’altra parte, se si ha una storia di accuse infondate, bugie e comportamenti ambigui, si sarà molto meno credibili e, anzi, forse si farà la figura del “contaballe viscido”, cornice che Biden ha cercato di ricamare attorno a Trump con quel “tutti sanno che sei un bugiardo”. Mancava solo il “classic Donald”, “il solito Donald”.

Infine, ci sono gli attacchi personali: quanto è veramente apprezzato questo comportamento? Difficile a dirsi. Di certo c’è qualcuno che vuole che alcune persone siano dipinte in un certo modo, e vedendo che qualcuno le definisce proprio in quella maniera, sono contente e, anzi, amplificano il messaggio, costituendo quella massa corale di cui sopra. A livello comunicativo, può essere un bel vantaggio. D’altra parte è però anche vero che c’è chi non apprezza attacchi diretti e personali quindi, a volte, si preferisce che certi messaggi più “gretti” escano dalla massa o da gregari piuttosto che dal frontman.

In definitiva, è una battaglia di apparenze e appartenenze, di definizioni. Qualsiasi strategia, però, deve essere raffrontata al solo segmento di riferimento, ossia “persone che possono cambiare il proprio atteggiamento”: per tutti gli altri è come andare a teatro.

Con parecchi dubbi ancora, rimango fedele all’idea che la solidità di una immagine forgiata nel tempo risolva molti problemi che invece una carriera feroce e rapida, più prima che poi, presenta.

Perché i politici di oggi devono avere una autonomia maggiore?

Oggi, forse più di ieri, siamo scontenti dei nostri rappresentanti. I motivi sono molteplici. Giusto per citarne alcuni dei più ovvi: la maggior complessità del mondo moderno, le grandi modificazioni del tessuto socioeconomico a livello globale, l’inadeguatezza delle ideologie e dei modelli nonché della “liquidità” con cui i politici vi si approcciano, ora sì, ora no, forti di una generale stratificazione che non distingue i vari schemi di giusto e sbagliato. Certo, un popolo non adotterà mai, veramente e in maniera completa, uno schema e quindi queste stratificazioni sono naturali, ma per prendere una direzione tocca scegliere un modello di riferimento.

La questione di cui voglio parlare è legata a questo tipo di problematiche: mi riferisco all’autonomia che i politici dovrebbero avere, specie quelli più “piccoli”, prossimi alla comunità che richiede loro risposte a velocità prima impensabili. Una richiesta che si fa sentire specialmente con l’avvento dei social che mettono in pubblica piazza il rapporto tra elettore ed eletto, in tempo reale: il politico sente l’urgenza del dover dare una risposta senza neanche avere il tempo necessario all’approfondimento delle questioni per poter formulare un giudizio sensato.

Il che lascia all’eletto quattro possibilità:

  1. Prendere una posizione a prescindere
  2. Prendere tempo
  3. Dare una risposta piena di subordinate al condizionale che creano più confusione che certezze
  4. Ammettere la propria inconsistenza sul tema (il che, se ci pensate, sarebbe la cosa più umana ma al contempo quella che siamo meno disposti a digerire).

Ciascuna di queste posizioni ha i propri pro e contro, a seconda anche dell’elettorato di riferimento, e chiedere a un rappresentante di non tenerne conto rischia di minare il potere contrattuale della propria rappresentanza e, in definitiva, gli interessi e il “bene” dell’elettorato stesso.

Se usare una certa cautela o prendere tempo può essere tollerato di fronte a una notizia improvvisa, ma comunque non “troppo” tempo, questo non può avvenire per questioni più grandi e che sono montate magari per mesi. Penso ad esempio a un grande progetto di una amministrazione che deve essere attenzionato fin da subito, sul quale un politico deve porre domande e offrire consigli, invece di criticarlo solo a posteriori, dimostrando che il principio di Peter* vale anche per lui.

L’unica soluzione a una richiesta di risposte il più possibile oggettive in minor tempo non può che essere una maggiore preparazione e quindi una maggiore autonomia. Non c’è scorciatoia, specie per chi non può permettersi uno staff che sia praticamente una propria estensione, ossia una estremamente piccola minoranza di chi fa politica dentro le istituzioni.

Certo, ci sono i colleghi, gli amici, magari anche qualche consulente, ma non solo i tempi di reazione possono essere dei più disparati, non solo bisogna porre estrema fiducia in questi, ma alla fine si è sempre soli di fronte all’elettorato. Le persone pretendono risposte più in fretta, più precise, più risolutive.

Ma su cosa bisognerebbe avere, per lo meno, una infarinatura?

Prima di tutto, su ogni aspetto che riguarda il ruolo ricoperto (regolamenti degli organi, normative varie e un po’ di diritto amministrativo) e, altrettanto importante, la conoscenza del territorio o del tema centrale dell’ente.
In secondo luogo, ciò che riguarda la comunicazione e la gestione delle aspettative del proprio elettorato: costruire un rapporto di fiducia e trasparente aiuta nel rallentare l’impellenza (che, alla fine, spesso non è neanche giustificata) di avere risposte.
Infine, un terzo aspetto importante è aver le idee chiare su come si implementa un progetto per poter portare a compimento le proprie parole.

Non si tratta di un percorso immediato: altre vie, più incentrate sulla “immagine”, potrebbero sembrare maggiormente efficienti (vedasi ad esempio tutte le strategie di comunicazione che non fanno appiglio su una base ideologica ma sul “sentiment” istantaneo della popolazione), ma la costruzione di una carriera politica duratura non può prescindere da una solida base di “sostanza”.

*Principio secondo cui “In una gerarchia, ogni dipendente tende a salire di grado fino al proprio livello di incompetenza”.

La politica deve farti felice

Gatto felice che guarda al futuro

Se fai politica e non sei felice, stai sbagliando qualcosa. Se partiamo dalla definizione di politica come “l’arte del possibile” (diceva il signor Otto von Bismarck), allora questa equazione potrebbe essere più chiara.

Una delle più grandi felicità che possa accompagnare l’essere umano in questa vita terrena è proprio la possibilità di creare qualcosa, di poter modificare, dare un senso al tempo speso. Tant’è che una delle più alte aspirazioni dell’uomo è sempre stata di compiere gesta tali da rendersi immortali attraverso il proprio operato, da cambiare il corso degli eventi o da ispirare altri.

Per quanto improbabile possa sembrare, la propria felicità è un ottimo indice per capire se si stia facendo buona politica o meno. Nel momento in cui non si riesca a concretizzare qualcosa, forse è il caso di analizzare i propri comportamenti: magari è una questione di impostazione del proprio lavoro, di strategia o di tattica o magari si sta sì realizzando qualcosa, ma non lo sentiamo veramente nostro, e quindi vi è una alienazione dal risultato dei propri sforzi.

Questa sensazione dovrebbe riuscire a mettere insieme sia una valutazione qualitativa, di risultato, sia ideale, di avvicinamento a ciò che desideriamo. Per esemplificare, potremmo ottenere ottimi risultati ma non esserne soddisfatti perché arrivati utilizzando strumenti presi da ideologie diverse; viceversa, potremmo avere pessimi risultati usando la nostra ideologia: in entrambi i casi non avremo una sensazione di felicità.

Raggiungere questo stato di grazia diventa essenziale per un politico: per costruire davvero qualcosa, porsi in condizioni ottimali di ricezione degli stimoli e dei bisogni, nonché il poter spaziare realmente fra le soluzioni possibili e magari prima non considerate. Condizioni tipiche di chi sta attraversando un periodo positivo.

Il duplice aspetto di bussola e al contempo di stato che ci predispone a gestire l’inaspettato e non solo: la felicità è la condizione necessaria (ma non sufficiente) per il buon politico.

Elezioni Valsamoggia 2019: sapere chi sei per sapere dove andare

Il contesto

Valsamoggia è un comune nato dalla fusione di più comuni nel 2014 in provincia di Bologna. Ha una natura molto particolare, frammentata in piccole comunità e, sebbene abbia più di 30.000 abitanti, ha un consiglio comunale di soli 16 consiglieri comunali (diventeranno 24 alla prossima amministrazione).

La situazione politica alle elezioni del 2014 ha restituito un centrosinistra molto forte (ben oltre il 50% dei consensi), una lista civica di sinistra molto competitiva (quasi il 20%), M5S al 15% e centrodestra sotto il 10%.

Il nostro candidato è Luca Grasselli, 40enne con famiglia, cattolico, tesserato PD, lavora a Bologna presso un editore. È alla sua prima candidatura al Consiglio Comunale, presidente uscente del neonato municipio di Bazzano (uno dei cinque municipi di cui Valsamoggia è composta e uno degli ex comuni).

Sogna di arrivare in consiglio comunale con un numero importante di voti, motivo per cui si rivolge a noi. Parte da una buona base di 90 preferenze prese nel 2014, cosciente però che il territorio di Bazzano, sua principale comunità, è uno di quelli in cui la fusione è stata accolta meno favorevolmente e la civica di sinistra è più forte.

Il nostro lavoro

Abbiamo iniziato analizzando la rete sociale di Luca, la sua posizione nel partito, nel suo paese, nella quotidianità delle relazioni, trovandoci davanti a un ottimo candidato: il suo utilizzo dei social è autoironico, informativo ma non disdegna la critica politica nazionale o la condivisione di pezzi di vita di ogni giorno. Tiene un profilo adatto al suo ruolo istituzionale e si è fatto carico di problemi e progettualità nell’arco dei 5 anni del suo mandato, con l’obiettivo di far funzionare il più possibile la nuova istituzione che ha sostituito la municipalità di Bazzano. Lascia trasparire una certa indipendenza dal partito, pur facendone parte, e grande amore per la sua terra.

Insieme a Luca abbiamo deciso di tralasciare Twitter e Instagram, nonostante lui ne faccia uso, concentrandoci sul canale di Facebook: l’imperativo, rispetto alla scelta dei social, è di rimanere coerenti con se stessi ma anche di capire quale sia il mezzo migliore per raggiungere le persone a cui si vuole parlare. Non c’è bisogno di strafare: pochi post mirati nei momenti giusti della campagna.

Il grosso del lavoro svolto si è però concentrato sul territorio, con incontri faccia a faccia e con la stesura di una fitta agenda personale. Ci siamo aiutati con lo strumento della mappatura relazionale, grazie alla quale abbiamo individuato più di 600 nominativi che potevano essere contattati.

Grazie alla mappatura abbiamo anche potuto capire quali persone avrebbero potuto portare problematiche o avere influenza particolare su una o più comunità: a loro abbiamo dedicato una lista a parte con lo scopo di raccogliere particolari temi di interesse con più immediatezza.

Questo lavoro preliminare di individuazione e di raggruppamento dei propri contatti è stato fondamentale per capire come rivolgersi ai singoli, che messaggio portare loro e da chi, eventualmente, farsi aiutare nel fare da tramite. La mappatura ha aiutato Luca ad esprimere al meglio il proprio potenziale, permettendogli di capire la propria posizione nella sua comunità e sviluppare un percorso mirato alla raccolta del consenso.

Essendo il nostro candidato un lavoratore e padre, abbiamo dato una priorità ai contatti basata su più fattori. L’ideale sarebbe stato sentirli tutti ma il tempo è una risorsa preziosa.

I risultati

In generale, il centrosinistra ha resistito molto bene a 5 anni di amministrazione, mantenendo sostanzialmente inalterato il consenso. C’è stato un indebolimento di M5S, civica di sinistra a favore del centrodestra, ma tutte le forze sono al massimo intorno al 15%.

Alla fine della campagna il nostro candidato aveva considerato come certi/molto probabili più di 300 voti: le elezioni hanno restituito un verdetto di 275 preferenze, a cui si possono aggiungere quelle annullate perché indicate sulla scheda o sulla lista sbagliata. Si posiziona quindi secondo in senso assoluto, superato soltanto dal maggiore esponente della lista civica, primo nella coalizione e nella sua lista, distanziando di 60+ preferenze esponenti di spicco (ex sindaci delle municipalità, assessori uscenti…) del Partito Democratico.

Un ottimo risultato elettorale frutto di un lavoro che, per Luca, ha significato ritrovare (ma talvolta scoprire!) una vicinanza tangibile alle persone che vivono accanto a lui. Tale risultato, per consolidarsi nel tempo, dovrà essere coltivato anche al di fuori delle urne, portando avanti un percorso di fiducia costruito negli anni, e non solo nei pochi mesi di lavoro per la campagna.

Bilancio Partecipativo del Comune di Pavia: cosa ha funzionato?

Il modello del Bilancio Partecipativo pavese

Nel triennio 2015-2018 il Comune di Pavia ha sperimentato l’uso di pratiche partecipative nella composizione di parte del suo bilancio: 300.000 € l’anno, per un totale di quasi un milione nei tre anni.

Il metodo utilizzato si snoda in diverse fasi: la prima prevede una serie di incontri pubblici in cui si illustra alla cittadinanza come il Bilancio Partecipativo (BP d’ora in poi) si inserisca in quello che è il ben più ampio bilancio comunale; durante gli incontri vengono inoltre descritte le varie tappe del procedimento.

Nella seconda fase il Comune riceve, per circa un mese, le proposte di progetto da parte dei cittadini, accettandole tutte: sia che si tratti di idee in avanzato stato di maturazione sia che queste siano spiegate in poche righe. Solo in seguito, durante la coprogettazione, le proposte vengono suddivise dal Comune fra i vari tavoli tematici, attorno ai quali si incontrano cittadini proponenti e tecnici. Le idee irrealizzabili, già in via di attuazione o contrarie al mandato del sindaco vengono scartate.

Obiettivo dei tavoli di coprogettazione, all’interno dei quali i progetti vengono rimodellati ed eventualmente accorpati, è stilare una lista delle 30 idee più votate, alle quali corrispondono altrettante “squadre” formate dai diversi cittadini proponenti.

Basandosi su principi del tutto simili a quelli della gamification, le diverse squadre vengono stimolate a creare coinvolgimento nella popolazione e collezionare voti per i loro progetti. Al termine della competizione vengono decretati i progetti vincitori, che riceveranno il finanziamento.

Osservazioni sul modello

Come già spiegato in questo articolo, il BP non ha la funzione principale di finanziare progetti ma di coinvolgere la popolazione, ricucire il rapporto tra cittadini e macchina amministrativa, far emergere problematiche. Il “target” di popolazione a cui si rivolge è quello che, pur avendo un po’ di tempo a disposizione, competenze e idee, non ha invece modo, volontà o pazienza di districarsi nella serie di complessi strumenti a disposizione per realizzare i propri progetti.

Il BP non è pensato per incrementare le risorse di gruppi esistenti e funzionati, anche se è inevitabile che parti di esso vi finiscano. Fortunatamente molti dei progetti finanziati vengono proposti da gruppi nascenti, poco organizzati o che possono svolgere la loro missione solo per mano pubblica (un esempio su tutti, le piste ciclabili).

Cosa ha funzionato? Cosa no?

Va innanzitutto sottolineata la positività dell’esperienza: testare il BP a Pavia ha senz’altro rappresentato un passo verso una dimensione sempre più partecipativa della vita cittadina, seppure con qualche zoppicamento proprio della dimensione sperimentale.

Da annotare fra le cose che hanno funzionato, la capacità del Comune di cogliere stimoli inediti o inaspettati, ricevuti durante il BP. L’esigenza di avere una pulizia accurata sulla sponda bassa del Ticino, ad esempio, è stata portata da una cittadina al BP e, seppur non passando le selezioni, è stata realizzata qualche mese più tardi. Questa capacità del Comune necessita di essere mantenuta viva.

Qualche nota dolente, tuttavia, va segnalata.

In primo luogo, alcuni progetti, solitamente quelli complessi e che richiedono lavori ingenti o l’emissione di bandi, non sono ancora stati realizzati a distanza di due anni: questo crea una discrepanza tra gli intenti del BP e la sua realizzazione concreta. Quando il gruppo, la squadra, che non ha una persistenza alle spalle, si trova a dover attendere tempi lunghi è possibile che si sciolga, perda pezzi e metta a rischio la buona riuscita dei progetti, soprattutto se questi sono caratterizzati da una componente sociale forte. Se non fosse possibile ridurre i tempi di realizzazione, occorrerà sviluppare strategie complementari per colmare questi vuoti temporali.

Altra debolezza, la struttura dei tavoli di coprogettazione, a cui viene dedicato troppo poco tempo e i cui temi sono impostati in maniera netta dall’Amministrazione. Questo implica una integrazione dei progetti talvolta disfunzionale: idee che, ad esempio, riguardano la stessa area urbana, e quindi potrebbero essere discusse da un unico gruppo, vengono di fatto divise in base alla tematica, finendo col disperdersi per mancanza di tempo per approfondire i nessi in comune. La conseguenza è un parziale sacrificio dei precetti della coprogettazione – come la libertà di unirsi in tavoli di lavoro non prestabiliti o l’avere maggior tempo a disposizione per la discussione – in nome di una selezione di team affidabili e capaci, che siano in grado di portare avanti i progetti e la loro divulgazione una volta iniziati.

La prossima primavera (2019) a Pavia si andrà ad elezioni e probabilmente non verrà svolto il BP. Vedremo nel 2020 se l’amministrazione che verrà deciderà di applicare lo strumento e in quale maniera.

EDIT: Abbiamo ricevuto notizia che il BP è stato confermato anche per il 2019, proprio per mantenere una continuità del percorso. Per il mese di settembre 2018 è invece previsto un momento di incontro con i cittadini volto alla raccolta di osservazioni e indicazioni per il miglioramento del processo.

15 fumettisti entrano in un caffè

Hai un pugno di fumettisti (quelli della Scuola Superiore d’Arte Applicata del Castello Sforzesco, mica pizza e fichi) che, seppure a distanza, stanno lavorando allo stesso progetto editoriale ma si conoscono poco fra loro. Vuoi fare in modo che possano ritrovarsi intorno a un tavolo, discutere e confrontarsi in modo rilassato… who you gonna call? Ozelot Lab!

Il metodo che abbiamo scelto: il World Cafè

Per questo laboratorio, che si è svolto di domenica mattina, abbiamo scelto una metodologia leggera, molto simile a una chiacchierata al bar: il World Cafè. Si tratta, in sintesi, di organizzare lo spazio in piccoli tavoli da 3-5 persone che, in un tempo di 15-20 minuti, si confrontano sul tema proposto. Per ogni gruppo viene scelto un “capotavola” che prende nota di quanto viene discusso. Allo scadere del tempo, tutti i partecipanti cambiano tavolo, cercando di mischiarsi il più possibile. Solo i capitavola restano a sedere e “ricevono” i nuovi ospiti presentando loro quando discusso fino a quel momento: starà al nuovo gruppo decidere se continuare su quel filone o portare nuovi argomenti. Il cambio di posto si ripete per 3 o 4 volte, dopodiché i capitavola illustrano in plenaria quanto emerso, raccogliendo eventuali nuove osservazioni dei partecipanti.

Per chi volesse saperne di più, abbiamo già parlato del World Cafè in questo articolo, allegando anche del materiale di approfondimento.

Sul luogo in cui si è svolto il World Cafè

La scelta del luogo è importante tanto quanto quella della metodologia e il nostro laboratorio si è svolto in un contesto davvero peculiare e stimolante. Siamo stati ospitati dal Bar Lucio, punto di aggregazione ormai storico della periferia di Milano, in zona Corvetto. Un luogo pieno zeppo di libri, disegni, ammennicoli, soprammobili particolari e, soprattutto, di calore umano: ogni avventore, entrando, saluta Lucio per nome e lui spesso fa altrettanto, magari offrendo un cannolo al caffè o del mais piccante. Il clima perfetto per chi vuole consolidare legami fra le persone!

Il contesto relazionale: la singolarità di questo World Cafè

Ciò che ha reso particolare il laboratorio non è stato tanto il suo svolgimento in sé: interessante è lo scopo per cui è stato sviluppato rispetto al contesto di relazioni in cui si è inserito.

Come accennato qualche paragrafo fa, tutto è nato intorno a un progetto editoriale: un’antologia di storie a tema “abitare”, firmate ognuna da un allievo o ex allievo del corso di fumetto. Il World Cafè è arrivato nel momento che poteva sembrare il meno indicato: il libro in cantiere, oltre ad avere già un tema molto ben definito, aveva anche buona parte delle storie confermate. Se non si trattava di pianificare il lavoro, a cosa sarebbe potuto servire un laboratorio?

Nonostante gli spazi della Scuola siano aperti a tutti coloro che partecipano al progetto, sono pochissimi quelli che, oltre agli allievi attuali, riescono effettivamente a lavorare in aula. Il risultato è un uso massiccio della mail per le comunicazioni essenziali, processo molto spersonalizzante e distanziante.

La necessità primaria era perciò quella di rinsaldare la relazione fra le persone legate al progetto, dando a tutti la possibilità di esprimersi e di capire, discutendone insieme, quale fosse il fattore unificante di tutte le storie dell’antologia, ciò che i singoli racconti avevano in comune.

Trovare e definire quello spazio tra un lavoro quasi individuale e imbastito e l’opera collettiva non è stato semplice, ma ce l’abbiamo fatta! Da qui il tema, largo ma mirato al contempo, del World Cafè: “Qual è il mio/tuo/nostro posto nel progetto?”

Mischiare è bello!

Il gruppo dei partecipanti era molto eterogeneo: alcuni si conoscevano fra loro, altri per nulla, altri ancora si erano talvolta incrociati in qualche occasione. Questo disequilibrio generale era molto evidente prima del laboratorio, quando i partecipanti man mano raggiungevano il bar: la tendenza era, naturalmente, quella di riunirsi fra conoscenti, a piccoli gruppi.

Il World Cafè è culminato in un pranzo e, di seguito, in un’ulteriore attività di gruppo pomeridiana organizzata dalla Scuola. La situazione iniziale era in buona parte ribaltata. Il “mischiarsi”, che è invito fondamentale del World Cafè, era entrato a far parte della modalità relazionale di quel momento, e della giornata tutta.

Certo, si è trattato solo di qualche ora, ma ci sembra che il laboratorio abbia raggiunto il suo scopo: trasformare una manciata di persone in un gruppo di lavoro attraverso la sfida dell’ascolto, della fatica, ma anche del gioco e dell’ironia, perché serve una forte dose di umorismo per fare le cose serie.

Per consultare il report del World Cafè basta cliccare su questo link!

Progettare un festival è un gioco da ragazzi!

Partiamo dalle conclusioni: diffondere la cultura e le pratiche della progettazione partecipata fa bene a tutti, in particolare ai più giovani. Se bisogno c’era di una prova concreta, ne abbiamo avuto una chiara dimostrazione lo scorso 17 febbraio, durante il laboratorio di progettazione dedicato a ragazzi tra i 12 e i 19 anni. Si è trattato di una delle fasi organizzative che porteranno alla realizzazione di un festival per giovani dai giovani, dunque ideato, programmato e pubblicizzato interamente dai ragazzi.

La parola chiave, emersa proprio dai ragazzi a margine delle attività svolte il 17, è stata fiducia: quella data a loro, in modo particolare, per la pianificazione di un grosso evento, ma che viene riconosciuta a tutti cittadini durante i momenti partecipativi. Fiducia nel fatto che ognuno possa portare un contributo, un punto di vista che non era stato considerato, e che ogni contributo possa essere preso in considerazione nella costruzione di un progetto.

Attenzione: questo non significa accettare acriticamente ogni idea e raffazzonare un collage di proposte che non ha né capo né coda. Il cuore sta proprio nel tentare, spiegare, limare e infine costruire un progetto, o un’idea di progetto, non solo stabile ma che ha in più il vantaggio di essere condiviso e accettato dai portatori di interesse.

Detto così può suonare piuttosto teorico: ecco perché vogliamo raccontarvi come si è arrivati al laboratorio e come abbiamo lavorato nella pratica. [*]

Progettare con i ragazzi: l’idea

Molto spesso, da adulti, si parla dei bisogni dei giovani, dei loro desideri e del dedicare loro spazi, sia fisici che culturali. Quasi mai, però, si discute di questo con loro, ponendo domande dirette e lavorando insieme sulle risposte.
Pavia è una città in cui l’offerta di occasioni di svago viene percepita, nel migliore dei casi, come scarna e poco stimolante. Si sente, in particolare, la mancanza di un evento dedicato espressamente ai più giovani che non sia realizzato da persone che giovani non sono: perché, quindi, non permettere ai ragazzi di esprimersi, anzi, di organizzare loro il proprio evento pavese?

Prima fase. L’evento che vorresti: un questionario online

Tra settembre e ottobre del 2017 il Csv di Pavia (ora sede territoriale di Pavia che costituisce, insieme alle sedi di Lodi, Cremona e Mantova, il CSV Lombardia Sud) ha lanciato un questionario online dedicato espressamente ai ragazzi, chiedendo loro di immaginare il festival che avrebbero voluto vedere nella propria città. Il racconto emerso è di un evento che tocca i più svariati ambiti: musica, teatro, arte e giochi di strada, fotografia, sport, cinema e letteratura, anche a fumetti. E lo fa con spettacoli e concerti, ma anche contest, tornei, dibattiti e laboratori con esperti.

Tante idee molto diverse, quindi, emerse dalla prima consultazione dei ragazzi. Come metterle insieme in modo sinergico, strutturato e incontrando il più possibile gli interessi di tutti?

Il laboratorio di progettazione: coinvolti e dritti al punto

Il metodo che abbiamo scelto è quello dell’Open Space Technology (Ost), una definizione in apparenza ostica per determinare un tipo di laboratorio caratterizzato da tavoli di lavoro che si attivano in parallelo, in un contesto che lascia completa libertà di parola e movimento tra un tavolo e l’altro, senza timore di essere giudicati e con un obiettivo comune, molto chiaro e raggiungibile.

Ogni idea da discutere viene proposta dagli stessi partecipanti, a inizio laboratorio: ognuno dà alle altre persone potenzialmente interessate un vero e proprio appuntamento per discutere il tema presentato. Le sessioni di lavoro vengono perciò predisposte collettivamente, senza che ci sia nulla di precostituito, accorpando eventualmente – e in caso di tempi o spazi ristretti – idee simili fra loro.

Seconda fase. L’Open Space dei ragazzi

Il nostro laboratorio è durato 3 ore. Vi hanno preso parte circa 20 giovani, fra coloro che avevano risposto al questionario, supervisionati da adulti con il compito di facilitare il lavoro di progettazione, quindi di stimolare il confronto positivo.

Ogni ragazzo ha proposto almeno un’idea: avevamo la possibilità di attivare al massimo 6 tavoli per round (ma meglio 5!), dunque è stato necessario accorpare le proposte che potevano essere discusse insieme.

Normalmente chi lancia un’idea è anche colui che la accudisce, si cura di seguire il relativo tavolo di lavoro e prende appunti su quanto emerge durante la discussione. Nel nostro caso, per snellire le attività e dar modo a tutti i ragazzi di concentrarsi unicamente sullo scambio di idee – o eventualmente, cambiare in corsa gruppo di discussione – abbiamo deciso che sarebbero stati i facilitatori a rivestire il ruolo di “capotavola”.

Abbiamo inoltre cercato di declinare il laboratorio in modo che fosse il più possibile “a prova di timidezza”, a partire dal giro di presentazioni svolto con l’ausilio di un piccolo gioco utile a rompere il ghiaccio, disposti in cerchio. Uno dei nodi fondamentali di cui tenere conto era la differenza di età fra i ragazzi e i facilitatori, un fattore che avrebbe potuto compromettere la riuscita dell’Ost  se gestito in modo errato.

Una facile tentazione in cui cadere poteva infatti essere quella di portare la propria esperienza di adulti e farla prevalere sulle proposte dei ragazzi, portando il confronto su un livello estremamente impari. È stato quindi necessario trovare la formula per sviluppare il ruolo del facilitatore: non solo figura di riferimento che stimola la discussione senza accentrare su di sé l’attenzione e favorendo il protagonismo del gruppo, ma anche persona che, da adulta, riconosce autorevolezza alle idee dei ragazzi. Insomma, la parola da tenere a mente rimaneva sempre la già citata “fiducia”.

I giovani partecipanti hanno risposto in modo assolutamente positivo, dando il massimo possibile secondo le proprie esperienze e la propria personalità. Hanno sorpreso per capacità di iniziativa, propositività, gioco di squadra e rispetto dello spazio reciproco, nonostante anche fra loro ci fosse molta differenza di età. Colpiva notare, nella pausa fra un giro di tavoli e l’altro, la loro voglia, quasi urgenza, di ricominciare a discutere e proporre idee, resa esplicita dal controllare e ricontrollare il cartellone degli appuntamenti, dal decidere insieme in quale gruppo inserirsi. Un segnale che abbiamo interpretato come un bisogno di ascolto reale, di uno spazio in cui sperimentarsi senza giudizi e in cui non sentirsi marginali, bambini.

Progettare insieme serve a questo, ed è per questo che fa bene a tutti, in particolare ai più giovani.

… e per chi è arrivato fin qui, ecco il Report del laboratorio!

[*] Ozelot Lab è solo una delle realtà che hanno partecipato alla realizzazione del laboratorio e che accompagneranno i ragazzi fino alla realizzazione del loro festival: ringraziamo di cuore il Csv Lombardia Sud – sede di Pavia, le associazioni Calypso il teatro per il sociale, Cielo Terra Musica, Babele onlus, Le Torri, il Circolo ARCI Via D’acqua, Aerel, Amici dei Boschi, A Ruota Libera, la libreria Il Delfino e tutti coloro che man mano si sono aggiunti!

Salviamo il sottomercato! Intervista a Viola Petrella

Il progetto di riqualificazione del Mercato Ipogeo, a Pavia, è arrivato primo all’edizione 2017 del Bilancio partecipativo, portando a casa 639 voti.
Viola Petrella ci racconta il suo coinvolgimento nel progetto record di preferenze.

Che ruolo hai avuto nel progetto?

Nessuno di noi aveva un ruolo specifico. La mia associazione, Atelier Città, aveva partecipato – con l’appoggio del Comune e assieme a una serie di altre associazioni – al bando “Culturability” con un progetto proprio sul Mercato Ipogeo, quindi abbiamo portato la nostra esperienza al Bilancio partecipativo: io ho preso il ruolo di coordinatrice della squadra quando siamo stati accorpati ad altri progetti e cittadini che avevano avuto idee sul Mercato Ipogeo o che comunque potevano essere affini alla nostra.

Che partner avete avuto nel progetto?

In effetti sono un bel po’. C’è l’associazione ComPVter, che ha uno spazio a Prado in cui tiene un museo di retrocomputing e svariati laboratori, ma anche l’UDU di Pavia (Coordinamento per il diritto allo studio) o l’associazione Le Torri. A questi gruppi facevano riferimento molti proponenti: bisogna ricordare che si partecipa al Bilancio partecipativo come singoli cittadini, e sono stati infatti loro a proporre il progetto. Alcuni cittadini avevano già un’associazione alle spalle ma tanti hanno partecipato singolarmente.

Come mai proprio il Mercato Ipogeo, che caratteristiche ha?

Lo spazio ha delle caratteristiche positive abbastanza ovvie: è grande ed è in centro. Già questo attira l’attenzione. È anche uno spazio di cui tutti abbiamo memoria: tutti ricordiamo di essere stati nel Mercato Ipogeo, anche nella parte che oggi è chiusa, a meno di non essere davvero giovanissimi.
Il Mercato Ipogeo occupa tutta l’area sottostante a piazza Vittoria: la metà nord ha negozi tuttora attivi, la metà sud è rimasta completamente vuota e abbandonata, finché hanno deciso di chiuderla, così come gli accessi di piazza Cavagneria. Dunque oggi è di fatto uno spazio mezzo chiuso e mezzo aperto in centro, che potrebbe essere un collegamento fra due piazze e il cortile del Broletto e che si potrebbe collegare molto bene anche con lo Spazio Giovani di via Paratici.

Di cosa tratta il progetto e che tempi si prospettano?

Al Bilancio partecipativo abbiamo presentato un progetto per mettere a posto in “maniera minima” il luogo: agibilità, sicurezza e impianti sono i tre punti cardine.
Il progetto, una volta finanziato, passa in mano al Comune, quindi non so stimare il tempo che ci vorrà, ma continueremo a seguire l’andamento dei lavori.
Fra noi abbiamo discusso molto, avendo diversi incontri di progettazione tra i proponenti. C’erano alcune delle persone che hanno presentato, ormai 7 o 8 anni fa, il progetto UAU, uno spazio per adolescenti nel Mercato Ipogeo, mai realizzato, ed è stato davvero importante trovarci tutti. Sono uscite però anche altre proposte: Activators, ad esempio, ha portato diverse idee che hanno a che fare con la tecnologia digitale, mentre l’UDU ha pensato a un “Media Lounge” che sia punto di ritrovo a contatto con la tecnologia ma funga anche da aula studio per gli universitari.
L’idea è insomma quella di realizzare uno spazio di aggregazione che recuperi la funzione molto bella che aveva il Mercato Ipogeo: un luogo per scambiarsi cose ma per scambiare anche due chiacchiere. Non bisogna perdere la dimensione della socialità.
C’è un tema che, personalmente, sento molto: quello del cosiddetto “Audience development“, cioè lo sviluppo di un pubblico che chieda a gran voce un’offerta culturale e artistica di qualità. A Pavia esistono molto luoghi di diffusione della cultura, con iniziative, mostre o concerti, ma pochi luoghi in cui la cultura viene prodotta dai pavesi: sarebbe bello portare anche questo aspetto al di fuori dei luoghi istituzionali come l’Università.

Avete ottenuto più di 600 voti, qual è il segreto del vostro successo?

Intanto eravamo in tanti e abbiamo usato canali diversi. Abbiamo usato i social media, Facebook in particolare, in svariati modi, promuovendo il progetto attraverso pagine e gruppi, sponsorizzando post, contattando persone direttamente in chat e, in generale, mantenendo costante il livello di comunicazione, senza mai lasciar cadere la cosa.
Al di fuori di internet, abbiamo stampato più di 1500 volantini che offrivano un doppio servizio: da un lato spiegavano il nostro progetto, mentre sul retro diventavano una sorta di guida al voto, sia online che nei punti di voto assistito. Ci sono stati due momenti di promozione con un gazebo in piazza Vittoria, quindi proprio sopra il Mercato Ipogeo, avevamo con noi un computer e aiutavamo le persone a votare lì, senza che dovessero andare fino al Comune per il voto assistito. Chi votava da noi non per forza lo faceva per il nostro progetto o per quelli che promuovevamo in partnership, ognuno ha dato la sua preferenza: credo che questo sia molto bello, perché abbiamo offerto un servizio che andava oltre la promozione del nostro progetto. Non abbiamo tenuto il conto ma credo si siano fermate a votare circa 60 persone. Il momento di promozione in piazza è stato davvero bello, molti si fermavano perché avevano dei ricordi del Mercato Ipogeo e ci raccontavano la loro esperienza: è importante ascoltare questi racconti, permettono di raccogliere una memoria storica del posto.

Ti aspettavi questo risultato?

Non ho affrontato il Bilancio partecipativo con aspettative particolari: l’anno scorso avevo presentato un altro progetto in cui credevo molto e che non è stato finanziato, inoltre sapevo che se fossimo arrivati secondi non avremmo vinto: si tratta di un progetto da 200 mila euro che da solo ha coperto tutta la parte di Bilancio dedicata agli investimenti. Quando abbiamo visto che c’era una buona risposta, sia da chi si fermava in piazza sia dalle analisi di Facebook su visualizzazioni e click, abbiamo iniziato ad avere delle speranze reali.
Mi spiace solo per gli altri progetti, molti erano validi. Certo, ciascuno esprime la sua preferenza con il voto e queste sono le regole, ma sulle regole si può lavorare e ragionare per le prossime edizioni: Il Bilancio Partecipativo non è una pratica semplice e in Italia non è diffusissima. Per il futuro si potranno sicuramente fare dei miglioramenti.

Che domanda vorresti che ti facessimo?

Posso dire una cosa: a titolo personale, quella del Bilancio partecipativo è stata una bellissima esperienza perché c’è stato uno sforzo di coordinazione incredibile da parte di tutte le persone che ho conosciuto e con cui ho collaborato. In fase di progettazione era necessario che ciascuno ascoltasse le esigenze e le ragioni degli altri, e questo non è sempre facile. In fase di promozione ciascuno ha contribuito con quello con cui poteva contribuire: c’è chi ha fatto volantinaggio in treno mentre andava a lavoro, chi ha diffuso la notizia su Facebook, chi si è fatto le giornate in piazza, chi è andato a prendere il materiale, chi ha stampato… credo che questa sia la parte più bella del Bilancio partecipativo, attiva cittadini e collaborazione. Fosse anche solo per questo sforzo collaborativo, indipendentemente dal numero di voti, mi direi soddisfatta.
Spero che questa esperienza possa andare avanti, magari cercando altre fonti di finanziamento, anche al di là di questa vittoria che vedo più come un traguardo intermedio.

5 cose da fare in un Bilancio Partecipativo

La pratica del “Bilancio Partecipativo” nasce a Porto Alegre in Brasile e viene attuata per la prima volta nel 1989 . Il metodo consente ai cittadini di esprimersi in prima persona su come comporre il bilancio del proprio Comune di appartenenza. Prende diverse forme e direzioni ma l’idea alla base è che, è che, dando ai membri di una comunità la possibilità di gestire in maniera pressoché diretta parte delle finanze pubbliche , si aumenti la consapevolezza delle persone rispetto ai meccanismi della macchina amministrativa e della politica, andando almeno in parte a ricomporre le fratture della comunità stessa e di occuparsi in questo modo di temi concreti.

Ogni cittadino può dunque presentare un’idea per migliorare la qualità della vita comune. Ma come rendere il proprio progetto chiaro ed efficace? Ozelot Lab ha confezionato un piccolo vademecum in 5 punti.

1 .  Vendere un sogno partendo da una solida realtà
Il progetto deve essere qualcosa che emoziona – un sogno – ma per attecchire ha bisogno di suggestioni concrete: un luogo specifico, esempi di progetti simili realizzati altrove, eccetera. La nostra immaginazione si attiva attraverso ciò che ci è familiare: non bisogna dimenticarlo.

2 . Individuare gli “stakeholder”, i portatori di interesse
Ogni idea ha sicuramente persone potenzialmente interessate, magari sono pure già raggruppate in qualche forma: parlando, ad esempio, di una ludoteca per bambini, si potrebbero trovare/attivare gruppi Whatsapp di genitori. Coinvolgere terzi è una delle migliori opzioni. Va tenuto a mente che spesso, ai Bilanci Partecipativi, vota solo una piccola parte di popolazione, dunque il serbatoio maggiore è quello dell’astensione!

3 . Attenzione ai regolamenti
Ogni Bilancio Partecipativo è diverso dagli altri e conoscere il regolamento del proprio è importantissimo. Ad esempio: quanto denaro viene messo a disposizione e secondo quali criteri? I finanziamenti sono tutti uguali o si distinguono per tipologie diverse di spesa? Come si può materialmente presentare un progetto, in che forma e in quali ambiti di intervento? Solo conoscendo il regolamento del proprio Bilancio Partecipativo di riferimento si può capire al meglio in che forma presentare la propria idea, facendola rientrare nelle linee di indirizzo proposte dal Comune, determinando le spese necessarie alla sua realizzazione e rendendolo, a tutti gli effetti, competitivo. Può essere utile, se sono disponibili, dare un’occhiata ai progetti vincitori delle edizioni precedenti.

4 .  Non lasciare solo il proprio progetto
Sembra un’ovvietà ma, nella pratica, accade di vedere cittadini che, una volta fatta la propria proposta, la abbandonano e smettono di prendersene cura. Nei vari step del Bilancio Partecipativo è però facile che, se non seguito, il progetto non venga più portato avanti. È solamente naturale che, mancando un proponente attivo, l’idea non riesca a brillare da sola, magari spiegata in poche righe di testo.

5 . Più il progetto è costoso, meno è probabile che passi
Può capitare di avere in mente un’idea che richiederebbe spese alte per essere realizzata: bisogna fare i conti con il fatto che le proposte molto costose devono (solitamente) posizionarsi in cima alla classifica per essere finanziate. Più con la propria richiesta ci si avvicina alla totalità del fondo messo a disposizione, infatti, più il progetto ha bisogno di posizionarsi in alto per essere finanziato.

… e non è finita qui!

Cittadini e amministratori creano un intero e delicato ecosistema intorno a un Bilancio Partecipativo: la comunicazione fra i due è assolutamente fondamentale e deve accompagnarsi alla fiducia reciproca. Un Bilancio Partecipativo non deve mai essere ridotto a strumento per creare consenso (o testarlo) attorno ad una idea dell’amministrazione, né lo si può intendere come mezzo per “trovare i fondi”, perché se l’amministrazione crede in un progetto cerca anche il modo per finanziarlo. Ogni interpretazione o uso differente snaturerebbe l’essenza dello strumento partecipativo, allontanando così cittadini che potrebbero sentirsi “presi in giro” e prenderebbero le distanze dalla macchina comunale, andando a vanificare ogni sforzo per raggiungere il reale obiettivo del metodo: creare comunità.

 

Ipercomplessità: che fare?

Dobbiamo fare i conti con una grande verità: la nostra società è altamente complessa e spesso assume sembianze multi problematiche. Se accettiamo la complessità, la sfida della complessità, e ci sforziamo di esserne all’altezza, dovremmo fare i conti anche con i sentimenti umani che nascono in risposta, come rabbia o rassegnazione, che sono parte della complessità stessa.

La rabbia non è un’emozione puerile o insignificante e anche con lei bisogna misurarsi. La rabbia abbatte e si esaurisce in se stessa. Se vogliamo innescare un cambiamento profondo e duraturo, i sentimenti accesi possono essere un buon punto di partenza, ma per proseguire, per affrontare le difficoltà, per creare un dialogo e diventare interlocutori credibili vanno raffinati e indirizzati, trasformati in un potenziale creativo e non solo distruttivo: per generare un processo efficace servono tempo, fatica, studio e dedizione e lo sfogo livoroso non basta.

Se questo non avviene, spenta la rabbia, di fronte alla complessità rimane la rassegnazione: la sensazione spiazzante che i problemi siano troppo grandi, intricati, granitici e non aggredibili lascia inermi e immobili.

Dobbiamo, quindi, fare i conti con un’altra seconda verità: ognuno ha frammenti di conoscenza, più o meno ampi, più o meno importanti e per avere un quadro più completo dobbiamo fidarci e collaborare gli uni con gli altri.
Metterli insieme, con fatica e dedizione, imparando gli uni dagli altri quanto basta per concordare soluzioni ai nostri problemi. Ci limitiamo a fare un passo alla volta, di prendere una situazione alla volta e di lavorarci assieme per migliorarla. E speriamo che dando l’esempio, piano piano, questa azione generi una cultura della collaborazione, una rivoluzione dolce, lenta ma costante.

Per farlo non possiamo fare divisioni e chiunque voglia offrire il proprio contributo, il proprio tempo o la propria presenza è il benvenuto. Abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti e l’aiuto di tutti è prezioso: “chiunque è la persona giusta”.

Il nostro compito è quindi accettare la complessità e con analisi e metodo cercare di fare da tramite tra la società e le istituzioni, tra abitanti e professionisti, di facilitare l’incontro tra soggetti per la risoluzione di problemi comuni e di aumentare le occasioni per comunicare.